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«All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle».
«All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle».
Ci sono esistenze che scorrono come una sequenza di eventi, e altre che si fermano a interrogarsi sul senso di ciò che accade, ad avvolgersi su sé stesse, a indagarsi in profondità.
Un libro di Vincenzo Salerno su Domenico Rea e il suo legame con la Poesia.
Quando ho scoperto quale sarebbe stato il tema di questo numero di Orione, la nostalgia, ho provato due sensazioni contrastanti.
Il cinema possiede incardinato nella sua essenza primordiale un connotato nostalgico.
Nella mitologia greca, assimilata dal mondo romano, è assai ricorrente la metamorfosi: spetta agli dèi intervenire sulla sorte degli uomini, per punirli o per sottrarli alla morte, a seconda delle circostanze, attraverso una metamorfosi.
Quando ho saputo che il filo conduttore del nuovo numero di Orione era Metamorfosi, da appassionato lettore non ho potuto evitare di pensare a Gregor Samsa e a quella terribile mattina in cui si risveglia da sonni inquieti avendo completamente mutato la propria natura.
Da buon laureato in filosofia, innamorato del logos e dell’origine del pensiero occidentale come lo conosciamo oggi, della sua storia millenaria,
Galileo, colui che ha messo le basi della scienza moderna, scelse il dialogo come strumento narrativo, per esporre le sue idee.
Ci troviamo in un periodo storico molto difficile. Un periodo di crisi, molto confuso, con tanti cambiamenti, a volte anche repentini e velocissimi, che ci lasciano inebetiti, senza risposte.
C’era una volta un adolescente che soleva risalire un solitario colle e, sedendosi di fronte a una siepe, immaginava, come fosse davanti uno schermo, seppur nascosto, spazi sconfinati, silenzi senza limiti e serenità suprema.
Guardare come si comporta l’essere umano è sempre una questione spinosa.
Un’amica in questi giorni mi ha inviato un messaggio con una bellissima frase di Italo Calvino sul tema della leggerezza, frase tratta dalle Lezioni Americane, dove possiamo leggere: «Prendete la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore».
Scontato? Sì, forse un po’ scontato. Ma neanche tanto. Per chi lavora coi libri, lègge libri, ama i libri, affiancare alla parola “leggerezza” la famosa citazione calviniana dalle Lezioni Americane pubblicate nel 1988 da Einaudi è quasi d’obbligo, no? No.
Una piuma. Un venticello lieve. Una traiettoria che parte dalla pesante terra e si libra nell’aria. Nel cielo celeste. La brezza continua e la piuma sale sempre di più. Diventa sempre più leggera. Sembra più libera dalle pesantezze terrestri e gioisce delle sue evoluzioni tra le lattee nubi.
“Una risata vi seppellirà” è una frase di difficile attribuzione (secondo alcuni la pronunciò per primo Bakunin), divenuta celebre soprattutto negli anni Settanta, quando diventò uno dei motti del movimento del ’77.
C’è una bella parola: niente. Non pensare a niente. Pensa al clown che piange nella vasca da bagno, mentre il caffè gli gocciola sulle pantofole.
Il danno è un romanzo pubblicato per la prima volta in Italia da Feltrinelli nel 1991, bestseller con milioni di copie vendute e ispirazione per l’omonimo film del 1992 interpretato da Jeremy Irons e Juliette Binoche.
Avere cura di sé può essere un’arte.
E alla fine Pereira ebbe uno scatto d’orgoglio, frutto di una coscienza risvegliata da incontri fortuiti e scossa da un brutale assassinio, e scrisse un articolo, il suo ultimo articolo, per denunciare i pestaggi e gli omicidi della polizia politica del regime di Salazar.
Premessa necessaria. La cura nel Cinema d’autore è stata rappresentata da tantissime opere di grande impatto.
Il libro non si presenta come un saggio ma come un racconto di alcuni fatti storici letti in chiave contemporanea. Ricordiamo che ogni epoca è figlia del suo tempo, ma senza dubbio è influenzata dal padre, il passato.
Nonostante la mia oramai remota laurea in Filosofia, per anni mi sono rifiutato di leggere la Filosofia contemporanea: la sensazione che in quest’epoca i pensatori si fossero troppo allontanati dalla realtà, che si rifiutassero di occuparsi dei problemi che ci affliggono, che prediligessero un atteggiamento distaccato e da turris eburnea, caratterizzato dal pensiero che finisce per avvolgersi su sé stesso, senza essere realmente utile alla società e agli altri, ermetico e incomprensibile, mi rendeva impossibile continuare a perseguire quella che è sempre stata la mia grande passione.
Appare una locomotiva in arrivo in una stazione. Appare su un telo bianco. Gli astanti hanno paura e fuggono.
Partecipare in un’epoca di individualismo parossistico: siamo di fronte all’archeologia linguistica. Verbo desueto, svuotato di qualsiasi connotazione. Cosa vuol dire al giorno d’oggi far parte?
«Io non volevo solo partecipare alla feste, volevo avere il potere di farle fallire».
Insopportabile è il senso di solitudine, quando ci si trova soli ad ascoltare il silenzio della propria casa.
Jonathan Safran Foer alla fine del romanzo autobiografico d’esordio (trasposto al cinema con gli occhi spalancati di Elijah Wood) si porta a casa una scatola di ricordi chiamata “casomai”.1, 2
I due anni di restrizioni che abbiamo appena trascorso, qualcosa cui nessuno di noi era preparato e che forse mai ci saremmo aspettati di dover vivere hanno lasciato solchi profondi, praticamente a chiunque: in molti hanno perso qualcuno cui volevano bene, un grande numero di persone ha dovuto reinventarsi un lavoro o ha attraversato momenti professionalmente stressanti, sicuramente tutti abbiamo toccato da vicino la solitudine.