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Locandina del film “La stranezza”

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La stranezza e Nirvana

8 Maggio 2023
Appare una locomotiva in arrivo in una stazione. Appare su un telo bianco. Gli astanti hanno paura e fuggono.
Locandina del film “La stranezza”

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La stranezza e Nirvana

8 Maggio 2023
Appare una locomotiva in arrivo in una stazione. Appare su un telo bianco. Gli astanti hanno paura e fuggono.

Sarà vero? È una leggenda? La proiezione è quella storica dell’arrivo del treno nella cittadina di La Ciotat, vicino Marsiglia, effettuata dai fratelli Lumière, al Salon indien du Gran Cafè di Parigi. Così comincia l’avventura del cinema. E della sua magia. Intimamente e inestricabilmente legato agli aspetti illusionistici, che il nuovo mezzo tecnologico serbava nella sua natura profonda, solo qualche anno dopo i primi sorprendenti esordi del cinematografo, attestantesi solo su un piano realistico-documentaristico. L’opera di un altro francese, Georges Méliès, mette a frutto e fa esplodere tutte le potenzialità che le immagini in movimento sono in grado di sprigionare e porta alla nascita dell’altro filone strutturale e fondante la nuova arte nascente: quello fantastico e aggiungerei col trattino “magico”: guardare Le Voyage dans la lune (1902) e soprattutto Voyage à travers l’impossible (1904) per credere! Ma al di là della schematizzazione godardiana che suddivide il cinema delle origini in due binari che prenderanno e svilupperanno percorsi differenti, in definitiva non si può non considerare l’essenza unica che è propria di tutto il cinema che fa apparire su uno schermo bidimensionale, un tridimensionale mondo fatto di sogno, di salti nel tempo, creazione di luoghi e spazi mai visti o conosciuti, viaggi virtuali o fintamente reali. Non è riproduzione della realtà quella che appare ma è solo un effetto speciale, una magia che la luce iscrive su dei fotogrammi. Non siamo più presenti a noi stessi ma sospesi in un limbo in cui catarticamente rivediamo i nostri sogni. Cinema e magia sono connessi. Sono uno l’essenza dell’altra. A titolo d’esempio, anche se potrebbe essere citata l’intera produzione ed epopea cinematografica a supporto, racconterò di due film magici che ho visto e rivisto negli ultimi tempi, anche se ripeto e sottolineo che magici sono tutti i film. Il primo è La stranezza (2022) del regista siciliano Roberto Andò, un’equilibrata e armoniosa opera in cui elementi drammatici e comici si alternano gradevolmente in una ricerca verso il punto di confluenza che unisce il popolare con l’aulico, la realtà con la sua riproduzione, fino ad arrivare al punto esatto in cui nasce la scintilla della creazione artistica. La storia narrata è quella del ritorno nella natia Girgenti di Luigi Pirandello, interpretato magistralmente da Tony Servillo, in crisi sia di ispirazione che esistenziale. Verrà a contatto e conoscerà i due becchini Bastiano e Nofrio, interpretati dal duo comico Ficarra e Picone, che hanno la passione per il teatro e stanno allestendo, con la loro compagnia amatoriale, una messinscena di un loro testo. Pirandello sarà presente alla prima di questo spettacolo e prenderà ispirazione, assistendo alle vicende che intercorreranno durante la rappresentazione, per il suo testo teatrale rivoluzionario dei Sei personaggi in cerca d’autore. Fiaba letteraria, quella raccontata da Andò, che in molte sequenze suggestivamente richiama echi onirici felliniani come quella dell’enorme, vasto, immenso archivio comunale, quasi di stampo borgesiano, con carrellata laterale tra le scaffalature dalle quali appaiono di continuo, volti, facce, espressioni, azioni, scenette della varia umanità che lì alberga, momentaneamente o da lungo tempo. Andò ci ripropone le tematiche pirandelliane, cervellotiche, introspettive, elaborate, con leggerezza e un equilibrato impasto dei vari livelli narrativi. Il suo racconto per immagini è riuscito a impressionare su pellicola la dimensione di gioco, da sogno, di magia che intercorre tra le vicende umane e la creazione artistica: non c’è confine tra realtà e illusione, tra la vita vissuta e l’arte. I due becchini, Bastiano e Nofrio, ispiratori di Pirandello, secondo il racconto di Andò, non sono mai esistiti o invece ci sono stati sempre, sia come possibilità ma soprattutto ora come due nuovi personaggi che faranno parte per sempre del mondo fantastico della creazione artistica?

Dalla magia della letteratura che diventa sangue e ossa sia su assi di un palcoscenico, sia produzione fantasmatica su un telo bianco magico (non a caso l’antesignano del cinematografo si chiamava Lanterna magica) passiamo alla magia che corre digitalmente sulle autostrade informatiche e creano la nostra nuova realtà che potrebbe ingabbiarci per sempre come capita ad uno dei personaggi di Nirvana (1997) di Gabriele Salvatores. Quella del regista milanese, di origini napoletane, è una produzione inusuale e al contempo originalissima e riuscitissima nel panorama cinematografico italiano: film di fantascienza con profonde venature cyberpunk. Con parte della compagine attoriale che lo avevo portato al premio Oscar nel 1992 con Mediterraneo ci immette in un mondo illusorio, quanto mai attuale, in cui i confini tra realtà e apparenza, simulazione, fantastico non esistono più. Il protagonista, un ideatore e programmatore di videogiochi in crisi esistenziale, cercherà di aiutare la sua creazione, un personaggio del suo ultimo gioco inventato, che a causa di un virus, ha acquisito una coscienza ed è autoconsapevole del suo ruolo e della sua condizione, ad essere cancellato per sempre perché non vuole continuare a fare quella vita ripetitiva e sottoposto a comandi esterni. Il pericoloso e avvincente viaggio, che diventa simbolicamente anche profondamente interiore, che il protagonista percorre, risulterà vincente ma non sapremo mai se tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento, fino ai fotogrammi finali, sia una storia reale o soltanto una creazione nata dalla fantasia di uno dei personaggi. Infatti tutto il film alla fine si riavvolge velocemente all’indietro fino a dissolversi nella pupilla della ragazza che ha aiutato il programmatore. Sembra quasi un richiamare, in forma di omaggio, il primo piano finale di Robert de Niro in C’era una volta in America di Sergio Leone. Un dubbio filosofico e artistico che accompagna da sempre l’uomo. Lo stesso che potrebbe pervenire alla vostra coscienza nel momento in cui doveste riavvolgere velocemente indietro tutte le parole lette finora che vi hanno rimandato a tante immagini, a tante storie e non sapere fino in fondo se tutto ciò sia vero o soltanto frutto della vostra fantasia. Anche questa è magia.

per citare questo articolo

Alfonso Sabba:

La stranezza e Nirvana,

n. 28 - Pensiero magico,

maggio-agosto 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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