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Tony, Tiresia e Camilleri

19 Aprile 2019
Appena ho saputo che Camilleri aveva scritto un testo su Tiresia e che lo avrebbe recitato al Teatro Greco di Siracusa ho pensato che quella era un’occasione da cogliere al volo per andare nella parte della Sicilia che più amo.

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Tony, Tiresia e Camilleri

19 Aprile 2019
Appena ho saputo che Camilleri aveva scritto un testo su Tiresia e che lo avrebbe recitato al Teatro Greco di Siracusa ho pensato che quella era un’occasione da cogliere al volo per andare nella parte della Sicilia che più amo.

A Siracusa, poi, abita il mio amico Tony — da quando ha lasciato Salerno per tornare con moglie e figli nella sua terra madre. Insieme a Tony, nel primo periodo di vita della Fondazione Sinapsi, abbiamo percorso diverse strade, da quelle della Piana del Sele alle montagne dell’alta Irpinia per raggiungere famiglie e bambini non vedenti nelle loro case e per sostenerle nel non facile processo di integrazione, come si diceva una volta. Erano gli anni in cui i bambini non vedenti frequentavano gli istituti; mentre noi avevamo la forte esigenza di seguire i nostri utenti nei loro contesti, senza recidere i legami affettivi con le loro famiglie — come succedeva agli istituti tradizionali che, per realizzare quell’educazione speciale, procuravano molti e importanti problemi a genitori e figli. In quegli anni, il nostro intervento poteva sembrare “negazionista” riguardo alle difficoltà, sia quelle più intime — di ciascuna persona con disabilità — che quelle sociali, come la mancanza di conoscenze specialistiche di insegnanti e operatori, dal momento che enfatizzava le possibilità di successo che potevano avere i bambini non vedenti che crescevano nei propri contesti di vita e dunque sosteneva con entusiasmo il processo di integrazione che riguardava tutti, sia chi aveva problemi che chi, forse, non ne aveva. Tony diventava l’esempio vivente di chi ce l’aveva fatta: aveva studiato a Bologna e conosceva bene la città, si era laureato, lavorava in banca e insegnava ai corsi di specializzazione per insegnanti di sostegno, si era sposato e oggi ha 3 figli. Ma soprattutto per me è stato, e lo è ancora, un esempio di vita quotidiana: va a fare la spesa, ripara gli elettrodomestici di casa, viaggia spesso da solo, non si ferma di fronte alle difficoltà e continua a sfidare il suo limite. E dunque mi è venuto naturale chiedergli di andare insieme allo spettacolo di Camilleri che ha recitato Tiresia, anzi, per Camilleri che è diventato Tiresia, perché è cosi che ha aperto lo spettacolo il grande, vecchio scrittore: «Tiresia sono», ha sottolineato. Tiresia è la maschera di una persona che non vede, ma questo non vedere non è una punizione. Camilleri ha scelto non a caso Tiresia, il mito che attraversa diverse e tante facce dell’esistenza: da maschio a femmina, da giovane a vecchio, per sette generazioni vive e questa vita si arricchisce ogni volta e si arricchisce anche del fatto che non vede, percorre altre strade che lo portano alla conoscenza. Tiresia non solo perché non vede più, vede oltre e dunque può prevedere il futuro, ma proprio perché attraversa la cecità può vedere meglio e solo allora può pre-vedere. Camilleri lo dice nel suo spettacolo: «Sono un vecchio cieco che però vede meglio». Difatti non ha avuto bisogno di nessun aiuto per ricordare i testi che ha raccontato per due ore senza nessun calo di tensione. «Per me la parola è l’uomo», dice Camilleri nella bella intervista di Roberto Andò, direttore artistico e regista dello spettacolo, «spesso quando scrivo romanzi e deve entrare un personaggio nuovo, non lo descrivo, lo faccio parlare». Camilleri ha raccontato la nascita di quel mito, la trasformazione in donna e poi di nuovo in uomo, i motivi della sua cecità secondo la visione dei vari scrittori, le doti della preveggenza, affabulando come un anziano seduto su una poltrona che racconta a un nipote — non a caso un bambino era seduto ai suoi piedi. La voce di Camilleri è stata gigantesca, ha risuonato nei nostri corpi che erano sul monte Citerone — proprio dove Tiresia ammazza il dio-serpente e viene trasformato in donna, fino a quando rivela a Edipo che è lui il responsabile della morte del padre Laio. La scena era appena accennata, qualche nota di musica dal vivo, alcune proiezioni alle spalle dello scrittore, dove sono apparse poche immagini, per lo più brani dei miti, spesso in greco. Dopo una breve pausa Camilleri ha ripreso il racconto, presentando gli scrittori che hanno narrato Tiresia. Ha bacchettato Thomas Eliot perché lo descrive come un indovino fallito. Ci ha fatto raggiungere momenti di intensa emozione quando ha ricordato Primo Levi che esprime la metamorfosi peggiore che si possa subire, quella da uomo a non uomo — dalla quale solo la poesia può salvare. Peccato, mi sono detta, che non abbia considerato il testo della canzone di Vinicio Capossela Dimmi Tiresia: me lo aspettavo nel novero dei grandi narratori contemporanei e, ovviamente sarei rimasta ancora volentieri sui gradini del Teatro Greco di Siracusa, resi comodi e ancora più popolari dai grandi cuscini che si possono affittare nel teatro stesso. Bello, tutto molto bello, ho capito dopo, tornando a casa, che di questa bellezza e di questo stupore faceva parte anche il mio pensiero che si era alleggerito della considerazione negativa della cecità. La sfida a raggiungere traguardi importanti nella conoscenza e sapienza del mondo, la leggerezza con cui si possono affrontare le prove o i cicli della vita, mi ha aperto a una situazione di benessere e credo che in tutto questo ci sia entrata molto la presenza di Tony. Qualche giorno dopo nei brevi e radi scambi che ci concediamo via WhatsApp mi ha chiesto come stavo: «Bene,» gli ho detto, «a proposito di quelle faccende sai, sto bene se riesco a non vederle».«Ottimo», mi ha risposto, «vedere è una funzione da schifo».

un'immagine dello spettacolo di camilleri

per citare questo articolo

Francesca Porrari:

Tony, Tiresia e Camilleri,

n. 15 - Le maschere,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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