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Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

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Della cura e delle storie

14 Febbraio 2024
Avere cura di sé può essere un’arte.
Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

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Della cura e delle storie

14 Febbraio 2024
Avere cura di sé può essere un’arte.

Prendersi cura di chi ci è accanto: un piacere, come un posizionamento sociale. La cura del corpo: una disciplina, o un prodotto per visualizzazioni.
Dalla cura medica all’assistenza; dalla cura dell’orto di casa all’alimentazione; la cura performativa del corpo o della salute: «Se c’è una cosa che mi fa spaventare del mondo occidentale è questo imperativo di rimuovere il dolore», canta e scrive un cantautore.¹ E la rimozione del dolore dalla narrazione, di finzione e non, sembra non fare più parte dei nostri giorni. Raccontare il dolore, individuale (spessissimo), ma anche collettivo (forse con meno audacia e in maniera meno incisiva sull’immaginario collettivo a differenza del secondo dopoguerra), è come gettare un’ombra continua sulle storie, o meglio, una patina, che le colora già prima di incontrare lo sguardo di chi legge. Il dolore, il trauma o le condizioni di sofferenza, e le relative storie di cura, vivono di luce propria nella letteratura contemporanea. Hanno un proprio spazio, stanno costruendosi un sottogenere ben definito. Nell’ultimo anno sono passati alla ribalta, giustificatissima, titoli che sulla cura sanitaria, familiare, mentale, hanno aperto un varco nel quale chi legge può incontrare vite che non rimuovono né mitizzano: Ada D’Adamo ha, recentemente, inserito a caratteri cubitali il proprio nome nella storia della letteratura contemporanea, con a fianco un asterisco riferito a malattia e cura materna. In “Come d’aria” racconta in maniera straziante la propria malattia e lo sfinimento di doverla accompagnare con l’accudimento di una figlia disabile. La poesia è il bisturi col quale, non senza tentennamenti, viviseziona la quotidianità, i ricordi, i fatti e i sentimenti. La cura di una figlia diventa (o lo è sempre?) anche un percorso in cui si imparano nuove parole (mediche) e nuovi linguaggi (corporei, visivi) per comunicare oltre i dizionari, che non sempre uniscono, ma possono diventare una barriera. La cura di sua figlia è a tratti una necessità; un percorso simbiotico. Ma è anche una montagna insormontabile, quando si aggiunge al peso specifico di un’altra incombenza, della cura di sé stessa, dovuta a una malattia che, anche qui, lungi dall’essere raccontata come benedizione o maledizione, è invece una presenza, da mettere in relazione con tutte le altre, quotidiane o straordinarie, della propria vita. Curare e curarsi non dev’essere, però, soltanto un esercizio per estreme situazioni. Curare e curarsi è anche ogni giorno, è anche banalmente prendersi cura di sé. Ma banalmente non è un concetto assoluto. Banalmente non è sempre facile.

Se prendersi cura di sé non è facile, come per Icaro Tuttle, ogni piccolo gesto quotidiano diventa un colore che va a sfumare e variegare le possibilità di disegnare la propria vita. Con “Storia di tutti i miei tagli” l’artista affronta col fumetto un suo percorso di cura e fa, del fumetto, una cura, per liberarsi dalla Sindrome del Disturbo Post Traumatico da Stress emersa a seguito di una relazione tossica. Al di là di qualsiasi retorica romantica, la cura non ha a che fare, non solo, con «una passeggiata in mezzo alla natura o un bagno caldo»;² ha piuttosto la forma delle cose, e dei loro nomi e dei loro effetti che sono dolore e sono fatica; è la facoltà di riprendere in mano la malleabilità, il controllo, del proprio mondo. Un taglio di capelli, un taglio per distruggere una foto, un taglio per affettare del cibo; sono tutti piccoli gesti di modifica della realtà, di avanzamento, sono un agire su di sé e sul proprio transito da una condizione di solitudine ad una di opportunità, in cui la solitudine può essere uno spazio che ci si ritaglia, non un’imposizione. La cura della propria salute mentale, e quindi della propria salute tout court, diventa un puzzle di attenzioni, tempi da scegliere, ritagliarsi appunto, dialoghi con gli amici, ricerca di compagnia, percorso di terapia. Tutto può concorrere, nulla è da escludere.

In questo sottogenere che è, o potrebbe essere, la “letteratura del dolore”, si racconta quanto può far male, si sprofonda nelle paure condividendole, per curarle. Si dedica – però – loro, una cornice; le si esorcizza nelle storie. Per quanto sia facile attaccarsi a una pagina e trovarsi in simbiosi con la storia del racconto, il filtro letterario genera in ogni caso una giusta distanza all’interno della quale lavorare. Una distanza che è anche un discrimine tra narrazione e storytelling: perché non si vende una cura, ma si lascia immaginarla. 

NOTE

¹ Brunori Sas: Secondo me — Picicca Dischi — 2017

² Icaro Tuttle: Il fumetto è la mia cura — Tedx Brixen — 2022

per citare questo articolo

Eliana Calamiello, Mariano Mastuccino:

Della cura e delle storie,

n. 30 - La cura,

gennaio-aprile 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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