È quello che succede nel monumentale film Le quattro giornate di Napoli (1962) di Nanni Loy, dedicato alla memoria del giovanissimo partigiano, soltanto undicenne, Gennarino Capuozzo, morto durante i combattimenti per la liberazione della città di Napoli dall’occupazione nazifascista e insignito della medaglia d’oro al valor militare. Il racconto corale del film parte proprio dall’annuncio dell’armistizio firmato dall’Italia a Cassibile con gli Alleati, l’8 settembre del 1943. I festeggiamenti in corso nella città per quella che a tutti sembrerebbe la fine della guerra, vengono subito oscurati dalla violenza della repressione tedesca e l’atmosfera si incupisce per la repentina occupazione della città da parte delle truppe naziste, accompagnata da uno sbando totale dell’esercito italiano senza direttive, né comandi. La narrazione cinematografica di un Loy in stato di grazia, che per questo film otterrà la candidatura all’Oscar sia come miglior film straniero sia come sceneggiatura originale, si dipana attraverso i vicoli e i quartieri di Napoli, mostrando tutta la popolazione nei suoi variegati strati sociali e spesso pittoreschi atteggiamenti, alle prese con un’insurrezione dal carattere fortemente popolare, che fu capace, senza un reale coordinamento, né un comando unitario, di far fronte e riuscire a liberare la città dai tedeschi negli ultimi giorni del mese di settembre del ’43. Narrazione che diventa epica attraverso le azioni e gli episodi dei vari personaggi presenti nel film, che rendono palpabile e visibile l’unica vera protagonista: la città di Napoli. Una protagonista che assumerà dimensioni mitiche, perché antesignana e precorritrice della nascente “Resistenza” che in Italia cominciava a organizzarsi nel Centro e nel Nord. Il film di Loy è un monumento visivo da mostrare perennemente alle future generazioni, non solo per l’aspetto storico, ma anche per l’afflato collettivo che spinge a ribellarsi all’oppressore che rende schiavi inermi e succubi. Questa stessa tematica sottintende la realizzazione dell’altro film che prendiamo in esame in chiave “resistenziale”, proiettata nel futuro o nel futuribile prossimo venturo: Matrix (1999) dei fratelli Andy e Larry Wachowski.

Film cult che ha influenzato molto la cultura contemporanea sotto vari aspetti: atmosfere cyberpunk, effetti speciali con l’evoluzione del cosiddetto “bullet time” – scene al rallentatore con inquadrature che sembrano girare intorno alla scena –, impostazione delle inquadrature di stampo fortemente fumettistico. Ma il cuore del film riguarda anche l’impostazione di temi fortemente attuali, che assumono dimensioni di tipo filosofico-esistenziale. La Resistenza in questo film è rappresentata da esseri umani che hanno lasciato il loro stato di schiavitù, in qualità di “pile”, cioè fonti di energia atte a far funzionare le “macchine” governate dai programmi di funzionamento relativi. Matrix è appunto il mondo virtuale nel quale è resa schiava l’umanità e coloro che resistono e combattono sono esseri umani che cercano di riportare la vita sulla Terra e di nuovo sotto il diretto controllo della dimensione umana. Riflessioni quanto mai sempre più attuali. Buona Resistenza a tutti.