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Time to care

12 Dicembre 2019
Tempi di lavoro e tempi di vita, tempi obbligati e tempo libero, tempo necessitato e tempo di ozio. Non si può fare a meno di considerare il lavoro senza pensare al tempo, alla nostra stessa vita e al significato che assume nello svolgersi del lavoro.

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Time to care

12 Dicembre 2019
Tempi di lavoro e tempi di vita, tempi obbligati e tempo libero, tempo necessitato e tempo di ozio. Non si può fare a meno di considerare il lavoro senza pensare al tempo, alla nostra stessa vita e al significato che assume nello svolgersi del lavoro.

Da molto più di un ventennio in Italia, ma non solo, i lavoratori più fragili, i giovani per esempio, si stanno adattando a tempi di lavoro che non hanno più la stessa netta separazione dai tempi di vita e si chiamano in diversi modi: flessibilità, part time involontario, just in time, per rispondere al miglioramento continuo delle imprese, alle esigenze dei clienti, con reperibilità nel caso di un guasto, che si sta sempre più dilatando con gli interventi da remoto. L’altro aspetto da considerare legato al lavoro è quello dei servizi o meglio dei diritti, dal momento che la nuova cittadinanza, radicata nella coscienza collettiva promuove situazioni antagoniste alla logica proprietaria, definita sostanzialmente dalla riforma delle politiche sociali con la legge quadro del 2000. Nelle diverse storie di vita delle persone che raccogliamo quotidianamente, emergono, in gran parte irrisolte, voci che richiedono di essere ascoltate, spinte che vogliono aumentare la possibilità di partecipazione reale alla formulazione e implementazione delle politiche che toccano la vita di tutti i cittadini. Il tempo rimane il nodo centrale della questione che non dovrebbe essere dicotomica: tempo di lavoro da un lato e tempo di vita dall’altro; tempo di cura come tempo essenzialmente privato e tempo per sé, ma non so oggi cosa resta nel dibattito politico della necessità di mettere il tempo al centro delle politiche. Time to care è un prezioso lavoro che potrebbe sembrare datato. È un volume del 1987 ma ha il pregio di raccogliere riflessioni di studiosi e studiose europee che hanno lavorato in collegamento tra di loro sui temi del welfare, tessendo un telo comune. Lo studio ha affermato con forza la necessità di affrontare in maniera integrata le questioni del lavoro e della cura al fine di consentire contemporaneamente maggiore libertà individuale e maggiore responsabilità collettiva — o solidarietà. «Prendersi cura di sé e degli altri, agire come membri della comunità attivi e responsabili è un bisogno e insieme una responsabilità sociale, occorre destinarvi tempo e risorse». Time to care considera di prevedere forme obbligatorie, nel corso della vita, per attività di cura che dovrebbero coinvolgere tutti. Le conquiste più significative del movimento operaio sono ruotate intorno alla questione del tempo: parti del giorno, della settimana, dell’anno, sono state sottratte ai rapporti di mercato. Anche se il tempo libero non è affatto esente dalla mercificazione, bisognerebbe far luce su «pezzi di tempo cui occorre dare senso. Cambiare le biografie individuali e collettive sia a livello quotidiano che a livello dell’arco della vita, coinvolgendo sfere di attività e dimensioni delle esperienze diverse». La flessibilità dunque potrebbe essere intesa non solo come esigenza del lavoro ma anche del lavoratore: dovrebbe essere utili a intraprendere o approfondire il proprio percorso di formazione o per congedi di maternità o paternità o di cura dei familiari. Giorgio Ruffolo sostiene che a coloro che non trovano lavoro nel mercato dovrebbero essere offerti lavori utili nel settore pubblico come pure le persone dovrebbero essere pagate nel tempo da dedicare a un progetto di cambiamento personale — studiare, cercare di inserirsi in un nuovo percorso lavorativo — o per dedicarsi per l’appunto a responsabilità familiari o sociali. «In questa prospettiva,» afferma Chiara Saraceno, «ha senso parlare di salario di cittadinanza, non come somma data a tutti indipendentemente dalla posizione nel mercato del lavoro o anche solo a tutti i disoccupati, ma come garanzia di reddito mentre, nel corso della vita, ci si muove entro e fuori diverse sfere di attività e responsabilità, come sistema modulare in cui di volta in volta può esservi un reddito di lavoro o da borsa di studio o da congedo remunerato. L’invito è a spingere il pensiero oltre quello che riusciamo a concederci in tempi di recessione». Potremmo, come ci invita a fare Laura Balbo, proporci un obiettivo preliminare: «ripensare la concettualizzazione, …rinunciare al rassicurante bagaglio di espressioni rimbalzate innumerevoli volte nei discorsi nostri e altrui. Nella scelta di rimanere entro un linguaggio familiare e largamente praticato, c’è pigrizia, conformismo nei confronti di una tradizione consolidata»… Dunque dobbiamo cercare parole nuove. Se la società determina per i più condizioni di immersione piena nella complessità, viviamo diversamente l’esperienza del quotidiano se siamo giovani o anziani o se viviamo nelle periferie o nelle metropoli. Siamo tutti, o meglio, ciascuno di noi è partecipe di una pluralità di ambiti e non aderisce completamente a uno soltanto. Salvatore Veca parla di uguaglianza complessa, nel senso di rispettare, proteggere e favorire le differenze. «Non è solo una facile affermazione di principio ma significa correggere e neutralizzare gli esiti o effetti che dalle differenze derivano per le vite di uomini e donne, per la nostra sorte». Mi chiedo a questo punto, a distanza di più di un ventennio, se non ne valga davvero la pena riprendere queste riflessioni.

per citare questo articolo

Francesca Porrari:

Time to care,

n. 18 - Lavoro,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Era il 1970 quando, sullo sfondo delle note di Working class hero di John Lennon, usciva la legge n. 300/1970, conosciuta anche come Statuto dei lavoratori, recante «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale dei luoghi di lavoro e norme sul collocamento».

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Quello che vorrei comunicare non è una teoria sul lavoro ma una riflessione, prima di tutto, sulla mia esperienza di lavoro in rapporto con quello che io sono. Infatti la prima premessa del lavoro è proprio la presenza di uno che dica: «io».