La condivisione estrema è pericolosa. A lungo andare può anche far male. Molto male. Una metafora dell’eccesso di condivisione può essere letta nel recente film Indivisibili di Edoardo De Angelis, uscito nel 2016. Due gemelle siamesi, unite dalla nascita, sono schiavizzate dall’ambiente familiare e culturale e utilizzate come fenomeni da baraccone, in qualità di cantanti neomelodiche, perché questo sarebbe l’unico modo per sopravvivere in una società in cui i “normali”, i sani, hanno molta difficoltà a sbarcare il lunario.
La condivisione estrema è pericolosa. A lungo andare può anche far male. Molto male. Una metafora dell’eccesso di condivisione può essere letta nel recente film Indivisibili di Edoardo De Angelis, uscito nel 2016. Due gemelle siamesi, unite dalla nascita, sono schiavizzate dall’ambiente familiare e culturale e utilizzate come fenomeni da baraccone, in qualità di cantanti neomelodiche, perché questo sarebbe l’unico modo per sopravvivere in una società in cui i “normali”, i sani, hanno molta difficoltà a sbarcare il lunario.
Questo è ciò che rimanda alle giovani gemelle adolescenti il contesto, familiare e culturale, della provincia degradata del casertano, in fondo dovrebbero ritenersi fortunate ad essere così “particolari”. Eppure arriva il tempo in cui, con la crescita e la maturità, sgorga la necessità di essere autonome e indipendenti. All’improvviso arriva il medico chirurgo che fa balenare loro la possibilità di separarsi. Da una condivisione simbiotica di ogni aspetto dell’esistenza, materiale, sentimentale, sensoriale, alla possibilità di essere se stesse nella diversità, comunque insita in ogni essere umano. Perché, se è vero che la condivisione può essere un grosso stimolo alla crescita e alla formazione di un individuo, nello stesso tempo deve essere tutelata anche la normale ricerca e costruzione di una propria identità e individualità. Solo nella formazione e nell’individuazione di se stessi ci può essere una reale condivisione. Condivisione della differenza, della diversità, dell’identità unica e irripetibile che ogni essere umano porta con sé. La condivisione estrema porta alla simbiosi, al proselitismo fanatico, all’annullamento delle diversità, delle differenze, porta all’uniformità, all’amalgama incandescente che porta al totalitarismo, all’appiattimento su forme di pensiero unico che non ammettono interferenze estranee, che non permettono condivisioni se non con il proprio simile, con chi la pensa allo stesso modo, sulla scia della massa. Un po’ come funzionano gli algoritmi dei social moderni e della contemporanea comunicazione di massa su internet. Condividere contiene in sé i due concetti del cum, latino, l’essere con, lo stare insieme, ma anche il dividere, cioè creare delle separazioni, dei confini netti, dei perimetri che possono anche essere messi insieme, ma nella loro separazione, nella loro diversità. Un po’ come nell’altra pellicola, diretta da Bernardo Bertolucci, nel 2003, dal titolo The dreamers – I sognatori, che pone a modello, in questo mini percorso di celluloide, di un’utopica possibilità di sharing, utilizzando il termine anglofono, ormai molto in voga. Soprattutto in questo film il termine con(di)visione risulta oltremodo appropriato: una visione fatta insieme, una visione che accomuna i tre ventenni protagonisti del film, cinefili incalliti e frequentatori della Cinémathèque Française. La visione di un film, in una sala, è una delle più potenti condivisioni che esistano nel mondo reale, mentre in quello virtuale si esalta principalmente un solipsismo e una solitudine esasperata, mascherata dall’illusione di una condivisione collettiva. I tre ragazzi, due parigini (guarda caso anche qui gemelli, fratello e sorella) e uno statunitense, condivideranno, proprio agli albori della primavera del ’68, tutto, a partire dalle passioni, ai sentimenti, agli ideali, al sesso, alla politica. Alla fine questa totale condivisione, anche in questo caso, porterà ad una separazione, quella rivoluzionaria, armata e violenta, dei fratelli parigini, e quella pacifista, da figlio dei fiori, dello statunitense. Le condivisioni estreme portano sempre a una separazione, quando si formano le identità, che maturano con il processo di crescita. Un’equilibrata condivisione può far crescere meglio e bene. Un’eccessiva condivisione può far molto, ma molto male.
Paul Watzlawick nel suo prezioso Pragmatica della comunicazione umana teorizza, forse per la prima volta con una metodologia scientifica, una serie di assiomi che descrivono proprietà tipiche della comunicazione aventi importanti implicazioni relazionali. L’assunto iniziale è che comunque ci si sforzi, non si può non comunicare, implicando livelli comunicativi non solo di contenuto ma anche di relazione.
Quando ho sentito che condivisione o sharing sarebbe stato il tema del prossimo numero di Orione, ho pensato subito che un personaggio come chef Rubio doveva essere interpellato.
«Se sopprimi l’alterità tutto sarà unità indistinta e silenzio». Plotino
In modo provocatorio parto dalla citazione di Plotino in esergo per affrontare il tema della condivisione ed evidenziare fin da subito un possibile rischio qualora si desse a questo termine una valenza unicamente positiva, cosa che pure indubbiamente racchiude tra i suoi significati.
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