Come sono inevitabili nella cognizione umana il giorno e la notte, antitetici e complementari, come tutti gli opposti, che si differenziano ma sono indissolubilmente legati l’uno all’altro, così nella condizione dell’uomo/donna appare evidente la dicotomia e la presenza di due dimensioni naturalmente distinte e opposte definite biologicamente nell’essere maschio e nell’essere femmina. Creazioni di stampo molecolare, cellulare, cromosomico. Superata questa basica contrapposizione che rende innegabile l’evidenza genica che si trasforma in corpi e strutture complementari, si giunge inevitabilmente alla dimensione spirituale, interiore, “animica”, che spesso sfocia nella dimensione sociale, ma il più delle volte permane sotterranea e sottaciuta. Insomma maschio e femmina sono determinazioni biologiche e naturali, uomo e donna sono costruzioni sociali. Mentre la prima antitesi non cambia (se non per processi medico-chirurgici che l’affinamento tecnologico dei nostri tempi permette), la seconda varia o può variare al cambiamento e alla trasformazione della società. Due film segnano delle tappe per prendere coscienza della fallacia di irrigidimenti su posizioni predefinite e preordinate dalla dimensione biologica. In principio fu Orlando, già romanzo degli inizi del Novecento dell’inglese Virginia Woolf, adattato al grande schermo da Sally Potter nel 1992. Orlando, nato androgino e letterariamente ancorato a echi da poema classico-moderno, con evidenti richiami anche al nostro “furioso” ariostesco, è un aristocratico inglese nato nel periodo elisabettiano che nel corso dei suoi quasi quattro secoli di vita diventerà donna. Un’invenzione letteraria, Orlando, che nasce per rappresentare la trasformazione dell’anima del tempo, da uomo fino al Settecento e da donna fino ai nostri giorni, reso ottimamente dalla regista inglese scandendo i passaggi tra le varie fasi come se fosse un corale, oltre che intimo, romanzo visivo di formazione. L’ineccepibile e impeccabile interpretazione di Tilda Swinton nelle vesti di Orlando uomo e poi donna, catturano l’attenzione dello spettatore e lo invitano a specchiarsi continuamente in se stessi nei continui, e a volte persistenti, primi piani che l’attrice, già di per sé dal volto fortemente androgino, come a volerlo rendere complice, partecipe, ma anche invitandolo, indirettamente, a scrutarsi e vedersi profondamente nell’anima. Mentre l’opera della Potter permane in una dimensione ideale, letteraria, culturale, quasi metafisica, reinterpretando a suo modo il lascito della Woolf, di natura estremamente diversa, almeno negli intenti, appare l’opera di Tom Hooper con il suo The Danish Girl del 2015. Il racconto della storia di Lili Elbe, pseudonimo del pittore danese Einer Weneger, che durante il suo percorso artistico e più prettamente umano, accompagnato sempre e mai abbandonato, anzi aiutato dalla moglie, anche lei pittrice, Gerda, si rende conto di sentirsi intrappolato in un corpo non suo e si sottoporrà a un intervento di cambio di sesso, negli anni Trenta dello scorso secolo, dagli esiti purtroppo fatali, che lo annovererà nella storia come primo transgender, dal sesso maschile a quello femminile. Hooper inserisce i suoi personaggi in degli splendidi affreschi visivi che sono una gioia per gli occhi e per gli amanti delle arti figurative e che sono anche un pregevole tributo all’essenza primigenia dei protagonisti che vivono di pittura e nella pittura, ma in fondo non va oltre al lascito concettuale della compatriota Potter: rimane completamente disteso, in maniera elegante e riccamente accompagnato da una splendida fotografia, un’ottima scenografia, una quasi perfetta sceneggiatura, nonché da un’interpretazione senza sbavature di Eddie Redmayne, ma ancor di Alicia Vikander, che le permise di aggiudicarsi l’Oscar come miglior attrice non protagonista, in una prosecuzione ideale di ciò che in Orlando era già pervenuto alla coscienza e sulle labbra del tempo odierno: che in fondo non è il sesso a determinare l’identità di un individuo. Hooper non è un Cronenberg e sicuramente non è nelle sue corde il mostrare, oltre alla lacerazione dell’anima, anche quella del corpo che si trasforma. In ogni caso rimane un bell’affresco lirico. Una delicata ed elegante poesia moderna.
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