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Le parole possono essere lame taglienti o carezze. (Eugenio Borgna)
Psichiatra, psicoterapeuta, psicoanalista.
Sono uno psichiatra, uno psicoterapeuta, dovrei dire meglio uno psicoanalista se non mi suonasse un po’ tronfio, di sessantotto anni. Ho iniziato la mia attività nel lontano 1976, dopo la laurea in medicina conseguita a Napoli. All’epoca l’impegno per una psichiatria che rompesse le logiche manicomiali mi assorbì completamente e iniziai a lavorare prima a Napoli e poi a Torino sia nell’ospedale psichiatrico di Collegno, dove ho dato il mio contributo ai processi di deistituzionalizzazione, e, successivamente, in un quartiere molto complesso di Torino. Tornato in Campania ho proseguito la mia attività in vari servizi di salute mentale. Intanto ho fatto una formazione analitica attraverso un percorso personale, seguendo corsi promossi dal Tavistock Clinic di Londra, supervisioni e approfondimenti teorici con Pier Francesco Galli e con collaboratori della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, con Fabiola Leclerc, presso l’ABA di Milano e con Silvia Amati SAS per le tematiche relative alla violenza e all’abuso. Ho insegnato per alcuni anni alla scuola di specializzazione in Psichiatria e al corso di riabilitazione psichiatrica della Seconda Università di Napoli.
Il confronto con la sofferenza psichica dei miei pazienti mi ha portato ad approfondire una serie di tematiche quali ad esempio il rapporto tra psicopatologia ed arte (sia da un punto di vista teorico che per le pratiche di arte terapia), le dinamiche del trauma legato all’abuso e alla violenza estrema e altro. Una delle spinte alla base di questa ricerca è probabilmente dovuta al bisogno di attraversare quel nebuloso senso di oppressione che un’amica psicoanalista ha definito un “bisogno di sublimazione”. Sublimazione che ha a che fare con l’ineludibile fondo di violenza comunque presente nella cura della sofferenza psichica, al di là delle intenzioni dei soggetti che la praticano. Violenza perché in modo più o meno celato, immancabilmente, si presuppone che l’altro abbandoni il suo mondo di sensazioni, convinzioni per ritornare dove presumiamo egli debba stare.
Le parole possono essere lame taglienti o carezze. (Eugenio Borgna)
Il mare che vediamo ci dà sempre nostalgia di quello che non vedremo mai. (F. Pessoa)
La moglie di Lot si volta a guardare Sodoma bruciare e si trasforma in una statua di sale, Gregor Samsa, nel racconto di Kafka, risvegliandosi, si trova mutato in uno scarafaggio, Yeong-Hye, nel romanzo La Vegetariana di Han Kang, di fronte alla insopportabile violenza del genere umano, decide di rinunciare a tale condizione e vuole trasformarsi in pianta, nutrendosi solo di liquidi.
La tolleranza è la virtù che arricchisce la conoscenza reciproca, il dialogo, che dalla tolleranza dipende, è la via della convivenza. La violenza e la guerra iniziano quando cessa il dialogo. La Pace, quando incomincia il dialogo. (Gustavo Zagrebelsky)
L’inizio e la fine di ogni attività Letteraria è la riproduzione del mondo che mi circonda per mezzo del mondo che è in me (Johann Wolfgang Goethe)
La leggerezza, che è il contrario della superficialità e dell’effimero, nella nostra epoca più che in altre sembra essere merce rara.
Nel Film tedesco del 2006 Quattro minuti si seguono le vicende di due donne, una giovane, Jenny von Loeben, l’altra anziana, Gertrud Kruger e del loro scontro/incontro.
Di fronte alla sofferenza del mondo Tu puoi tirarti indietro, sì è qualcosa Che sei libero di fare… ma precisamente Questo tirarti indietro è l’unica Sofferenza che potresti evitare Franz Kafka Mi chiedo quante persone ho guardato Per tutta la vita e non ho mai visto. John Ernest Steinbeck
Esistono i colori in natura? Alla domanda apparentemente provocatoria si potrebbe rispondere sì e no, in quanto è il nostro cervello che, attraverso alcune cellule nervose, i fotorecettori chiamati coni, presenti nella parte più sensibile della retina (fovea) convertono alcune lunghezze d’onda dei fotoni della luce in segnali che definiamo colori.
Altro non presentavasi alla sua mente Che incantamenti, contese, battaglie… Amori, ed impossibili avvenimenti… Niuna storia …gli pareva più vera di quelle Ideate invenzioni che andava leggendo… Dal Don Chisciotte
Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.
“A mio parere, uno dei fattori più importanti da tenere presente circa l’esperienza traumatica è che il paziente ha dovuto affrontare tutto da solo, talvolta per un tempo considerevole”. (Rosenfeld, 1987)
«A questo punto del racconto sopraggiunse il mattino e Shahrazàd smise la narrazione consentitale. Allora sua sorella le disse: - Quant‘è bello, piacevole e dolce il tuo narrare!» (da Le Mille e una notte).
“…cercare il senso, per voler essere e non lasciarsi essere dalle cose del mondo.” Enrico Mreule, in Un altro mare di Claudio Magris
Guardando i canali televisivi in un giorno qualunque, ci accorgeremmo di quante pubblicità riguardanti il cibo, di quanti programmi sono centrati sui modi più raffinati di preparare pietanze nuove o originali, di quante competizioni volte a stabilire i migliori ristoranti, i cuochi dilettanti più bravi o di quante sfide per accedere a scuole esclusive di cucina.
«Se sopprimi l’alterità tutto sarà unità indistinta e silenzio». Plotino In modo provocatorio parto dalla citazione di Plotino in esergo per affrontare il tema della condivisione ed evidenziare fin da subito un possibile rischio qualora si desse a questo termine una valenza unicamente positiva, cosa che pure indubbiamente racchiude tra i suoi significati.
Proverò ad affrontare la dialettica centro-periferia o periferia-centro accennando a due aspetti: la relazione tra soggetti forti e gli altri, i portatori di disabilità e/o sofferenze psichiche e, ancora, la dinamica, tutta interna al soggetto stesso, tra l’esserci, inteso come consapevolezza di sé rispetto a un lasciarsi esistere.
«Fantasia, un termine che e anzi apre verso una ricerca più articolata, che non teme di sondare il terreno dell’uomo» Massimiliano Finazer Flory
Parto da due immagini per sviluppare le note che intendo proporre. La prima è quella di una mostra: Collezione di utensili in disuso, legati al lavoro artigianale, di Piero Leddi.[1] Non ho alcuna intenzione di riproporre logiche nostalgiche di un passato felice — se non il dispiacere, per quel che mi riguarda, del disuso delle penne stilografiche.
Del tema proposto dalla redazione di Orione proverò, attraverso qualche breve riflessione, a evidenziare due questioni. Una riguarda l’identità a cui rimanda l’immagine delle radici e l’altra, partendo dal concetto di madre-terra, alle correlazioni, ma anche alle dissonanze, tra la terra, intesa come Habitat, la funzione materna e l’agire umano.
Inseparabile dal problema stesso della persona, dall’immagine di sè e dell’altro, la maschera, pur mutando supporto, stile, funzioni, è ancora destinata ad accompagnare, «mettendole in scena», le vicende delle culture. In questo senso taluni artisti l’hanno proposta come simbolo della società stessa, nel momento stesso in cui si vive in una delle più acute crisi d’identità.
Katharina, nata in Austria, aveva poco più di cinquant’anni, quando nella piccola stanza dell’istituto psichiatrico, prima di dormire, per poter dormire, ogni sera disegnava la mappa degli organi del suo corpo che le davano dolore.
Tzimtzum – o tzim tzum – è un'antica parola ebraica – – che significa letteralmente ritrazione o contrazione ed è stata utilizzata originariamente dai cabalisti