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Maschere Dogon

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Immaginando altre vite

18 Aprile 2019
Inseparabile dal problema stesso della persona, dall’immagine di sè e dell’altro, la maschera, pur mutando supporto, stile, funzioni, è ancora destinata ad accompagnare, «mettendole in scena», le vicende delle culture. In questo senso taluni artisti l’hanno proposta come simbolo della società stessa, nel momento stesso in cui si vive in una delle più acute crisi d’identità.
Maschere Dogon

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Immaginando altre vite

18 Aprile 2019
Inseparabile dal problema stesso della persona, dall’immagine di sè e dell’altro, la maschera, pur mutando supporto, stile, funzioni, è ancora destinata ad accompagnare, «mettendole in scena», le vicende delle culture. In questo senso taluni artisti l’hanno proposta come simbolo della società stessa, nel momento stesso in cui si vive in una delle più acute crisi d’identità.

Basterebbe questa citazione tratta dall’enciclopedia Einaudi (1979),[1] per rimarcare l’opportunità della scelta riguardante la tematica delle “Maschere” fatta dalla redazione di Orione. Tematica che ha una sua prima e strutturale complessità nelle variegate sfaccettature dei possibili approcci e significati in essa implicati. Il concetto di maschera rimanda, ad esempio, ai verbi mascherare, nascondere, che può avere sia un’accezione connotativa di inganno, imbroglio, ma anche il senso del tenere celato qualcosa che non si vuole mostrare, qualcosa di intimo, di segreto. Oscar Wilde diceva «Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero», evidenziando come in molte occasioni il proprio pensiero si esprima più facilmente nella sicurezza dell’anonimato, nella “giustificazione” dell’ebbrezza o, a volte, nascosti nella “distanza” dei social. Le tante maschere appartenenti ai vari popoli delle diverse latitudini — come le maschere dei Dogon — fanno parte di riti antichi, spesso collegati alla simbologia del passaggio vita-morte e vincolati a una logica che ha precise regole, riferimenti e finalità sia per il singolo individuo che per la comunità nel suo insieme. Le maschere possono, però, anche essere considerate espressioni metaforiche di aspetti diversi della personalità del soggetto: è la pluralità di sè. Nella tragedia antica il mascherarsi era il segno immediatamente connotativo di un dato carattere, l’estrema cristallizzazione espressiva di quel personaggio; così come in ogni epoca ci sono fasi della vita che richiedono a diversi soggetti — per esempio agli adolescenti — una quasi dogmatica identificazione con maschere rigide per rappresentare se stessi — essere punk, metal, hip hop, squat, dark, emo, piuttosto che hipster. È proprio attraverso questi processi identificativi, infatti, che gli adolescenti cercano di affrontare un percorso di individuazione dalla propria famiglia e sviluppare un necessario processo di maturazione verso una maggiore autonoma. Vi è, di contro, una linea di tendenza che caratterizza la contemporaneità costituita da uno stile di vita apparentemente opposto, in cui ci si propone agli altri attraverso modalità relazionali mutevoli, espressione di aspetti parziali, magari esasperati — fino a che punto autentici? — della personalità del soggetto. Potremmo definirle maschere temporanee, continuamente in divenire, che in alcuni momenti dell’esistenza prevalgono su altre parti del sé, dando vita a seconda dei contesti, delle contingenze, degli interlocutori, a modi di pensare, a comportamenti contraddittori, oscillanti, come afferma Axel Hanneth. Così, individui possono apparire irreprensibili, solerti nel mondo del lavoro e poi, all’interno della famiglia o nelle relazioni affettive, essere assenti, instabili, finanche violenti — si pensi ai tanti fatti di cronaca che vedono protagonisti persone definite “normali” dai conoscenti. In questa prospettiva la maschera del don Giovanni, per Bauman, [2] così come viene raffigurata da Molière, Mozart o Kierkegaard, può essere considerata emblematica della condizione identitaria non più monolitica propria della nostra epoca. Questo personaggio, infatti, cercando nel femminile sempre nuove avventure, nuovi orizzonti, esprime il suo bisogno di cambiamento, di vivere nell’attimo fuggente del qui e ora, di privilegiare opportunità mutevoli e di breve durata rispetto a preoccupazioni di coerenza, di continuità, stabilità, di adesioni a regole… Se negli anni ’50-’60 vi erano dei ruoli sociali ben definiti con cui ci si poteva identificare e che si iscrivevano in forti valori di appartenenza, intorno agli anni ’70-’80 l’immagine del soggetto ha perso la dimensione sostanzialmente conformista rispetto alle convenzioni e alle attese. Come afferma Remo Bodei oggi sono aumentate la quantità di vite immaginarie che introiettiamo continuamente dai mezzi di comunicazione di massa, ma nello stesso tempo, troviamo, difficoltà ad organizzare tale complesso sistema di punti di vista e di riferimenti. [3] Secondo alcuni autori l’arricchimento soggettivo costituito dalla capacità di aprirsi ai molti lati della propria personalità costituisce un indubbio arricchimento, ma è anche vero che ciò comporta l’esistenza di un’altra faccia della medaglia altrettanto importante e da non disconoscere. Chantal Delsol sottolinea come oggi l’esibizionismo, l’assenza di pudore, l’ostentazione pervade e prevale in ogni aspetto del sociale rispetto alla profondità per cui l’individuo finisce per liberarsi della propria interiorità, attivando una vera e propria fuga da sé. [4] Queste considerazioni con prepotenza riportano in primo piano il discorso dell’essere e dell’apparire e la questione del concetto di Falso Sè proposto da Winnicott. Il Falso Sé per questo autore costituisce un’organizzazione difensiva della personalità, la cui funzione è di proteggere, come in un bozzolo o un involucro, il Sè autentico dell’individuo. Nel falso Sè la relazione con la realtà esterna è fatta di acquiescenza. Le risorse psichiche vengono usate per aderire completamente ai ruoli imposti dalla famiglia, dalla società con l’annullamento dei propri aspetti creativi verso sé stessi e nei rapporti interpersonali («Sarò come tu mi vuoi» è la frase che sintetizza questa posizione del soggetto). Ma c’è un “vero sé”? Molti hanno messo in discussione l’esistenza di una verità unica dell’essere del soggetto. L’individuo, in sostanza, si definirebbe all’interno di un insieme di narrative possibili che continuamente crea, muta, rinnova nel corso della propria vita nella relazione con sé stesso e con gli altri. Sarebbe riduttivo e fuorviante in queste pagine proporre anche una parziale sintesi di un complesso dibattito meritevole di uno specifico approfondimento. Qui vorrei porre l’accento su un altro aspetto contraddittorio della contemporaneità: il disagio che suscita la continua spinta alla pienezza di sé. L’attuale scarto, sempre più marcato, tra aspettative e realtà si accompagna, infatti, a un profondo sentimento di precarietà, di essere sospesi tra percorsi esistenziali anche difformi e il dover operare scelte definitive. Scelte difficili in quanto presuppongono l’attivazione di un “lutto” per le rinunzie che inevitabilmente esse comportano e per questo si cerca di evitarle nell’illusione di fermare il tempo e di mantenere il più a lungo possibile una maschera da Peter Pan. Paul Klee, con l’immagine inquietante del Funambolo — una figura sospesa su un sottilissimo filo a sua volta non appoggiato a nessuna struttura nella ricerca di un equilibrio — sembra aver colto questo aspetto centrale del nostro presente.

Paul Klee, Il Funambolo
Paul Klee, Il funambolo

Il senso di stabile instabilità costituisce uno dei fattori che alimentano un clima sociale che nel suo essere così fluido e apparentemente poco definito porta alla ricerca a volte spasmodica di certezze. La radicalizzazione dei punti di vista, fino alla più totale intolleranza rispetto a posizioni diverse dalle proprie — si vedano i dibattiti nell’ambito della politica, il discorso sui vaccini… — costituisce un effetto strettamente legato a questi bisogni di ancoraggio a posizioni e derive che assicurano sicurezze o pseudo sicurezze. La cristallizzazione del proprio essere nel mondo [5] si riflette anche in alcune attuali e peculiari forme assunte dal disagio psichico di cui finisce per assumerne un aspetto specifico. Cito, a mo’ di esempio, un fenomeno emblematico di tale disagio, spesso sottostimato e disconosciuto sia da chi ne soffre che dalle persone vicine: l’ortoressia, condizione che rientra nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare. Steven Bratman, osservando se stesso, nel 1997 coniò questo termine (dal greco orthos, “corretto” e orexis, “appetito”) per indicare una forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche. Anche questo discorso meriterebbe un ulteriore approfondimento, ma prima di concludere mi preme porre un’ultima questione. Fino a che punto la moltiplicazione delle potenzialità di espressione delle diverse parti del proprio sé è il frutto di libere scelte soggettive? Le maschere, i ruoli, i comportamenti assunti da ognuno non potrebbero essere in realtà la performante induzione dall’interiorizzazione di stereotipi che ci vengono continuamente e in maniera subliminale proposti dai mass media e dai social? In questa prospettiva le maschere risulterebbero, allora, il più delle volte, espressione di un copione per la quasi totalità non scritto dal soggetto e finirebbero per nascondere, fino a negare, la parte più autentica della personalità di cui rimane solo un vago e a volte indistinto richiamo. Richiamo che può essere ascoltato solo attraverso un faticoso — e spesso doloroso — lavoro di presa di consapevolezza che, secondo Silvia Amasti Sas, deve tener conto non solo delle dimensioni intrapsichiche, interpersonali, ma anche di quella trans-soggettive, derivante dal contesto sociale nelle sue poliedriche espressioni. Maurizio Ferraris[6] a commento di un libro di Remo Bodei [7] afferma che la questione non è tanto quella di definire ciò che ci appartiene e quanto invece ci viene dagli altri, dal sociale, ma di non lasciarsi irretire dalla mortifera sensazione pirandelliana di essere Uno, nessuno e centomila. Allora la ricerca del vero sé, di winnicottiana memoria, si pone come linea d’orizzonte, forse irraggiungibile, ma che comunque può consentire la costruzione di visioni e di narrazioni di sé sempre più vicine a un senso di identità che ci riconosce e che riconosciamo. E il senso del discorso sulle maschere? La maschera nei suoi aspetti simbolici, come si è detto, pone in essere costantemente un movimento oscillatorio tra un senso di estraneità, quel perturbante (Unheimlich) individuato da Freud[8], e il familiare (Heimlich), l’usuale. È in questo movimento che si pongono, tra le infinite possibilità esistenziali, le inquietanti domande: chi siamo, chi siamo stati, chi vorremmo essere. In effetti la maschera nel suo ambiguo, metaforico mostrare il “non essere” o sostanziando aspetti parziali di noi, segna un confine, lo evidenzia, a volte lo grida e, facendolo, reclama un nostro posizionamento: in sostanza l’uscita dal magma accidioso del convenzionale, dell’essere massa indistinta, dell’adattarsi a qualunque cosa, anche la più violenta. In questa prospettiva il riconoscimento delle proprie maschere costituisce un elemento significativo nell’acquisizione di una sempre maggiore consapevolezza di sé stessi e delle proprie potenzialità. Il mio discorso credo si sia disperso in molti rivoli e temo non abbia trovato una sua precisa linea di coerenza interna. Mi consola l’idea che offrire suggestioni diverse — spero non troppo contraddittorie —, lasciare anche molti aspetti insaturi, può servire ad attivare pensieri, a sviluppare curiosità, consapevolezze, a guardare questioni da punti di vista, non convenzionali, altri.

NOTE

[1] Axel Honneth: Teoria delle relazioni oggettuali e identità postmoderna — Psiche 1 — 2002.

[2] Zygmunt Bauman: Intervista sull’Identità — Editori Laterza — 2009

[3] Remo Bodei: op. cit.

[4] Chantal Delsol: Elogio della singolarità — Liberilibri — 2008

[5] Dal titolo di un libro di Ludwig Biswanger, Astrolabio — 1971

[6] Maurizio Ferraris: Se noi siamo le vite degli altri — La Repubblica del 29 dicembre 2013

[7] Remo Bodei: Immaginare altre vite — Feltrinelli — 2013

[8] Secondo Freud il ”perturbante” è qualcosa che prima era familiare nella vita psichica e che poi è stato estraniato dal soggetto attraverso la rimozione. Si vuole ancora sottolineare che Heimliche significa tranquillità del focolare domestico, è il familiare, l’intimo, l’abituale, ciò che conosciamo e che ci conferisce stabilità. Unheimliche (il perturbante) descrive essenzialmente la sensazione di spaesamento e di estraniamento. È tutto ciò che non dovrebbe essere rappresentato, che dovrebbe restare segreto, nascosto, intimo ma che invece è riaffiorato, è riemerso e che ci perturba, ci mette in uno stato di incertezza e di inquietudine.

per citare questo articolo

Federico Perozziello:

Immaginando altre vite,

n. 15 - Le maschere,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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