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La foto di apertura è di Sandro Montefusco, scattata a Tijuana, fa parte del progetto "Uomini sul confine".

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La linea dell’orizzonte

23 Aprile 2019
Tzimtzum – o tzim tzum – è un'antica parola ebraica – – che significa letteralmente ritrazione o contrazione ed è stata utilizzata originariamente dai cabalisti
La foto di apertura è di Sandro Montefusco, scattata a Tijuana, fa parte del progetto "Uomini sul confine".

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La linea dell’orizzonte

23 Aprile 2019
Tzimtzum – o tzim tzum – è un'antica parola ebraica – – che significa letteralmente ritrazione o contrazione ed è stata utilizzata originariamente dai cabalisti

In riferimento all’idea di una autolimitazione di Dio che si ritrae nell’atto della creazione del mondo.[1] Dio, dunque, ritraendosi, crea il mondo, ma per farlo ha bisogno di porre un limite, un confine. Il concetto di limite è antico e certo ha qualcosa a che fare col fatto che l’uomo è l’unico animale che ha consapevolezza della propria morte: «La morte è il limite di tutte le cose».[2] Mettere confini, delimitare, è anche un aspetto del pensare e, probabilmente, un elemento essenziale per l’evoluzione umana. Odisseo torna a Itaca, ma per ripartire e attraversare le colonne d’Ercole. Questo andare oltre i termini prefissati, per tanti autori, ad esempio, Remo Bodei,[3] costituirebbe la cifra stessa della modernità occidentale. Eppure, presi dal nostro quotidiano, non siamo attraversati da quell’angoscia prometeica teorizzata da Gunter Anders [4] di fronte allo sviluppo e alle potenzialità delle tecnologie. Qualche tempo fa apparve la notizia che era stato creato un gruppo di auto aiuto perché un personaggio di una fiction era stato fatto morire. Evidentemente il confine tra reale e finzione si è perso a discapito del reale. Silvia Amati Sas a questo proposito si pone una domanda che ha un valore fondante: come è possibile per noi accettare l’inaccettabile, tollerare qualsiasi forma di violenza, considerare ovvia la sopraffazione, il sopruso dei singoli, delle istituzioni, degli stati, spossessandoci di ogni capacità di critica? Questa sorta di obnubilante indifferenza a prendere consapevolezza del rischio di andare oltre certi limiti è anche la risultante di una profonda modifica dei paradigmi che caratterizzano la nostra attuale società. L’illusione di essersi liberati da obblighi imposti da altri porta il soggetto a un continuo mettersi alla prova per raggiungere o superare sempre nuovi traguardi, cosa che, secondo Byung-Chul, costituisce «una forma ancora più efficace di soggettivazione e di sottomissione», una sorta di autosfruttamento. Il rifiuto di situazioni insoddisfacenti, dolorose e la ricerca affannosa e spossante di una insindacabile felicità[5] espone il soggetto, secondo Alain Ehremberg,[6] alla depressione. Depressione che di fatto è espressione della ferita narcisistica provocata dal fallimento dei tentativi di vincere le continue sfide che il soggetto si pone. La priorità data alla dimensione della realizzazione narcisistica, al rincorrere le varie possibilità di essere, porta a evitare i conflitti legati alle diverse spinte motivazionali presenti nel soggetto anche per l’incapacità a sopportare il lutto per ciò che si rischia di perdere compiendo delle scelte. Soggetti più vulnerabili per varie ragioni, non più protetti dall’identificazione con ruoli sociali prevedibili e previsti, di fronte alla complessità della definizione delle loro mete, transitoriamente in balia di forti spinte pulsionali non modulate dalla consapevolezza dell’esistenza di confini tra il sé e il mondo, possono presentare una sorta di crollo dei riferimenti valoriali. Questa condizione porta a trattare l’altro come oggetto e determinano il mettere in atto condotte disfunzionali quali azioni violente, antisociali pur non risultando esse espressione di una qualche forma stabilizzata e strutturata di psicopatologia. Scomodo due personaggi letterari per evidenziare tali difficoltà. Umberto Curi ha pubblicato il saggio «Filosofia del Don Giovanni», in cui si interroga sul perché il Don Juan dal 1630, anno della sua prima comparsa,[7] costituisca un mito del moderno. In effetti questo personaggio, dell’impenitente seduttore, dell’insaziabile consumatore di relazioni sessuali, nel suo continuo rincorrere una donna dopo l’altra, col suo instancabile bisogno di sedurre, esaspera quelle modalità relazionali molto diffusa oggi caratterizzata da agiti da azioni, reazioni giocate nell’immediatezza e senza la faticosa costruzione di un legame autentico e significativo. Lacan all’inizio del seminario XX sostiene la non coincidenza tra amore e godimento e afferma:

Il godimento dell’altro non è il segno dell’amore. Nell’amore ciò a cui si mira è il soggetto, il soggetto in quanto tale… Il Godimento implica invece una chiusura del soggetto sul proprio essere. La soddisfazione del godimento non è il segno dell’Altro, ma del corpo, il corpo come sostanza godente.

Per chiarire questo punto contrappongo la figura di Don Giovanni a un altro personaggio letterario: quello di Florentino Ariza del romanzo L’amore ai tempi del colera di Gabriel García Márquez.[8] Quest’ultimo aspetta «cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese» per riuscire a conquistare l’amore di Fermina Daza e in questa sua attesa vi è tutto il suo desiderio verso un’unica donna, Fermina. Per Florentino, Fermina costituisce il soggetto del suo desiderio e questo desiderio lo spinge a far ruotare tutta la propria esistenza intorno a lei come persona – il soggetto in quanto tale. Un elemento drammaticamente presente oggi mi pare essere proprio la continua ricerca compulsiva, spasmodica di rapporti che danno un appagamento immediato, un voler tutto e subito lontano dall’attesa dell’altro, dalla possibilità che l’altro riesca a diventare soggetto – persona – del desiderio del soggetto come Fermina per Florentino. Il bisogno di stabilire limiti può portare anche a un irrigidimento, congelamento nella relazione con se stessi e col mondo come nel racconto la tana di Kafka. Il protagonista, uno strano animale, forse una talpa, scava affannosamente, sottoterra, un rifugio che vuole essere inespugnabile, fatto di gallerie e cunicoli, labirinti, munita di ogni sorta di sistemi di sicurezza, nel tentativo di impedire che altri riescano ad entrarvi. Con il procedere della costruzione l’animale, in preda a una crescente inquietudine, trova sempre nuovi e diversi motivi di preoccupazione. Tutte le precauzioni per rendere più sicuro il rifugio si mostrano illusorie e l’atmosfera di minaccia diventa sempre più massiccia sino a trasformarsi alla fine del racconto in un terrore dilagante e mortifero. Vi può essere, però, un’altra modalità nel vivere questo andare oltre il fantasma dei propri limiti rappresentata da una tensione verso la conoscenza, dal creare con i propri interlocutori un terreno di incontro reale e di reciprocità che può derivare solo dall’affrontare quelle complessità implicite in ogni vera, autentica relazione sia con se stessi che verso gli altri. Concludo queste mie note con una frase di Edoardo Galeano sull’utopia

L’Utopia sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi e si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l’orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammino non lo raggiungi mai. A cosa serve, dunque, l’utopia? A continuare a camminar.[9]

NOTE

[1] Isacco Luria (1514-72), detto Ari (leone), elaborò le dottrine dello Zohar. Al centro del suo pensiero è la teoria dello Tzimtzum (contrazione), per cui la creazione sarebbe stata preceduta da una volontaria contrazione o autolimitazione dell’Infinito (En Sof) per far posto al mondo fenomenico.

[2] Orazio: Epistole, I, XVI, 7

[3] Remo Bodei: Limite – Il Mulino – 2017

[4] Gunter Anders: L’uomo è antiquato – Bollati Boringhieri – 2007. In questo libro pubblicato per la prima volta nel 1956, l’autore muove dalla diagnosi della «vergogna prometeica» – cioè dalla diagnosi della subalternità dell’uomo, novello Prometeo, al mondo delle macchine da lui stesso creato – per affrontare il tremendo paradosso cui la bomba atomica ha posto di fronte l’umanità, costringendola fra angoscia e soggezione. La vergogna prometeica è legata anche a un senso di «dislivello», di non sincronicità, tra l’uomo e i suoi prodotti meccanici che, sempre più nuovi ed efficienti, lo oltrepassano, facendo sì che egli si senta «antiquato».

[5] Remo Bodei: ibidem

[6] Alain Ehrenberg: La fatica di essere se stessi, depressione e società — Einaudi — 1999

[7] La prima versione è di Tirso de Molina, pseudonimo di Gabriel Téllez allievo di Lope de Vega.

[8] Florentino è un impiegato con la passione per la poesia e si innamora dell’adolescente Fermina Daza che per anni si comporterà come se quell’uomo non esistesse. Ella sposa un medico di grande fama Juvenal Urbino. Durante tutti questi decenni, Florentino Ariza dal carattere melanconico ma testardo e paziente intraprende una scalata sociale allo scopo di sentirsi degno di meritare l’amore di Fermina Daza. Alla morte di Juvenal Urbino, ormai anziano, Florentino si reca a casa della vedova, e le ribadisce la sua promessa d’amore. La donna lo caccia in un primo tempo da casa, ma qualche mese dopo risponderà alle lettere che Florentino le spedisce. Tale amore avrà finalmente coronamento dopo “cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”.

[9] Per Hegel la verità (consiste) nel continuo oltrepassare se stessa, nel fare il punto a ogni tappa per poi proseguire. In Remo Bodei — ibidem

La foto di apertura è di Sandro Montefusco, scattata a Tijuana, fa parte del progetto “Uomini sul confine”. Maggiori info qui 

per citare questo articolo

Federico Perozziello:

La linea dell’orizzonte,

n. 12 - La linea di confine,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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