«A Giovanni piace avere il sole sulla guancia sinistra nelle belle giornate come oggi», mi spiegava Lucia, quarant’anni fa circa, a Torino in una comunità del Cottolengo,1 mentre con estrema delicatezza gli spostava la carrozzina portandolo davanti al balcone. Giovanni aveva una gravissima lesione cerebrale, insieme ad altri cinque-sei ragazzi come lui, veniva lì ospitato. A me, giovane psichiatra, quegli esseri contorti, quasi inanimati, ossificati nelle loro rigide posture, al di là di impercettibili movimenti degli occhi o della bocca, sembravano alberi. Mentre io guardavo Giovanni senza vederlo, Lucia si stava prendendo cura di lui e degli altri. L’esperienza di allora, per me estremamente formativa, ritengo possa aiutarmi a evidenziare un primo fondamentale discrimine tra considerare l’altro, chi soffre per una qualche forma di patologia, una cosa, una diagnosi, oppure riconoscerlo come soggetto nella relazione di cura/aiuto. Per Soggetto qui faccio riferimento alla valenza etimologica-semantica del termine: sub-jectum: ciò che sta sotto, che è il fondamento del proprio essere.
A cavallo tra Ottocento e Novecento, Freud con l’inizio della psicoanalisi e i fondatori della psichiatria fenomenologica, (Jaspers, Minkowski, Binswanger e altri) posero al centro della cura la singolarità del paziente e non tanto la necessità classificatoria della sua malattia. Questo consentì il passaggio dalla descrizione/classificazione dei sintomi, dal cosa è il paziente, al chi è l’altro: il portatore di un’unicità di vissuti, di esperienze di vita, di sofferenze e, dunque, il suo essere persona. Sarebbe qui opportuno evidenziare alcuni elementi che sono alla base di ciò che ritengo essere il prendersi cura, ma provo a illustrarli, almeno parzialmente, attraverso due sogni emersi all’interno di un percorso terapeutico estremamente complesso. Mi riferisco all’incontro tra Silvia Amati Sas, psicoanalista argentina e Altea all’inizio degli anni Settanta a Ginevra.2 Altea era stata un’ex studentessa e militante contro la politica repressiva in un paese latino-americano. In un agguato, le fu ucciso il marito in sua presenza, imprigionata in un campo di concentramento, torturata e a lungo in attesa di essere uccisa lei stessa. Durante la carcerazione progressivamente la sua capacità di reagire e di provare emozioni si affievolì e si spensero le forti angosce provate agli inizi. Passava lunghe ore dormendo e coprendosi con la giacca del marito che i suoi aguzzini le avevano “offerto”. Dopo alcuni mesi, subì un nuovo tipo di tortura. Fu lasciata in vita e le dettero la possibilità di chiamare i suoi genitori, cosa che la fece sentire ancora più in ostaggio. Cominciò a temere che anche loro rischiassero la vita in relazione ai suoi comportamenti carcerari. Altea dovette accettare, ad esempio, di partecipare ad alcune azioni di cattura di altri oppositori del regime pena ritorsioni nei riguardi dei suoi. Col tempo queste azioni divennero per lei così “familiari”, da farle pensare che le svolgesse di sua spontanea volontà. Altea finì per “appartenere” al gruppo dei torturatori senza più percepire il conflitto tra chi era stata prima della sua cattura e quanto stava vivendo nel campo di concentramento.3 Dopo la sua liberazione e l’esilio intraprese una terapia analitica con Silvia Amati Sas. Silvia affrontò il compito pionieristico4 di quella cura partendo dal presupposto che, anche se nascoste da angosce profonde, da drammatici vissuti di vergogna, permanessero sempre in Altea parti sane che sarebbero poi affiorate nel corso della terapia.5 Tale fiducia, insieme al rispetto dei tempi di elaborazione della paziente, il non perdere la speranza nei momenti difficili o di impasse della terapia, la capacità di immedesimarsi nel dolore estremo che la terribile esperienza di vita aveva indotto in Altea, costituirono gli elementi fondanti alla base del suo prendersi cura.
Altea, dopo diversi anni di terapia, le raccontò questo sogno «Mi trovo seduta su un camion che va a grande velocità, su una strada tortuosa; mi accorgo subito che non c’è nessuno al volante, cerco di mettermi alla guida, però il camion esce di strada e si ferma in un’estesa palude. Scendo e inizio a camminare immersa nella melma. Da lontano vedo, anche loro immersi nel fango, da una parte mio marito che mi chiama, dall’altra un gruppo di militari torturatori, che mi fanno dei segni perché mi avvicini a loro. Alzo gli occhi e, davanti a me, vedo lei [l’analista], che si trova in piedi sul bordo della palude. Allora prendo nelle mie mani dei pezzi di fango, cerco di costruire dei mattoni e poi glieli passo uno ad uno perché costruisca un muro. Purtroppo, più di una volta, quando lei appoggia i mattoni sul bordo della palude, essi si sciolgono, si dissolvono nuovamente nella melma. Abbia cura di innalzare la parete vicino al bordo, però stia attenta a che il terreno sia ben solido affinché il muro non crolli, e soprattutto non lo costruisca troppo alto così da poterci continuare a guardare negli occhi».
Altea si vede immersa nel fango insieme al marito e ai torturatori, solo la terapeuta ne è fuori ed è colei che può aiutarla ad uscire dalla melma indistinta di quanto ha dovuto subire, dall’essere diventata lei stessa melma, assuefatta alla mentalità dei torturatori. La funzione di Silvia terapeuta è di assicurare che niente possa crollare e dunque che abbia una funzione di contenimento (holding) delle sue angosce.
I mattoni che si possono sciogliere rappresentano il rischio di precipitare di nuovo nella condizione emotiva che ha vissuto nel periodo della carcerazione per cui è necessario che la terapeuta abbia massima attenzione e che continui a guardarla negli occhi (funzione di rispecchiamento).
Il lavoro comune (alleanza terapeutica) deve essere in grado di costruire un muro di separazione resistente tra il vissuto traumatico, la melma di ciò che è stata e il recupero della sua capacità di essere soggetto della propria esistenza (importanza della qualità della relazione terapeutica).
Questi vari fattori che significativamente compaiono nel sogno di Altea sono a fondamento di ogni prendersi cura, al di là delle specifiche tecniche del terapeuta (Si veda la tabella per una sintesi e una breve esplicazione di essi).

La terapia stava volgendo al termine quando un giorno Altea non si recò alla seduta né avvertì, cosa molto strana da parte sua. Nell’incontro successivo disse che non aveva voluto incontrare la terapeuta perché stava molto male, ma non voleva gravare su di lei. Poi le mostrò un documento in cui si diceva che il cadavere inumato col nome di suo marito risultava essere in realtà la composizione delle ossa di parecchie persone diverse. Silvia le espresse il suo stato d’animo di sconcerto, la sua indignazione, e sottolineò come vi fosse troppo dolore in lei per poterlo sostenere da sola. Alla seduta del giorno dopo Altea riferì di star meglio e raccontò un sogno in cui vedeva la faccia della terapeuta e si domandava se fosse lei o sua madre. Collegandosi a questo sogno, Altea chiese a Silvia perché si prestasse a portare quei pesi insieme a lei e aggiunse: «Se lei fosse mia madre lo capirei; però, lei non è mia madre, come potrò ripagarla? Perché lo fa?» Silvia si era posta la stessa domanda esistenziale tra le due sedute in un momento di sconforto (Ma perché lo faccio?). Il senso di disperanza, un misto di impotenza e scoramento, provate da entrambe, le consentì di simbolizzare quella terribile realtà oggettiva attraverso un’affermazione estremamente efficace nel sottolineare la soggettività condivisa del loro rapporto di cura:
«Lo faccio perché anch’io sono nello stesso sudicio mondo, un mondo di merda dentro cui ci muoviamo entrambe».
NELLA TABELLA IN BASSO, SONO ELENCATI ALCUNI FATTORI CHE CONSENTONO DI STABILIRE UNA RELAZIONE TERAPEUTICA, CHE ABBIA LE CARATTERISTICHE DEL PRENDERSI CURA, AL DI LÀ DELLA TECNICA SPECIFICA CHE VIENE APPLICATA DAL TERAPEUTA.
| La relazione terapeutica incomincia come tentativo del terapeuta di esistere nella non-esistenza del paziente, cioè come tentativo di trasformarla in esistenza attraverso una presenza in essa. (G. Benedetti) | ||
| Qualità della relazione | Attenzione alla persona e non solo alla patologia/partecipazione alla relazione terapeutica e non solo osservatore neutrale di essa/rispetto dei tempi di elaborazione del paziente. | |
| Funzione di holding | Disposizione del terapeuta di riuscire ad essere un “contenitore” protettivo delle angosce del paziente. Contenitore è un termine psicoanalitico e sta a significare la particolare dimensione di ascolto,di ricettività dell’analista nei confronti del paziente. | |
| Empatia | Dal greco, en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”, “sentire dentro”, è una delle maggiori capacità di un terapeuta nel suo compito di aiutare gli altri. Di fronte alle emozioni del paziente il terapeuta prova una risonanza emotiva che sente vicino alle proprie. Capacità di immedesimarsi nella sofferenza dell’altro. Alla base della qualità di ogni relazione interpersonale. | |
| Alleanza terapeutica | Detta anche alleanza di lavoro, alleanza d’aiuto, è un concetto nato all’interno della psicoanalisi e può essere definito come lo specifico rapporto collaborativo, basato sull’empatia, la fiducia e il rispetto reciproco, che si stabilisce tra un paziente e un terapeuta nell’affrontare i problemi e le difficoltà del paziente (Lingiardi 2002). | |
| Qualità del setting dell’incontro | Luogo fisico dove avviene la terapia e mentale del terapeuta che gli consente di saper ascoltare, di prestare attenzione al paziente, di tenere memoria del paziente, di mettere in atto una comunicazione emotivamente qualitativa e fatta con tatto e altre caratteristiche. | |
NOTE
1 Piccola Casa della Divina Provvidenza (detta poi anche Ospedale Cottolengo) è un istituto soprattutto per disabili psichici e fisici, fondata da San Giuseppe Cottolengo (1786-1842) nel 1828 a Torino.
2 All’inizio degli anni Settanta Silvia Amati Sas si occupò, in qualità di psicoanalista di donne segnate dall’esperienza devastante dei campi di concentramento, dalla tortura, da ogni tipo di sevizie morale e materiale.
3 «A poco a poco il soggetto vittima si adatta e ciò va di pari passo con un aumento della dipendenza dal contesto e una diminuzione della capacità critica verso la realtà esterna. Un adattarsi a qualunque cosa» (Silvia Amati Sas)
4 All’epoca la teoria e la prassi analitica non aveva ancora affrontato in modo sistematico il discorso del trauma.
5 Sirala, Benedetti e altri hanno affermato che qualunque forma di sofferenza espressione di una qualche patologia psichica, fisica, ecc non sopprime mai completamente la possibilità di una relazione e dunque di una comunicazione. Esistono sempre parti sane più o meno estese su cui poter far leva per attivare un percorso di cura.