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Copertina dell’album Far finta di esser sani di Giorgio Gaber

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Stare nello sciame

9 Gennaio 2023
Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.
Copertina dell’album Far finta di esser sani di Giorgio Gaber

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Stare nello sciame

9 Gennaio 2023
Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.

In quest’ottica partiamo da un ritornello di una canzone di Giorgio Gaber di circa cinquanta anni fa (1974) in esergo, in cui il cantautore milanese stabilisce con poetica forza una stretta interrelazione tra partecipazione e libertà. Una libertà, però, che non può essere rimandata a uno stato di natura di rousseauiana memoria (il volo di un moscone… uno spazio libero… stare sopra un albero…), non può essere vissuta in solitudine, ma è far parte di qualcosa, vivere attivamente, essere ascoltati e ascoltare (e viceversa), dare il proprio contributo attivo a una società realmente civile proprio perché espressione di una consapevole e vissuta partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche avere un’opinione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche un gesto o un’invenzione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione

La Libertà, dall’album di Giorgio Gaber Far finta di essere sani (1973) 

Il filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han evidenzia invece come nella attuale condizione esistenziale ci si trova a essere soggetti, non più realmente soggetti, inclusi in uno sciame digitale di «individui anonimi e isolati, che si muovono disordinati e imprevedibili come insetti».1 Per questo filosofo il medium digitale, modificando in modo subliminale i nostri comportamenti, le nostre percezioni, il nostro modo di pensare, finisce per determinare uno stato di eccitazione istantanea che, a volte, provoca ondate di indignazione di fronte ad avvenimenti anche di scarsa rilevanza sociale e politica. Uno stato di eccitazione che ha una connotazione sostanzialmente sensazionalistica e non si traduce nella costruzione di un Noi stabile, potenzialmente capace di organizzarsi in un’azione condivisa verso un progetto comune. «Lo sciame digitale… non possiede un’anima, uno spirito. L’anima raduna e unisce: lo sciame digitale è composto da individui isolati»2 che di fronte a questioni di pubblico dominio, spesso banali, esprimono senza mediazioni, senza alcun pudore, utilizzando il frastuono di un linguaggio violento, scurrile, una critica fine a sé stessa che in Germania viene chiamata con un anglesismo: shitstorm (letteralmente “tempesta di merda”). Queste ondate di indignazione sono autoreferenziali e finiscono per essere delle sterili e gridate recriminazioni in definitiva unicamente espressione di una sorta di autoaffermazione fine a sé stessa. Sempre secondo Byung-Chul Han «il crescente egotismo e l’atomizzazione della società restringono radicalmente gli spazi dell’agire comune… il socius cede il passo al solus. La solitudine contraddistingue la forma sociale odierna, sopraffatta dalla generale disgregazione del comune e del collettivo».3 All’interno di questo clima la dimensione della solidarietà tende ad affievolirsi se non a scomparire e questo ha una significativa e diremmo drammatica ricaduta ad esempio sui processi di integrazione delle disabilità e, più complessivamente, delle minoranze di ogni genere, dunque della possibilità che l’organizzazione sociale consenta più ampi livelli di vivibilità e democrazia.

Altra dimensione del concetto di partecipazione che qui evidenziamo è quella implicata nella relazione che si va a stabilire all’interno dei processi di cura (terapia, programmi riabilitativi, e molti altri) tra i soggetti partecipanti in cui non sempre è scontata la reciprocità dell’incontro. A questo proposito e a mo’ di esempio accenniamo brevemente all’evoluzione del concetto di controtransfert all’interno del discorso psicoanalitico. Freud (1910, 1912) definì il controtransfert una forza interna che si attiva per influsso del paziente sui sentimenti inconsci dell’analista. In sostanza esso comprende l’insieme delle reazioni inconsce dell’analista alla persona dell’analizzato. Il tema è molto complesso e impossibile da liquidare in poche righe, ma qui ci sembra utile accennare al fatto che la partecipazione emotiva del terapeuta da iniziale fattore ostacolante il processo di cura abbia assunto nel corso degli anni e fino ai giorni nostri invece una valenza centrale e fondante per la terapia stessa. È significativo che la prima apparizione del termine si ebbe in una lettera di Sigmund Freud a Carl Gustav Jung (giugno 1909), in cui, a proposito della storia d’amore con Sabina Spielrein dello psicoanalista svizzero, con comprensione, ma anche con fermezza, sottolineò la necessità di “dominare” il controtransfert e i propri affetti. Egli era preoccupato che il controtransfert, «inconveniente spiacevole, seppure inevitabile» (Freud 1909), potesse minare la credibilità della nascente psicoanalisi, esponendola a critiche di scarsa serietà. Freud raccomandava pertanto agli analisti di mantenere quella neutralità che rappresentava a quel tempo il modello ideale di funzionamento analitico, di procedere durante il trattamento psicoanalitico come «il chirurgo, il quale mette da parte tutti i suoi affetti e perfino la sua umana pietà nell’imporre alle proprie forze intellettuali un’unica meta: eseguire l’operazione nel modo più corretto possibile» (1912).

Benché a tutt’oggi il concetto di controtransfert costituisca un costrutto controverso, molti autori, fin dagli anni venti e poi dagli anni ’50 fino a oggi, lo hanno invece considerato non più un impedimento, ma un essenziale strumento terapeutico. Già Sandor Ferenczi (1927, 1928, 1932) che trattava casi molto problematici (oggi si definirebbero borderline) contrappose al dettame della neutralità (e astinenza) psicoanalitica coi pazienti traumatizzati, il convincimento che la posizione dell’analista dovesse essere piuttosto quella di osservatore partecipe. Egli sosteneva che le reazioni affettive di ogni genere, compreso l’amore sentito verso un paziente traumatizzato, fossero potenzialmente portatrici di cambiamento psichico. Tali posizioni, insieme alla sua “tecnica elastica” (Ferenczi, 1928), possono essere considerate storicamente come precorritrici di tutte quelle successive concezioni in cui il riconoscimento della partecipazione emotiva dell’analista e la sua esperienza soggettiva costituiscano, in vario modo, un elemento significativo, essenziale del trattamento analitico. Ci preme ancora sottolineare come ogni programma di integrazione sociale, nonché qualunque relazione terapeutica e/o riabilitativa, non possano prescindere da una dimensione partecipativa dei soggetti sia per poter allargare i diritti di tutti a livello di impegno sociale che nella costruzione di percorsi di cura tali da contrastare ogni deriva disumanizzante.

Alla fine di queste note i versi della poetessa Wislava Szymborska ci aiutano ad accennare a un ulteriore aspetto fondante che può essere implicito nel concetto di partecipazione: quello dell’esserci il più possibile nella relazione con sé stessi, premessa necessaria per ogni possibile approccio all’incontro con gli altri, e all’attivare una dialettica costruttiva con le istituzioni e gli altri soggetti. Wislava, descrivendo un’assenza di ricordi e di consapevolezza delle proprie vicende esistenziali, illustra, per contrasto e in modo più efficace di ogni argomentazione teorica, l’importanza di sentirsi soggetti e di non perdersi nel vuoto dell’insignificanza. In definitiva di non lasciarsi andare in modo passivo a una routine alienante, a un sottrarsi a sé che espropria di ogni riconoscimento la soggettività propria e dell’altro e costituisce l’altra faccia della medaglia dell’egotismo4 o di ogni forma di esaltazione narcisistica.

Una delle tante date 

che non dicono più nulla. 

Dove sono andata quel giorno, 

che cosa ho fatto — non lo so.

(…)

Il sole sfolgorò e si spense 

senza che ci facessi caso. 

La terra ruotò 

e non ne presi nota. 

(…)

Lo specchio rifletteva la mia immagine. 

Indossavo qualcosa d’un qualche colore. 

Certamente più d’uno mi vide… 

(…)

Dove mi ero rintanata, dove mi ero cacciata…  

(…)

Dalla poesia: 16 maggio 1973

NOTE

1 Byung-Chul Han: Nello sciame — Figure nottetempo — 2015

2, 3 Ibidem
4 Dal Dizionario di psicologia di Galimberti (1992): «ipervalutazione di sé e delle proprie prerogative che induce il soggetto a parlare continuamente di sé e delle vicende della propria vita come le uniche ad avere un significativo valore».

per citare questo articolo

Federico Perozziello, Rosa Buonomo:

Stare nello sciame,

n. 27 - Partecipazione,

gennaio-aprile 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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