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In copertina, illustrazione di Bruna Pallante: omaggio a Martin Luther King. Dettaglio

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Shahrazād e del sogno come necessità

10 Aprile 2020
«Fantasia, un termine che e anzi apre verso una ricerca più articolata, che non teme di sondare il terreno dell’uomo» Massimiliano Finazer Flory
In copertina, illustrazione di Bruna Pallante: omaggio a Martin Luther King. Dettaglio

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Shahrazād e del sogno come necessità

10 Aprile 2020
«Fantasia, un termine che e anzi apre verso una ricerca più articolata, che non teme di sondare il terreno dell’uomo» Massimiliano Finazer Flory

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.[1]

Inizio queste note con il bellissimo incipit di Cent’anni di solitudine, non solo per il tono evocativo delle parole, ma anche per la sintesi poetico-emozionale: vita, morte, meraviglia, legame affettivo, realtà, fantasia e sogno. Per quel che mi riguarda la frase di Marquez racchiude in due righe ciò che vorrei provare a rimandarvi con questo scritto. Ma procediamo con ordine. Di che parliamo quando parliamo di sogno? Se consultiamo un qualunque dizionario leggeremo diverse accezioni che connotano il termine. La prima definisce il sogno quell’attività inconscia che si svolge nella fase REM del sonno e il cui ricordo, se permane, ha in genere una brevissima durata. Nel sogno vengono messe insieme impressioni, esperienze, sensazioni attuali con ricordi, emozioni, immagini vissute precedentemente, in una complessa attivazione di connessioni di reti neuronali e di chissà che altro. Da questo crogiolo di presente, passato recente e remoto, emerge l’epifania di immagini che possono a volte esaudire desideri, anche i più inconfessati, o tradursi in incubi spaventosi legati a paure profonde o, ancora, prefigurare aspetti del futuro prossimo, unendo dati che non riusciamo a vedere, ad ascoltare, a capire da svegli. In ogni caso le rappresentazioni del sogno, pure così confuse, astruse, terrifiche, vaghe, ci lasciano, il più delle volte, pervasi da una perturbante emozione cui vorremmo dare un qualche significato. In effetti il tentativo di interpretare i messaggi in esso contenuti ha caratterizzato ogni cultura, ogni epoca, ed è stato legato spesso agli aspetti più importanti della vita degli individui, dei gruppi, delle comunità. I dizionari danno al termine sogno anche un’altra accezione: quella di immaginazione, illusione, miraggio, ma anche utopia, aspirazione, desiderio, o come locuzione prepositiva, nel senso di «persona di sogno, esperienza di sogno, cosa di sogno». Ha, ancora, il significato di eccezionale, magnifico, meraviglioso.

INCUBO O REALTÀ?

Tra i tanti possibili sviluppi concettuali che il tema così connotato offre, vorrei affrontare la questione riguardante il confine, a volte sfumato, tra sogno e realtà che può essere riassunto nella nota storiella del filosofo taoista Tchouang–Tseu (IV sec a.C.). Questi, un giorno, sognò di essere una farfalla, ma una volta destatosi, si chiese se fosse stato lui ad averla sognata o se invece la farfalla, in quel momento, lo stesse sognando. Ovviamente non mi azzardo ad accennare alle infinite diatribe, non solo filosofiche,  sul rapporto tra realtà e illusione, mentre, mi preme approfondire due aspetti legati a questa problematica. Il primo ha a che fare col dolore estremo, direi irreparabile. Proverò a illustrarlo attraverso un film del 1971, E Johnny prese il fucile di Dalton Trumbo. Il protagonista, un soldato, Joe Bonham, nell’ultimo giorno della prima guerra mondiale, fu ferito gravemente da una granata che lo ridusse a un ‘tronco di carne, senza arti, cieco, sordo, costretto a respirare attraverso un respiratore. Johnny alternava momenti di sonno ad altri di veglia, popolati da visioni della sua vita passata. Tra queste polarità si materializzò l’immagine di Gesù con cui egli stabilì una sorta di dialogo. Sentì, un giorno, la presenza di un grosso topo che gli camminava addosso e, terrorizzato, si chiese se quel topo esistesse veramente. Si rivolse, allora, a Gesù per dirimere la questione. Questi gli offrì varie soluzioni: gridare, ma Johnny non poteva farlo, non aveva più la voce; aprire gli occhi, ma non aveva più gli occhi, e così via. Alla fine Gesù, sconsolato gli disse: «Se vivi davvero è un incubo più grande di tutti i tuoi sogni». Questo film mi pare rappresenti bene quelle situazioni drammatiche in cui la differenza tra l’orrore della vita reale e l’incubo finisce per annullarsi, come nei casi di violenza estrema, di sofferenza radicale. Si pensi alla Shoah, alla tortura, agli abusi ripetuti nel tempo, alla fuga di popolazioni dalle guerre, dalle persecuzioni, da condizioni di vita impensabili. Condizioni che, seppure mirate al raggiungimento di un sogno, hanno condotto alla morte o portato in un altro incubo se mai peggiore, o comunque, umiliante e disumano. L’altro aspetto, che pure rimanda alla tematica del confine sogno/realtà, riguarda il nostro rapporto con la dimensione sociale — in psicoanalisi la trans-soggettività. Pedro Calderon de la Barca (1600-1681) nel dramma barocco La vita è sogno fa dire al protagonista dell’opera, il principe di Polonia, Segismundo:

Cosa è la vita? Un’illusione, un’ombra, una finzione e il bene maggiore non è che un’inezia: perché tutta la vita non è altro che un sogno e i sogni, non sono altro che sogni.

In queste parole viene poeticamente sintetizzato il senso di futilità, di illusorietà non del sogno, ma del vivere. Direi del vivere adattandosi passivamente e senza consapevolezza alle convenzioni sociali, alla routine disumanizzante delle relazioni, all’inseguire l’apparire, al non riconoscimento della propria e dell’altrui soggettività, privando il nostro agire di una qualche consapevolezza. «Nell’istituzionalizzazione della vita di tutti i giorni c’è una saturazione della realtà, la quale si trasforma nell’ovvio, nel banale» [2] in un sonno senza sogni che, purtroppo, costituisce una forte deriva della contemporaneità.

«L’arte non copia le cose reali, ma le fa venire fuori»
Paul Klee

I SOGNI E L’ISTERIA

Continuando sulla stessa tematica, cito Anna O.[3] Negli anni Ottanta dell’800, questa giovane, bella, intelligente donna viennese, in conflitto con la società “bacchettona” del tempo, fu paziente di Josef Breuer, amico e collega anziano del giovane Freud. Ella si sottopose in modo attivo a quel particolare trattamento terapeutico per il quale lei stessa creò la denominazione di talking cura ovvero cura parlata, cura attraverso la parola, antesignana della psicoanalisi e della terapia che da essa si sviluppò. Freud scrisse di lei negli Studi sull’isteria pubblicati, insieme a Breuer, nel 1895. «Una monotona vita familiare e la mancanza di un’adeguata occupazione intellettuale… le avevano indotto l’abitudine di sognare ad occhi aperti, di cercare storie fantastiche, quello che Anna chiamava il suo teatro privato».[4] I disturbi di Anna O. non erano solo quelli legati a una fervida immaginazione (ai sogni da svegli, potremmo dire), ma diversi e molto variegati, fonte di una grande sofferenza. Alla base dei suoi disturbi vi era non solo la dimensione sociale, ma anche una complessa situazione familiare. È indubbio che Anna O. cercò di non omologarsi alla cultura repressiva della sua epoca, particolarmente debilitante per lei in quanto donna. Da giovane visse questo conflitto attraverso la sua isteria, ma anche attraverso il sogno e la fantasia. Da adulta, e dopo diverse e dolorose esperienze terapeutiche, riuscì a trovare una dimensione matura diventando protagonista, fino alla sua morte, della lotta per l’emancipazione femminile.

«Sogno di dipingere e poi dipingo il sogno»
Vincent van Gogh

E OGGI?

La diffusione pervasiva, onnipresente dei social ha dato alla dialettica realtà/sogno infinite combinazioni possibili, non tutte positive. Ritengo che andrebbero compresi quali condizionamenti produce la frequentazione di questi spazi virtuali, non solo sul nostro modo di pensare, di desiderare, ma anche di sognare. È certo che una complessa tematica come questa meriterebbe uno specifico spazio, ma esula da quanto intendo dire in queste note. Provo, dunque, ad annodare i diversi fili del mio discorso. Se ho evidenziato, inizialmente, le differenze di significato implicite nel concetto di “sogno” vorrei ora proporre un possibile fil rouge che colleghi, almeno in parte, alcune delle sue accezioni. Per evidenziare il legame stretto tra sogno notturno e diurno, a mo’ di esempio, utilizzerò uno degli argomenti che hanno portato la redazione di Orione a scegliere il tema di questo numero: la Smorfia Napoletana. Il cercare di trarre dai sogni dei numeri usati per vincere al lotto unisce di fatto, senza soluzione di continuità, sogno–realtà–sogno: il sogno, la lettura di esso e la traduzione in numeri, la fantasia del possibile cambiamento nella vita del soggetto in caso di vincita. Al di là del maggiore o minore grado di consapevolezza, il sogno, nei suoi molteplici aspetti (sia quello notturno che quello che riguarda la fantasia, il gioco, la creazione artistica…), hanno come terreno comune l’area transazionale proposta da Winnicott,[5] in cui realtà esterna e mondo interno trovano una sorta di possibile integrazione germinativa di significati, a volte, creativi. Il sogno, dunque, ci consente di mantenere un contatto con una dimensione vitale non del tutto sondabile coscientemente con quegli aspetti in maggese potenzialmente capaci di far nascere pensieri nuovi, consapevolezze, orizzonti di senso imprevedibili e dunque darci la possibilità del risveglio di noi stessi.

IL SOGNO COME NECESSITÀ

Illustrazione di Sergio Toppi: Shahrazad

Shaharazad, fanciulla protagonista dei racconti de Le mille e una notte, ogni sera doveva inventarsi una storia per non essere uccisa dal re persiano Shahriyar; Edvard Munch sentì la necessità di dipingere, negli anni, La bambina malata per provare a sopportare il dolore vissuto per la morte dell’amata sorellina; Beethoven inserì, alla fine della IX sinfonia, il poema di Schiller L’Inno alla Gioia, inseguendo il sogno, l’utopia, di un’umanità che, proprio attraverso la gioia, potesse trovare una fratellanza universale; il nobile cavaliere Antonius Block, nel film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman del 1957, tornando dalle crociate e incontrando la morte, per avere ancora tempo da vivere, le propose di giocare un’ultima partita a scacchi. Potrei continuare con altri esempi, ma ritorno al colonnello Buendìa e al suo bisogno, di fronte al plotone di esecuzione, di mettere tra lui e l’orrore della morte, ancora per un attimo, il ricordo di un viaggio col padre per conoscere la meraviglia del ghiaccio. Dei tanti possibili significati cui rimanda la parola sogno rimanda, uno dei più significativi mi sembra essere il tentativo proprio dell’uomo di confrontarsi, senza esserne travolto, col mistero della morte e con l’angoscia che essa comporta. Shakespeare, a questo proposito, fa porre al principe Amleto una domanda cui non è data risposta:

Quali sogni potranno visitarci in quel sonno di morte, quando saremo usciti dalla stretta di questa vita piena di affanni mortali?

Edvard Munch: La fanciulla malata. Qui la scheda Wikipedia.

PER APPROFONDIRE

[1] Gabriel García Márquez: Cent’anni di solitudine — Feltrinelli — 1968

[2] Citazione di Carlo Sini.

[4] Peter Gay: Storia della Psicoanalisi — Il Mulino — 1989

[5] Donald Woods Winnicott: Gioco e realtà — Armando — 1999

per citare questo articolo

Federico Perozziello:

Shahrazād e del sogno come necessità,

n. 19 - Il sogno,

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Ho più volte provato a scrivere e riscrivere questo editoriale per il numero sul sogno e ogni volta ho ricominciato daccapo: quando abbiamo progettato questo numero di Orione eravamo ben lontani dalla pandemia da Covid-19 e la vita scorreva — anzi correva — come al solito.