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Concentrarsi sul fatto-che-si-parla, non su ciò-che-si-dice
Redattore di Poliscritture
Concentrarsi sul fatto-che-si-parla, non su ciò-che-si-dice
All’inizio dell’anno accademico 1967-68, lasciai per la prima volta il mio paese.
Certe mattine mi sento un ibrido. L’odore della mia pelle è quello di mia madre e la camminatura è sputata quella di mio padre.
In una relazione di alterità occorre mettere alla prova e a rischio la propria identità
Per molti anni ho rivolto alle scuole di Cologno un progetto di didattica della poesia intitolato «Toccata e fuga».
In provenzale antico “leujaria” significa letteralmente “leggerezza”. Per uno di quegli scarti tipici della storia delle lingue, in italiano diventa “leggiadria”. Con quest’ultimo termine non ho problema: la grazia, la bellezza, l’eleganza mi piacciono molto.
La Ü francese con la dieresi, che si pronuncia esattamente come quella lombarda, questo fonema, così naturale per diverse popolazioni del Nord, rappresenta per me una pietra d’inciampo, una spina tra la lingua e le labbra, un’ostinata resistenza a non disporsi come l’uso vorrebbe.
1. «Tuccio, cura a sòrete!...» Ogni tanto risento la voce di mia madre che m’ingiunge di vigilare su mia sorella, di prestarle attenzione.
M’imbatto per la prima volta nel pensiero magico quando, nel 1968, sostengo il mio primo esame di pedagogia e studio il libro di Francesco De Bartolomeis Il bambino dai tre ai sei anni e la nuova scuola infantile.
La mia grande avventura partecipativa ebbe inizio una mattina di fine novembre del 1967 con l’occupazione di Palazzo Campana a Torino. Si nutrì di assemblee, manifestazioni, cortei studenteschi, frequenza a gruppi di studio: i cosiddetti “Controcorsi” di Filosofia della scienza, Scuola e società, Pedagogia del dissenso, Vietnam e Imperialismo, Psicanalisi e repressione sociale.
Per gli altri ognuno di noi è una macchia di Rorschach.