Non fu una sorta di Addio ai monti, ma quasi. Che, dopo l’abilitazione magistrale e l’esame di ammissione, mi sarei iscritto a pedagogia, era nei desideri miei e della famiglia. Potevo iscrivermi a Salerno o a Bari, le due città più vicine. Andai, invece, a Torino. A questa scelta contribuì Donato Castelluccio, una straordinaria figura di pastore evangelico; ma fu soprattutto il frutto degli avvenimenti convulsi che, durante l’estate, cambiarono la mia vita. Il più importante fu il mio matrimonio “riparatore”. Andare via dal paese, il più lontano possibile, fu anche un modo per regalarsi un rifugio, una pausa riflessiva e ristoratrice. Andando via, dicevo addio alle passeggiate in corso Romuleo, dicevo addio al Castello, all’orizzonte che si apre sul muretto di piazza Convento, allo struscio domenicale, alle scorpacciate di ciliegie, agli sguardi complici, ai sorrisi, alle maldicenze, alle invidie. Quante volte nei lunghi giorni d’estate l’avevo desiderato? Quante volte avevo sognato di passeggiare per strade cittadine, di frequentare una biblioteca, di scegliere un film fra varie sale cinematografiche, di andare a teatro.
Era giunto il momento di realizzare questi desideri. Non ricordo se qualcuno mi attese alla stazione di Porta Nuova. Forse feci tutto da solo o forse andai in compagnia di qualche amico che, come me, avrebbe alloggiato, ospite pagante, a Rivoli, nel Collegio Filadelfia per futuri pastori evangelici e per studenti iscritti al liceo linguistico paritario. In verità mi adattai subito alla cameretta assegnatami e imparai a circolare tranquillo per il salone, la biblioteca, la cucina, la mensa, il giardino. Superai facilmente il disorientamento iniziale, il primo disagio e conobbi persone nuove, imparai a raggiungere ogni mattina l’università, e così via…. Conosco il libro Nostalgia. Storia di un sentimento (Raffaello Cortina Editore, 1992) a cura di Antonio Prete. Ho letto la Dissertazione medica presentata il 22 giugno 1688 all’Università di Basilea da Johannes Hofer, inventore del termine. Ho letto di «certi giovani a tal punto sofferenti che, se non fossero stati riportati in patria, sarebbero spirati in terra straniera, vinti dalla febbre o dalla consunzione». Ho riflettuto sull’accurata descrizione data alla malattia sofferta dai soldati svizzeri per la lontananza dal paese: «Sintomo di un’immaginazione turbata, prodotto dagli spiriti vitali che nel loro moto seguono quasi un unico percorso lungo i condotti bianchi dei corpi striati del cervello e i canaletti del centro ovale, e quindi suscitano nell’anima l’idea esclusiva e persistente del ritorno in patria». Sinceramente non ho vissuto questi sintomi. Un turbamento, un desiderio, dopo alcuni mesi di lontananza, di ritorno a casa. Ma niente febbre e consunzione. Niente idea fissa. Infatti, una mattina di fine novembre del ’67, quando arrivai a Palazzo Campana, lo trovai occupato. E, da quel momento, partecipai volentieri all’iniziativa. Era l’inizio del Sessantotto. Non ho mai pensato che il passato sia la sola dimensione di una persona. Non lo pensavo a 18 anni, non lo credo ora. Col passato si cucina il presente e il futuro. Ma è sempre nel presente che si vive. Non esiste poi un passato, ma molti. Su diversi aspetti del tempo che avevo alle spalle avrei steso senza dubbi un velo di oblio. Altri mi apparivano assai interessanti e tali da portare nella nuova esperienza. Penso al tentativo che io e Nicola Arminio avevamo fatto nell’anno precedente di stimolare la nascita di un’associazione chiamata Nuova Resistenza o all’intento di leggere insieme alcuni libri come La questione meridionale di Gramsci, il Manifesto dei comunisti di Marx ed Engels, Critica del gusto di Galvano Della Volpe, e altri titoli. Penso alla ricognizione sulla letteratura degli anni Sessanta su cui mi ero impegnato a fare una relazione… Insomma, in certi momenti, avevo sicuramente nostalgia di Bisaccia: dei luoghi, ma soprattutto mi mancavano i pensieri, le discussioni, i progetti che sentivo attinenti con la mia ricerca del sé, col desiderio di costruirmi una visione del mondo, una concezione della società e della natura, una consapevolezza dell’impegno da assumere per combattere le tante ingiustizie che, allora come adesso, caratterizzano i rapporti sociali.
La nostalgia fiorisce nel campo dei ricordi. È un sentimento che ha a che fare con l’irreversibilità del tempo. La sua posta in gioco è sempre e comunque la lettura del passato per orientarsi o disorientarsi nel presente. Essa non riguarda soltanto la psicologia del singolo perché non esiste un’esperienza totalmente privata. Non esistono un Sé e un Io esterni alla rete sociale del linguaggio e della Storia. Le poesie liriche dimostrano come anche le esperienze più private siano impregnate di sociale e di drammi collettivi. Il personale è politico. Non mi meraviglio, quindi, se Novalis nei suoi Frammenti sostiene che la filosofia è sempre nostalgia. La pensa pure così Mauro Bonazzi. In un libro recente, Il demone della nostalgia. L’invenzione della Grecia da Nietzsche a Arendt (Einaudi, 2025), parla della passione per il mondo antico, che, a partire dalla seconda metà del Settecento, investì tutta l’Europa e, in special modo, la Germania. I motivi furono tanti. Tutti, però, riconducibili «A un problema di identità. La vera nostalgia è di se stessi ed è solo tornando a questi antichi, così lontani eppure così vicini, che i moderni possono sperare di fare chiarezza nell’enigma di quello che sono, nel mondo disordinato e frammentato in cui vivono». Nostalgia creativa e distruttiva. Creativa se genera domande, energie culturali e nuove prospettive; distruttiva se ci si imprigiona in un mito, in un passato idealizzato, in una Grecia “autentica” del tutto inesistente.
Oggi la nostalgia è un sentimento abbondantemente sollecitato come dimostrano i tanti prodotti culturali confezionati all’insegna del revival, del vintage e del rimpianto del passato. Ma perché tanta nostalgia? Si domanda Emiliano Morreale nel libro L’invenzione della nostalgia. Il vintage nel cinema italiano e dintorni (Donzelli, 2009). Nelle sue pagine conduce un’analisi a tutto campo dei media contemporanei e, come si legge nel risvolto di copertina, «Prova a guardare con disincanto a quelle che crediamo essere le emozioni più intime, illuminando, a partire dalla storia del nostro cinema, aspetti fondamentali della vita quotidiana. Sono i mass media infatti i creatori, ancor prima che i propagatori su vasta scala, di questa emozione collettiva. La nostalgia viene dai media, esiste grazie ai media e per i media». Di nostalgia non vive soltanto la filosofia e l’industria culturale. Vive la politica. Noi italiani dovremmo essere vaccinati. Mussolini ci fece credere che le origini dell’Italia fascista affondassero nell’Impero Romano, un’illusione priva di qualsiasi fondamento storico, una farsa che si trasformò in tragedia. Purtroppo questo l’abbiamo dimenticato.