LANGUE, PAROLE E LANGAGE
Il linguaggio ha un lato individuale e uno sociale, senza che sia possibile concepire l’uno senza l’altro. Il lato sociale è ciò che Ferdinand de Saussure chiama langue, “lingua”. Ogni parlante, alla nascita, ha a disposizione una langue: francese, italiana, tedesca, e così via. L’utilizzazione fatta dai singoli parlanti di questo dizionario è detta parole, equivalente a “parola”, come nelle locuzioni italiane “prendere la parola”, “dare la parola”, e locuzioni simili. Agli inizi del Corso di linguistica generale, si parla anche dilangage, inteso come facoltà del linguaggio articolato posseduta da ogni individuo. Saussure preferisce, però, non farlo rientrare nel suo progetto di ricerca, considerandolo un groviglio di elementi fisiologici, biologici e psicologici. Tuttavia, se si desidera comprendere cosa significhi “prendere la parola”, occorre necessariamente concentrarsi sul fatto-che-si-parla, non su ciò-che-si-dice, bisogna mettere a fuoco l’azione di enunciare. Paolo Virno discute accuratamente proprio di questo nella Parte prima del suo importante libro Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura umana (Bollati Boringhieri, 2003). In questo articolo mi limiterò a riassumere i passaggi chiave del primo capitolo.
IL PARLANTE COME ARTISTA ESECUTORE IMPEGNATO IN UNA PRAXIS
Chi prende la parola compie indubbiamente un’azione. Di che tipo? Saussure scrive: «La lingua può paragonarsi a una sinfonia la cui realtà è indipendente dal modo in cui la si esegue». Se si prende alla lettera questo paragone, il parlante sarà simile a un artista esecutore (ballerino, musicista): si esibisce in un’attività virtuosistica che a) si esaurisce nel suo svolgimento e b) va compiuta in presenza di altre persone. Due aspetti intimamente correlati. Virno si richiama, a questo punto, ad Aristotele, che distingue due tipi di azioni: quelle che, guidate da una tecnica (poiesis), hanno per scopo la produzione, al di fuori di sé, di un manufatto, di un’opera e quelle, come l’azione etico-politica (praxis), che trovano in sé stesse il proprio compimento. Contingente, labile, irripetibile ogni atto di parole si configura come una performance, una prestazione virtuosistica che non produce una sedia, un tavolo o un aquilone; proprio per questo ha bisogno della presenza di altre persone. «Ciò significa che l’attività linguistica, considerata nel suo complesso, non è produzione (poiesis), né cognizione (episteme), ma azione (praxis)».
IL LINGUAGGIO UMANO NON È UNO STRUMENTO
Non avendo opera da realizzare, il linguaggio umano non è uno strumento. Parlare è nella nostra natura, è il modo di essere della nostra specie. Con questa facoltà possiamo raggiungere gli scopi extralinguistici più vari (cercare di convincere i nostri interlocutori, mentire, dare istruzioni per costruire un edificio, scatenare una guerra), ma essi sono concepibili soltanto sulla base della parola. Tutte queste finalità non spiegano, però, l’attività locutoria, non rendono ragione delle sue leggi peculiari. Enunciare è una praxis virtuosistica, non dipende da scopi extralinguistici, così come la performance eccellente di un pianista non dipende dalla sua eventuale avidità. Il discorso umano è fine e norma di sé medesimo. Wittgenstein si domanda: «Perché non chiamo arbitrarie le regole del cucinare, e perché sono tentato di chiamare arbitrarie le regole della grammatica?». Perché “le regole del cucinare” rispondono a una tecnica (poiesis), quelle della grammatica sono praxis e risultano arbitrarie. “Arbitrario” significa “naturale”. Se il linguaggio fosse uno strumento, come sostengono i comportamentisti, avrebbe delle regole invarianti ricavate dall’esperienza storica della nostra specie e migliorate in ogni occasione. Non è così. A differenza di quanto avviene nella comunicazione animale, il linguaggio umano è caratterizzato da ciò che Martinet chiama “doppia articolazione” di morfemi (per esempio, “pane” è un’unità linguistica con un significato) e fonemi (“p / a / n / e”, elementi privi isolatamente di significato). È la combinazione distintiva e selettiva di questi elementi a creare un numero illimitato di unità significative. Proprio per questo, è un’attività biologica autoregolata, non vincolata alle configurazioni dell’ambiente, il cui risultato combacia integralmente con l’esecuzione. «L’arbitrarietà delle regole linguistiche è, quindi, naturale e perfino necessaria».
IL LINGUAGGIO COME SPAZIO POTENZIALE, TERRA DI NESSUNO TRA MENTE E MONDO
Wittgenstein ipotizza che vita e linguaggio siano due concetti coestensivi, accomunati dalla medesima indeterminatezza adatta a dischiudere lo spazio dell’azione, il cui oggetto consiste in «ciò che può essere altrimenti da quello che è». (Aristotele) «Le nostre enunciazioni — scrive Virno — delineano una sorta di virtuosismo naturalistico. Se è così, sembra opportuno radicalizzare la similitudine iniziale. È la prassi linguistica il modello di ogni ulteriore attività senza opera, la matrice di ogni particolare performance virtuosistica». Il linguaggio può essere definito organo biologico della prassi pubblica. Il parlare, infatti, si configura come una zona intermedia dalla quale si originano le polarità della “vita interiore” (o psiche) e della “vita esteriore” (realtà, intersoggettività), si colloca sul confine tra io e non-io. «L’azione verbale è insieme appariscente e intima; esposta agli occhi degli altri e però inseparabile dalla persona contingente di colui che la compie. La prassi linguistica si radica nello iato tra mente e mondo, uno iato che non si lascia colmare da una condotta prefissata, ma deve essere padroneggiato con esecuzioni virtuosistiche e regole arbitrarie».
Donald W. Winnicott preferisce parlare di uno “spazio potenziale”, caratterizzato dalla commistione di soggettivo e oggettivo, uno spazio costitutivamente pubblico. Solo quando questa «terra di nessuno è colonizzata dal linguaggio, emerge un netto discrimine tra io e non io, “dentro” e “fuori”, cognizione e comportamento».
L’azione verbale condivide molte delle caratteristiche attribuite da Winnicott ai cosiddetti fenomeni transizionali, tra i quali spicca l’attività ludica. Proprio come la prassi linguistica e il virtuosismo dell’artista esecutore, il gioco è pubblico ma non esteriore, personale ma non interiore. Il gioco è caratterizzato da un alto grado di variabilità e contingenza. Si potrebbe dire che esso illustra bene quella indeterminatezza della vita e del linguaggio.
IL DOPPIO VIRTUOSISMO NATURALISTICO DEL PARLANTE
Per chi prende la parola la lingua non è proprio una sinfonia. Un pianista ha uno spartito definito in ogni singolo dettaglio. Per il parlante, invece, la lingua è soltanto una potenzialità. Non solo non crea un’opera distinguibile dalla sua esecuzione, ma neanche può rifarsi a un copione, a un’opera pregressa. Il suo virtuosismo è duplice. Egli ha a disposizione unicamente il puro e semplice poter-dire, la voce significante. Non passa, come un attore, dall’atto-copione all’atto-recitazione. Il suo virtuosismo naturalistico consiste nel modulare con esecuzioni fini a sé stesse l’indeterminatezza potenziale della vita-linguaggio. Scrive Virno: «Il fatto che lo spartito cui ricorre sia una mera potenza (dynamis), anziché un copione dettagliato e univoco, allontana l’attività del parlante da quella degli altri artisti esecutori, ma la rende ancora più prossima alla nozione aristotelica di prassi». Chi parla non si discosta mai dall’esercizio stesso della facoltà. Quindi compie un’azione (praxis) e non movimenti come chi è impegnato, ad esempio, nella costruzione di una casa. Paradossalmente il “copione” del parlante è la potenza di dire. La potenza-spartito si suddivide in due specie distinte: la lingua storico-naturale e la facoltà di linguaggio. L’atto di parole, ossia la prestazione virtuosistica, esegue sia l’una che l’altra, all’unisono. Ma si tratta di forme diverse di potenze. La lingua è un illimitato repertorio di potenziali atti linguistici, la facoltà di linguaggio fa tutt’uno, invece, con la generica capacità di enunciare. «L’esecuzione dello spartito-lingua si rapprende nel contenuto semantico dei nostri enunciati, nel loro messaggio comunicativo, in breve in ciò che si dice. Viceversa, lo spartito-facoltà si dà a vedere nella stessa azione di proferire alcunché rompendo il silenzio, insomma nel fatto che si parla». I due spartiti sono sempre concomitanti e indisgiungibili. Nel discorso effettivo può essere l’uno o l’altro a godere di maggiore visibilità. Se l’attenzione va al messaggio comunicativo è prevalente lo spartito lingua. Vi sono però occasioni in cui diventa decisivo il fatto stesso di parlare (come, ad esempio, nella comunicazione fàtica).
LA TEATRALITÀ INSITA IN QUALSIASI DISCORSO
Virno ritiene che forse il teatro possa costituire «una forma a priori che struttura e qualifica l’intera attività verbale», perciò ricava da questo campo due concetti-guida: «a) l’esistenza di una scena, ossia di un’area delimitata che assicura piena visibilità alle vicende rappresentate; b) le virgolette entro le quali è racchiuso tutto ciò che si dice nel corso dello spettacolo. Sia la scena che le virgolette sono prerogative ineliminabili delle azioni umane». La scena. L’attore usufruisce di uno spazio, la scena, in cui gesti e discorsi risultano sempre visibili. «Nella comune prassi linguistica, a far le veci del palco teatrale è l’enunciazione. A patto di intendere il termine nella specifica accezione suggerita da Benveniste: “Il nostro oggetto è l’atto stesso di produrre un enunciato e non il testo dell’enunciato”. La scena di cui si giovano tutti coloro che agiscono verbalmente consiste nella semplice presa di parola». I deittici “io”, “questo”, “qui”, “ora” sono parolette strategiche che creano la “situazione di discorso”. “Io” è l’attore-personaggio, “qui” ed “ora” indicano il luogo e il momento dell’enunciazione, “questo” indica tutto che attornia il parlante. L’enunciazione «introduce colui che parla nella propria parole» (Benveniste), lo introduce, cioè, nella parte che si accinge a recitare. «Chi prende la parola dà avvio, ogni volta da capo, a un evento unico e irripetibile. Utilizzando il lessico concettuale di Arendt, si potrebbe dire: l’atto di rompere il silenzio è l’inizio della rivelazione. Il mero proferimento, di per sé privo di contenuti, procura però la massima visibilità a tutto ciò che il locutore dirà o farà: ai suoi racconti gremiti di sfumature, ma anche ai suoi gesti muti». Le virgolette. Declamate sulla scena, le battute di un dialogo sono sempre tra virgolette. È la scena come tale a privare le frasi pronunciate della loro abituale funzionalità. «Le virgolette esprimono il rapporto tra lo spazio dell’apparenza (palco e quinte) e ciò che in esso appare (dramma), condizione trascendentale della rappresentazione ed eventi rappresentati, enunciazione e testo dell’enunciato, azione di prendere la parola e particolare messaggio comunicativo». Gottlob Frege ricorre più volte al teatro per chiarire lo statuto degli enunciati che, dotati di un senso (Sinn) intersoggettivo, difettano di una denotazione (Bedeutung) accertabile. Se non c’è una corrispondenza biunivoca tra parole e cose, le nostre locuzioni sono “figure” teatrali, Sinn senza Bedeutung, testi racchiusi tra virgolette. Non troppo diverso è il giudizio di Husserl sulle “espressioni senza segnale”, cioè sugli enunciati sprovvisti di valore informativo: quando li si proferisce, «non si fa altro che rappresentare se stessi come persone che parlano e comunicano.» (Husserl). Ma rappresentare sé stessi come persone che parlano, non significa forse mettersi in scena? L’impiego delle virgolette è una caratteristica basilare del discorso umano. I nostri enunciati cessano di essere “figure” teatrali solo eccezionalmente. Questo perché, come ripete Virno, «Il linguaggio verbale è innanzitutto azione, praxis, solo in modo parziale e derivato cognizione, episteme. Per altro verso, il testo di un enunciato rimanda sempre all’atto di produrlo, così come la rappresentazione presuppone sempre un palco e delle quinte. Anomala, o quanto meno transitoria e reversibile, è l’assenza delle virgolette».
L’INTRINSECA POLITICITÀ DEL LINGUAGGIO E L’IMPORTANZA DI STUDIARLO
Per concludere, una tesi radicale e affascinante. Il parlante non solo è virtuoso, ma anche avveduto perché agisce costitutivamente nella sfera pubblica. La sua prestazione offre un anello di congiunzione fra le due celebri definizioni aristoteliche dell’Homo sapiens: «animale che ha linguaggio» e «animale politico». Sia i comportamentisti, per i quali il linguaggio è uno strumento sociale (poiesis), che i cognitivisti, per i quali è un patrimonio interiore della mente (episteme), ammettono senza problemi che, talvolta, l’animale linguistico può essere anche politico. Ciò che non sospettano è che «le due definizioni sono coestensive, indiscernibili, logicamente equivalenti. Anziché discettare sugli usi politici della parola, occorre mettere a fuoco l’intrinseca politicità del linguaggio». La politica non è una forma di vita tra le altre. Essa non si radica in un’attività verbale circoscritta, in uno specifico “gioco linguistico”; essa fa corpo con lo stesso avere linguaggio. Non lo usiamo per fare politica, il linguaggio è già politica. Il nostro “organo biologico” ci permette di abitare il mondo insieme agli altri, rendendo la prassi pubblica la nostra dimensione naturale. Se la nostra natura politica si fonda sul linguaggio, ogni volta che parliamo stiamo, di fatto, costruendo uno spazio comune. Non per forza uno spazio armonico e condiviso. Spesso è conflittuale. Una cosa è certa: lo studio del linguaggio come organo biologico della prassi pubblica non è un compito marginale, bensì il centro di ogni ricerca sulla natura umana.