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In copertina per il numero 31 di Orione, Il danno, Omaggio a Bebe Vio, Illustrazione di Bruna Pallante - Dettaglio

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La Ü francese

6 Maggio 2024
La Ü francese con la dieresi, che si pronuncia esattamente come quella lombarda, questo fonema, così naturale per diverse popolazioni del Nord, rappresenta per me una pietra d’inciampo, una spina tra la lingua e le labbra, un’ostinata resistenza a non disporsi come l’uso vorrebbe.
In copertina per il numero 31 di Orione, Il danno, Omaggio a Bebe Vio, Illustrazione di Bruna Pallante - Dettaglio

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La Ü francese

6 Maggio 2024
La Ü francese con la dieresi, che si pronuncia esattamente come quella lombarda, questo fonema, così naturale per diverse popolazioni del Nord, rappresenta per me una pietra d’inciampo, una spina tra la lingua e le labbra, un’ostinata resistenza a non disporsi come l’uso vorrebbe.

Ho studiato francese per quattro anni: dalla seconda media al secondo magistrale. Nei primi tre anni ho avuto professori che mi lasciavano leggere liberamente, limitando le correzioni e scivolando sul fatto che le mie labbra, dialettofone e irpine, producevano un soffio più vicino alla IU che al suono richiesto. 

Purtroppo, non si comportò così il professore dell’ultimo anno. Era un avvocato, originario di Avellino, sicuramente non un madre lingua. Ma era fissato. Voleva per forza che pronunciassi la Ü come un francese. Così, quando mi interrogava o mi invitava a leggere un brano, mi tempestava di correzioni, spesso accompagnate dall’invito a guardare le sue labbra arrotondate in avanti e la lingua, non visibile, che si disponeva nella posizione giusta. In quel periodo avevo compiuto quindici anni e andavo per i sedici. Non erano bei giorni. Cercavo la mia parte nel mondo. Scrivevo poesie adolescenziali piene di dolcezza e parole amorose. Il livello di autostima era buono, ma instabile, sempre pronto a precipitare, bisognoso di riconoscimenti… Questo professore metteva nel correggermi una certa punta di sadismo e mi indisponeva. Facevo buon viso a cattivo gioco, ma dentro accumulavo rabbia. 

Possibile che non capisca! Possibile che non si renda conto che faccio di tutto per pronunciare questa maledetta Ü, ma proprio non riesco?! Mi tornava in mente lo sforzo fatto in prima elementare per imparare a pronunciare DA nel mio dialetto, simile al siciliano BEDDA. Prova e riprova, una mattina finalmente il suono uscì. Anche questa volta avevo provato e riprovato. Senza risultato. Una mattina, durante l’interrogazione, appena il professore mi corresse per l’ennesima volta, presi il libro, lo lanciai verso di lui sulla cattedra e me ne andai a posto. L’umiliazione aveva superato il livello di guardia. FUOOORI! Urlò il professore. SOSPESO! IN PRESIDENZA! 

Mi alzai e andai in presidenza. Spiegai al preside ciò che sentivo dentro e ciò che era successo. «Signor preside, non ce la facevo più, non può correggermi tutte le volte, non sono un idiota, ho capito di sbagliare, ho provato e riprovato a correggermi. Ma non riesco. Cosa posso farci? Insegnerò nelle scuole elementari, non sarò un professore di francese…».

Il preside era Attilio Marinari, un grande intellettuale che scriveva saggi su Dante e De Sanctis; capì la situazione. Non poteva, però, mettersi dalla mia parte. Cercò di ridurmi i giorni di sospensione. Da una settimana a tre. Alla ripresa dovevo tornare accompagnato da uno dei genitori. Qui cascava l’asino. Come dire ai miei che ero stato sospeso? Impossibile. Mio padre picchiava come un forsennato. Per lui i professori avevano sempre ragione. Conclusione: non dissi niente. Ogni mattina prendevo il pullman per Lacedonia e trascorrevo la giornata nel bar di fronte all’istituto. Intanto pensavo a che fare. L’idea migliore mi sembrò quella di dirlo a zio Salvatore, il marito di una sorella di mia madre. Era il più giovane. Gli parlai dell’accaduto. Calcai la mano sul sadismo del professore e sul suo modo tradizionale d’insegnare. Se avessi detto tutto a mio padre, le avrei buscate… Insomma, caro zio, mettiti in giacca e cravatta, accompagnami a scuola, di fronte al preside, fai la parte giusta: rimproverami ben bene, dammi dell’ingrato, pure qualche ceffone, spiega che i miei genitori lavorano in campagna, e chiudiamola con scuse e salamelecchi… Come? Salamelecchi, zio. Cioè fai degli inchini cerimoniosi… Lo zio capì e non vide l’ora di entrare nella parte. 

Il giorno previsto prese il pullman con me e andammo in presidenza. Lui in giacca e cravatta e io con la faccia contrita. «Mi chiamo Salvatore Pelullo, sono suo zio, i genitori sono in campagna e si scusano. Cosa è successo signor preside?» E il Preside con serietà cominciò a riferire… A questo punto, mio zio si rivolse a me per farmi la concordata “lavata di capa”: «Ma come? I tuoi genitori in campagna a riempirsi di sudore per mandarti a scuola e tu che tratti così un professore?! Scostumato! Chi ti ha insegnato queste maniere?» E mi mollò il primo ceffone in piena faccia…

«Ma no, signor Pelullo, non faccia così…»

«Eh, preside, questi ragazzi vanno educati, non capiscono i sacrifici che fanno i loro genitori…», e mi mollò un altro ceffone.Un po’ imbarazzato il preside cercò di chiudere la vicenda. «D’accordo, signor Pelullo, il ragazzo è riammesso, adesso lo accompagno in classe e parlerò col professore». Lo zio continuò a guardarmi torvo e intanto si scusò col preside per il mio comportamento. La commedia finì così e tornai a scuola. Alla fine del secondo trimestre, mi beccai il previsto sette in condotta e cinque in francese, ma il mio disagio non scomparve. La relazione tra me e il professore restava tutt’altro che rassicurante. Gli avevo chiesto scuse di fronte a tutti, non mi correggeva più, ma si capiva che nel suo animo covava del rancore. Con gli altri professori la situazione era buona, ma temevo che potesse influenzarli negativamente; pensavo che m’avrebbe teso qualche trappola per rimandarmi… Stavo male. Mi rimproveravo di essere stato impulsivo. Avevo ragione, ma lanciargli il libro era stato un comportamento riprovevole. Invece di quel gesto plateale, forse avrei dovuto parlargli a quattr’occhi, confessargli il garbuglio di sentimenti in cui mi agitavo. Avrei dovuto dirgli che in quel modo mi umiliava e non mi aiutava certo a pronunciare quella maledetta Ü. Non dormivo, non stavo bene, continuavo a parlarne con i compagni di scuola più grandi, i ripetenti, esperti in umiliazioni accumulate per anni. Alla fine, mi decisi. Dovevo andare a parlare direttamente col professore. Nei giorni feriali abitava a Lacedonia, in una casa che i compagni di questo paese conoscevano. Chiesi un appuntamento e un pomeriggio andai a bussare alla sua porta. Il colloquio durò una mezz’oretta. Gli spiegai il mio disagio. Mi dava fastidio il non riuscire a pronunciare la Ü. Non sapevo da cosa dipendeva. Quasi certamente era una forma di handicap. Con le sue ripetute correzioni il disagio stava diventando sempre più grande. La mia reazione era stata riprovevole, gli chiedevo ancora profondamente scusa. La mia maleducazione era stata giustamente punita con la sospensione e il sette in condotta. Ora dovevamo intenderci. Lui era il mio professore e gli avrei portato rispetto. Lui però doveva capirmi e non nutrire rancore nei miei confronti. Parlai quasi sempre io. Al termine ci stringemmo la mano. L’anno scolastico finì bene. Fui promosso a giugno. Il voto in francese non lo ricordo. So, però, che mi sono laureato in pedagogia, prendendo trenta in un esame di francese, e scrivendo una tesi di laurea sulle barriere sociolinguistiche nell’interazione verbale.

per citare questo articolo

Donato Salzarulo:

La Ü francese,

n. 31 - Il danno,

maggio-agosto 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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