LA CHIESA DIALOGANTE
Su Tuttolibri (1/2/2025), Enzo Bianchi, ex priore di Bose, nel recensire il libro dell’arcivescovo di Marsiglia, Jean-Marc Aveline, Il dialogo della salvezza. Piccola teologia della missione, Libreria Editrice Vaticana, 2024, ricorda le condizioni essenziali perché il dialogo diventi l’atteggiamento fondamentale della chiesa nella società attuale. In primo luogo, il riconoscimento dell’altro nella libertà, singolarità, dignità, unicità e irripetibilità della sua vita, nella sua differenza sessuale e di genere, nella sua condizione sociale e culturale, nella sua età, nel suo essere credente, ateo, diversamente credente. In secondo luogo, la capacità di guardare l’altro al di là del prisma della propria cultura, della propria estetica, della morale e della religione che si professa, dei propri costumi. I nostri modi di essere e di pensare non sono i soli esistenti; bisogna, allora, essere curiosi, accogliere l’altro, ascoltarlo, desiderare d’imparare dalla sua cultura e dalla sua religione senza misurarle sulle proprie. In una relazione di alterità occorre mettere alla prova e a rischio la propria identità, dichiarandosi disposto a modificarsi, a diventare in parte anche altro da ciò che si è o si è stati fino a quel momento… Perciò l’ascolto è fondamentale. Dià-lògos è parola che si attraversa, che s’intreccia con linguaggi, significati, etiche e culture altre, straniere, sconosciute; è superamento del pregiudizio e della paura dell’ignoto; è incontro, intesa, cammino contro un’aggressività fatta di silenzi e la violenza. «È il dialogo — scrive Bianchi — che consente di passare non solo attraverso l’espressione di identità e differenze, ma anche attraverso una condivisione dei valori dell’altro, non per farli propri bensì per comprenderli. Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme. Così nel dialogo avviene la contaminazione dei confini, avvengono le traversate nei territori sconosciuti, si aprono strade inesplorate».
DISCORSO SOFISTICO E DIALOGO SOCRATICO-PLATONICO
La concezione del dialogo, esposta dall’ex priore, è quella che certamente conosciamo di più. È un processo di apertura, negoziazione, intesa tra le parti; ha di mira «un reciproco progresso, un avanzare insieme». Nella storia italiana era una concezione abbastanza diffusa tra i partiti politici della Prima Repubblica. Molte riforme erano il frutto di questi tentativi di avvicinamento a partire da posizioni antitetiche, come potevano essere in quel tempo le posizioni del PCI e della DC. Oggi tutto ciò è un ricordo. Qualche anno fa, infatti, mi è capitato di leggere il Gorgia. Andando avanti, battuta dopo battuta, venivo sempre più catturato da un’impressione. Mi sembrava di leggere pagine dell’oggi che riguardavano non retori o filosofi dell’Atene della fine del V sec. a.C., ma politici dei nostri giorni, personaggi invitati a una delle tante trasmissioni televisive in cui si dibatte, settimana dopo settimana, la cosiddetta “agenda politica”. Gli ospiti hanno tutti in mente il pensiero di Gorgia: non c’è una verità in cui credere, se non una verità provvisoria, che può essere facilmente contraddetta alla prima occasione. Quello che conta è “vincere” nel confronto con gli avversari politici, ascoltando quel tanto che basta il loro discorso; il più delle volte, però, cercando di interrompere, parlando loro addosso, deridendoli, eludendo i problemi o gli interrogativi sollevati. Obiettivo unico: persuadere gli spettatori, seduti nei salotti di fronte allo schermo, che la “democrazia” è questa continua propaganda di opposte fazioni per strappare il consenso o qualche like sui loro social. Sofisti del XXI secolo, non hanno la verità come fine. «Il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme». Questa di Enzo Bianchi sarebbe per loro la tipica frase buonista, da “anima bella”. Gorgia è convinto del potere della parola, della sua capacità di suscitare o placare passioni, di causare dolore, gioia, piacere, paura, coraggio, pietà, di modificare lo stato emotivo e mentale di chi ascolta; e tutto questo a prescindere dal suo contenuto di verità. Chi ha questa capacità di persuasione, sa di esercitare un notevole potere. Ma a quale fine? Accumulare like, consensi, voti. Essere eletti in Parlamento, diventare maggioranza, diventare Governo e credere che questo consenso ti ponga al di sopra della legge, della giustizia, della verità. La democrazia può covare dentro di sé la tirannia. Il potere di persuasione può diventare prevaricante, violento. Può portare allo scontro, a Capitol Hill. I dialoghi di Socrate-Platone sono, invece, altra cosa. Sono domande e risposte che si scambiano due o più interlocutori e mirano alla verità, alla giustizia, alla felicità. Sono dialoghi per trasmettere saperi scientifici e sapienze, non opinioni o credenze da smentire il giorno dopo. Forse sono diventati dialoghi irenici, per anime belle. Dialoghi tra intellettuali, sostituiti oggi da influencer con decine e centinaia di migliaia di follower. Un fatto è certo, che non può definirsi “dialogo” ciò che avviene in televisione. Spettacolo sì. Gli odierni retori soffrono di demagogia e preferiscono discorsi diretti al “popolo”, “alla nazione”, ai fratelli e alle sorelle d’Italia. Mentre gli eredi dei dialoghi platonici si trovano ancora nelle aule scolastiche, nei gruppi di studi universitari o nei gruppi di lettura. Sicuramente un tempo qualche dialogo poteva svolgersi in qualche sezione di partito, ma, dopo aver spazzato via le “strutture intermedie”, i dialoghi dove intrecciarli? Forse in famiglia, nell’associazionismo, nelle organizzazioni di volontariato. Non so
L’APOCALISSE DIALOGICA
Perché non so? Perché da qualche settimana sto leggendo un libro di Giulia Martini. S’intitola L’apocalisse dialogica. Scambi di battute nella poesia italiana del Novecento. (Carocci editore, 2024). La tesi di fondo è questa: nella poesia italiana del Novecento, a partire dai Canti di Castelvecchio di Pascoli e dai Colloqui di Gozzano fino a Nel magma di Luzi o a Xenia di Montale, si registra una costante funzione anti-dialogica, una vera e propria apocalisse, nel doppio senso etimologico della parola: una rivelazione, uno svelamento, una manifestazione e una catastrofe, un cataclisma, una fine del mondo. Se c’è un’apocalisse dialogica in poesia perché meravigliarsi di ciò che succede in politica? Il Novecento non è stato un secolo dialogico. Dopo due guerre mondiali, negli ultimi 80 anni si è cercato, attraverso istituzioni sovranazionali (ONU, Corte penale internazionale e altre) di “dialogare” fra Stati e condannare invasioni di altri Stati, crimini di guerra e contro l’umanità, genocidi e atrocità varie. In questi giorni questi organismi sono sotto attacco. Fra guerre e stermini, fra democrazie liberali in crisi e autocrazie, l’ordine è il caos. Chi crede nei dialoghi ha un lungo lavoro da fare.