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Orpello grafico (dettaglio di copertina)

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Metamorfosi di un dente di leone

8 Settembre 2025
Certe mattine mi sento un ibrido. L’odore della mia pelle è quello di mia madre e la camminatura è sputata quella di mio padre.
Orpello grafico (dettaglio di copertina)

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Metamorfosi di un dente di leone

8 Settembre 2025
Certe mattine mi sento un ibrido. L’odore della mia pelle è quello di mia madre e la camminatura è sputata quella di mio padre.

Non è una sensazione soltanto soggettiva. Mia moglie ha la stessa impressione. Nei primi di luglio, quando arrivo a Bisaccia e incontro il mio amico Michele, mi saluta scherzosamente, chiamandomi “Zì Mingù” (zio Domenico). Il nostro morire giustamente ci spaventa. Le sue modalità ci sono ignote, ma il risultato finale è abbastanza chiaro. Ho scritto un Dittico delle ceneri sulla riesumazione delle ossa di mio padre e di mia madre. Se saremo sepolti nella nuda terra, come ha detto recentemente Papa Francesco, saremo cibo per vermi e acqua per la falda; se saremo cremati, gli alberi cattureranno il nostro carbonio e il mucchietto di ceneri potrebbe essere devotamente conservato o sparso in qualche luogo. Più misteriosa è la nostra nascita. Un invisibile spermatozoo maschile e un altrettanto invisibile ovulo femminile si accoppiano e danno inizio a un processo che, per quanto studiato e compreso, ha dello straordinario. Sono stato nove mesi nella pancia di mia madre. Ho respirato il suo respiro, mi sono nutrito del suo cibo, ho nuotato nel suo liquido amniotico, sono stato carne della sua carne. E ciò che è davvero incredibile, dopo questo soggiorno nell’utero, di cui non ricordo nulla, sono venuto alla luce con tutti gli organi al loro posto: occhi, orecchie, naso, bocca, fronte, capelli, spalle, mani, piedi. L’apoptosi ha funzionato. Potevo ritrovarmi con le dita palmari come un’anatra e, invece, sono sapientemente separate. Che scrittori bravissimi sono i geni. Tra il loro scrivere e la loro opera non c’è differenza. L’atto coincide col corpo che scrivono. Mia madre, tuttavia, notò subito una piccola voglia rosea sulla guancia sinistra; nulla di preoccupante. Infatti, sono cresciuto e vissuto con questo “biscotto” per molti anni, finché l’ho tolto. Nella sua zona centrale cresceva una protuberanza: mentre dormivo, poteva lasciare gocce di sangue sul cuscino. «È un basalioma. Può scavarle la guancia», mi disse il chirurgo della pelle e mi fissò l’appuntamento per rimuoverlo. Ho una foto di un Donato in età di scuola materna, con un palloncino in mano. Irriconoscibile. Ma davvero ero Io?… E dov’ero in quella foto ricordo di quinta elementare? Quante volte ho giocato con familiari e amici a riconoscermi. Il più delle volte l’indice si posava sul fanciullo giusto. Non sempre, però. Ho subito delle metamorfosi. Più o meno lente e visibili. Una la ricordo benissimo. Tra i tredici e i diciassette anni. Le orecchie, il naso, la fronte, le spalle mi sembravano andare per i fatti loro. Se, mentre mi lavavo, mi guardavo allo specchio, ogni mattina scoprivo una novità: ora il naso mi sembrava cresciuto enormemente, ora le orecchie erano grandi e troppo a sventola, ora il grigio-azzurro degli occhi mi sembrava più simile a quelli di un pesce lesso che al cielo del mio paese in certe giornate di sole. Insomma, non mi andava bene nulla. L’adolescenza è l’età delle metamorfosi. Lo scrive persino Vittorio Sermonti nell’introduzione alla sua traduzione dell’opera famosa di Ovidio: «Le Metamorfosi sono un libro sull’adolescenza, un dizionario mitologico dell’adolescenza che canta il corpo dell’uomo in mutazione incarnandolo in figure letterarie […] Sono proprio il poema dell’adolescenza come esperienza della labilità e vulnerabilità dell’identità, mentre il tuo corpo non fa che cambiare, che cambiare te stesso sotto i tuoi stessi occhi. E tu non sai più chi sei» (V. Sermonti: Le Metamorfosi di Ovidio — Rizzoli — 2014). Sermonti tira in ballo Narciso. Ovvio che ero come un Narciso che, guardandomi allo specchio, cercavo di amare il mio corpo. A vent’anni l’ho accettato. Ma, invece del fiore che porta il nome del mitico personaggio, il mio avatar è diventato il dente di leone, il fiore assai diffuso della cicoria matta, quello che si trasforma in soffione e il vento porta i suoi pappi dappertutto. M’illudo di lasciare semi di Donato qua e là? Sì m’illudo. Ma questa credo sia un’attività abbastanza comune. La vita non è soltanto la mia vita, quella privata. É quella di tutte le specie, l’unica che conosciamo, quella di Gaia, quella della Terra, di cui sono una forma, un modo accidentale di essere. Sono nato, sono un ibrido, sono carne di carne, letteralmente “carne riciclata”. Respiro e ho bisogno degli alberi. Senza il regno vegetale semplicemente non esisteremmo. Non ci assicura soltanto il respiro. Ci regala anche il cibo: dalla cicoria alla borragine, dagli asparagi ai carciofi selvatici, dalle more alle fragoline di bosco, dai cornioli alle prugne.

Certo, da migliaia d’anni abbiamo rivoluzionato il nostro modo di vivere con l’agricoltura, ma prescindere dal regno vegetale è impossibile. E gli animali? Siamo esseri onnivori: ci nutriamo di pesci, conigli, polli, maiali, agnelli, vitelli. Catturarli e ucciderli può procurarci qualche trauma, come accadde a Saba con la sua gallina, ma la loro morte alimenta la nostra vita. «Il nostro corpo è una strana macelleria cosmica», scrive il filosofo Emanuele Coccia, in un libro straordinario intitolato appunto Metamorfosi. Siamo un’unica, sola vita (Einaudi, 2022), un saggio che presenta un punto di vista davvero radicale sulla nostra idea di cambiamento: da quella dell’identità a quelle di Stato-nazione, ecologia, politica e su molte altre questioni. L’esempio per eccellenza della metamorfosi è quello del bruco che diventa farfalla, ma un seme che diventa pianta è meno prodigioso? Mi viene in mente Lucia, la mia seconda figlia. Da bambina, quando mangiava un pezzo d’anguria e accidentalmente ingoiava uno di quei semi neri, si spaventava. Pensava che potesse trasformarsi nel suo corpo in una pianta con rametti e foglie pronti a uscire da bocca, orecchie, naso e da altri orifizi. Non era una Dafne trasformata in alloro, ma una bambina invasa da un cocomero. Fantasie. Ma uno zigote che diventa un Michelangelo, per quanto sbalorditivo e miracoloso, è tutt’altro che una fantasia. È pura realtà, un processo descrivibile, entro certi limiti, scientificamente. Il problema è: la farfalla ricorda di essere stata bruco? La rana si porta dietro l’Io di girino? La metamorfosi non è una conversione, né una rivoluzione. Nella conversione è un Io che cambia parzialmente o totalmente le proprie idee: da cristiano diventa buddista o da monarchico repubblicano. Nella rivoluzione cambiano le condizioni economiche, tecniche, sociali del mondo mentre l’Io rimane, più o meno, invariato. Nella metamorfosi che succede? L’individuo è costretto a un salto, a diventare altro da ciò che era prima: da bruco che striscia a farfalla che vola. Nascere è questa metamorfosi dolorosa, morire anche. La resurrezione è una bella credenza, gioiosa, consolante. Ma forse sono più probabili le reincarnazioni. Potrei diventare acqua che, tornata in ciclo, lava la faccia di una fanciulla, o farfalla che succhia il polline di un dente di leone o forse pollo che ha beccato un verme nutrito dalla mia carne in dissolvimento. 

per citare questo articolo

Donato Salzarulo:

Metamorfosi di un dente di leone,

n. 35 - Metamorfosi,

settembre-dicembre 2025

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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La moglie di Lot si volta a guardare Sodoma bruciare e si trasforma in una statua di sale, Gregor Samsa, nel racconto di Kafka, risvegliandosi, si trova mutato in uno scarafaggio, Yeong-Hye, nel romanzo La Vegetariana di Han Kang, di fronte alla insopportabile violenza del genere umano, decide di rinunciare a tale condizione e vuole trasformarsi in pianta, nutrendosi solo di liquidi.