Con leggerezza, invece, sono più diffidente. Non tanto per l’ampiezza del suo spettro semantico: dalla fisica (leggerezza della paglia o dell’aria) allo psicologismo relazionale (da chi se ne sta spensierato a chi paga di persona per la sua sventatezza…); dalla simpatica leggerezza di una barzelletta a chi non ama incupirsi o appesantirsi la vita, ferita a morte sin dall’inizio: «Ogni storia deve finire/ogni pigna di glicine sfiorire». Il pessimismo non è obbligatorio e neanche il razionalismo. Non sopporto, però, la tendenza (ideologica) a far della leggerezza una sorta di vademecum per i mille problemi della vita, come se avesse il compito di sminare le bombe nascoste lungo il cammino della nostra esistenza. Insomma, per una parola che non figura in nessun dizionario di filosofia o di psicologia, questa pretesa mi sembra smodata. Tra l’altro, credo che Calvino sarebbe d’accordo con me. Lo scrive all’inizio delle Lezioni americane: «Dedicherò la prima conferenza all’opposizione leggerezza-peso, e sosterrò le ragioni della leggerezza. Questo non vuol dire che io consideri le ragioni del peso meno valide, ma solo che sulla leggerezza penso d’aver più cose da dire». E lo ripete nel corso della seconda lezione: «Ogni valore che scelgo come tema delle mie conferenze […] non pretende d’escludere il valore contrario: come nel mio elogio della leggerezza era implicito il mio rispetto per il peso, così questa apologia della rapidità non pretende di negare i piaceri dell’indugio». Non la pensano così, invece, gli innamorati della leggerezza. Al Salone del Libro di Torino, quest’anno, il programma prevedeva la novità di sette sezioni dedicate a temi rilevanti per il pubblico: Arte, Cinema, Editoria, Informazione, Leggerezza, Romance, Romanzo. Quando ho letto Leggerezza, ho avuto degli attimi di esitazione. Scoprendo poi che la curatela era stata affidata a Luciana Littizzetto, mi è stato chiaro cosa si intendesse col termine. Infatti, nella presentazione si legge: «La leggerezza come balsamo per ammorbidire il presente, perché non c’è solo la scrittura che perturba e scuote, ma esiste anche quella che accoglie, risolleva, fa sorridere». I protagonisti di questo “balsamo” sono, innanzi tutto, i bambini con cui si effettua l’incontro inaugurale, poi alcuni comici, dei cantanti, degli attori, alcuni scrittori e scrittrici. Sulla leggerezza dei bambini mi piacerebbe sentire il pensiero di Freud o Melanie Klein. Quanto alle scrittrici, ecco un flash di Alessia Gazzola: «Cosa è la leggerezza se non un metodo, un modo di interpretare la realtà? È un modo di guardare le cose diversamente. Per cogliere il lato buffo, per non soccombere.» Non so perché, leggendo queste parole, mi viene in mente Alberto Sordi, come personaggio interprete dell’italiano medio, e la prima espressione a cui penso è “Italiani brava gente”. La domanda è semplice: siccome nella storia di un Paese e nella vita di ognuno/a di noi, prima o poi la tragedia presenta il suo conto, lo sguardo leggero è davvero il modo migliore per non soccombere, per ammorbidire il presente, per scoprirne il lato buffo?…È stato un bene sorvolare sulla tragedia del fascismo? È lo è stato non discutere con serietà e rigore sugli aspetti vergognosi della nostra storia? È stato un bene rispondere agli “anni di piombo” del terrorismo rosso e nero e allo stragismo degli anni Settanta con l’atteggiamento avuto negli anni Ottanta?…
Gli anni Ottanta sono quelli della “scoperta” della leggerezza. Intendiamoci, cominciarono con due avvenimenti storicamente e socialmente pesanti: a ottobre “la marcia dei Quarantamila” e la sconfitta del Movimento operaio alla Fiat; a novembre il terremoto irpino con migliaia di morti e feriti; ma, sul terreno culturale, furono anni di “riflusso nel privato”, di un lungo elenco di crisi: del marxismo, della ragione, delle “grandi narrazioni”; di affermazione del “pensiero debole” e della “condizione post-moderna”; di Roma “città dell’effimero” con le Estati di Nicolini, della Milano “da bere”… Non c’è da meravigliarsi, dunque, se a marzo del 1985, L’insostenibile leggerezza dell’essere, appena pubblicato, si esaurì. Ho l’impressione che il titolo abbia svolto la sua parte: quella “leggerezza” messa al centro del sintagma con gli occhi che si spostano prima a destra “leggerezza dell’essere” e poi forse tornano sull’aggettivo iniziale. In altre parole, ciò che per Kundera era abbastanza drammatico e insopportabile, per molti diventava consolante e sostenibile. Per l’autore ceco “la leggerezza dell’essere” significava che la nostra esistenza è una bolla, unica, irreversibile, in larga parte casuale. Calvino. che l’aveva recensito su La Repubblica, così ne parla nella prima lezione: «Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione: la fitta rete di costrizioni pubbliche e private che finisce per avvolgere ogni esistenza con nodi sempre più stretti. Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile». Chiaramente lo scrittore ligure aveva un’idea di leggerezza diversa dal collega ceco. Fondava le sue ragioni sul mito, sull’atomismo lucreziano, su Ovidio, su Guido Cavalcanti, su Montale, su una lunga serie di citazioni non sempre filologicamente corrette (cfr. Claudio Giunta, «Le “Lezioni americane” di Calvino 25 anni dopo: una pietra sopra?», Belfagor LXV 6 Novembre 2010). Anche se Calvino non escludeva le ragioni del peso o della lentezza, a me appaiono evidenti l’astrattezza e la mancanza di storicità di queste antitesi. Come se per le persone sia possibile attribuirsi leggerezza o peso a seconda della loro volontà. Oggi a Gaza, ad esempio, di quanta e quale leggerezza possono godere? Lezioni americane è un libro messo insieme con gli appunti raccolti in vista delle “Poetry Lectures” che Calvino avrebbe dovuto tenere alla Harvard University nell’anno accademico 1985-86. L’invito gli era stato rivolto nel giugno 1984. Come sappiamo, non poté andare. Il 19 settembre 1985 morì a Siena. La moglie Esther lo pubblicò nel 1988 presso Garzanti. Fu subito un grande successo. Ma come ha scritto recentemente Domenico Scarpa: «Le Lezioni americane hanno avuto uno strano destino. Sono diventate un repertorio di citazioni citabili. È avvenuto soprattutto con Leggerezza, con la lezione e con il suo titolo: è stata saccheggiata perché la leggerezza appare gradevole e per l’appunto leggera come un’escursione in parapendio» (Calvino fa la conchiglia. La costruzione di uno scrittore, Hoepli, 2023). In tempi di post-verità, fra i cinque valori indicati dallo scrittore, quello dell’esattezza, per quanto astratto, mi sembra forse il più urgente e necessario da sostenere.