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Libertà è partecipazione

9 Gennaio 2023
La mia grande avventura partecipativa ebbe inizio una mattina di fine novembre del 1967 con l’occupazione di Palazzo Campana a Torino. Si nutrì di assemblee, manifestazioni, cortei studenteschi, frequenza a gruppi di studio: i cosiddetti “Controcorsi” di Filosofia della scienza, Scuola e società, Pedagogia del dissenso, Vietnam e Imperialismo, Psicanalisi e repressione sociale.

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Libertà è partecipazione

9 Gennaio 2023
La mia grande avventura partecipativa ebbe inizio una mattina di fine novembre del 1967 con l’occupazione di Palazzo Campana a Torino. Si nutrì di assemblee, manifestazioni, cortei studenteschi, frequenza a gruppi di studio: i cosiddetti “Controcorsi” di Filosofia della scienza, Scuola e società, Pedagogia del dissenso, Vietnam e Imperialismo, Psicanalisi e repressione sociale.

1. Fu la Contestazione, lo slogan: «Potere agli studenti!». Fu il Sessantotto. Da quel momento entrai in un’altra dimensione. Qualcosa stava accadendo che mi riguardava: aveva a che vedere con un’organizzazione autoritaria dello studio, delle lezioni, della vita scolastica totalmente incapace di rispondere al mio fabbisogno educativo. Avevo 18 anni e da tempo cercavo un sapere per la mia vita, che andasse oltre le materie scolastiche, qualcosa che potesse aiutarmi a comprendere meglio me stesso. Perché altrimenti avevo comprato il libretto di Introduzione alla psicanalisi? E la guerra americana nel Vietnam davvero non aveva nulla a che fare con me? Perché a scuola non si poteva parlare di questo? Poi venne Lettera ad una professoressa e capii che la scuola era di classe.

2. Alla fine del Sessantanove, spostatomi dalla periferia torinese a quella milanese, la mia voglia di partecipare mi spinse a entrare in un Gruppo operai-studenti. Il problema politico è quello del potere. Gli studenti da soli non potevano conquistarlo. Erano una categoria sociale, non una classe. Fu così che, all’inizio degli anni Settanta, mi ritrovai militante in Avanguardia Operaia, uno di quei gruppi della sinistra extraparlamentare che voleva costruire il partito rivoluzionario in Italia. Il sogno s’infranse alla fine degli anni Settanta. Mi presi un periodo di riposo e meditazione, poi, nei primi anni Ottanta diventai un indipendente nel PCI. Sono stato consigliere e assessore di questo partito finché Occhetto ne decretò la metamorfosi. Se parlo di partecipazione, quindi, la prima esperienza che mi viene in mente è quella politica. Ho partecipato in prima persona, sono stato un protagonista a livello locale e ho cercato di promuovere la partecipazione dei miei simili. Quando sono crollati i partiti storici, avendo contratto profondamente questa malattia, ho frequentato le riunioni di una lista civica: Cologno Solidale e Democratica. Dal 2010 al 2015 ne sono stato anche un assessore.

3. «La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche il volo di un moscone

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.»

Così cantava Giorgio Gaber nel 1973. In questa canzone la partecipazione era così importante da definire e qualificare la libertà, che non coincideva con uno spazio libero e col diritto di votare, non si identificava neanche con la libertà di opinione, di gesto o d’invenzione. Sostenendo che “libertà è partecipazione”, Gaber promuoveva un’idea di libertà collettiva e contrastava quelle concezioni liberistiche e individualistiche che si sarebbero diffuse negli anni Ottanta col “riflusso nel privato”.

La canzone era espressione di un clima sociale partecipativo forte ed entusiastico che coinvolgeva tutte le principali istituzioni sociali: nel 1974 vengono istituiti nelle scuole gli Organi Collegiali; nel 1975 viene riformato il diritto di famiglia; con la legge 833 del 1978 nasce il Servizio Sanitario Nazionale con la relativa istituzione delle Unità Sanitarie Locali; nei Comuni di grandi e medie dimensioni si propongono i Consigli di quartiere, nelle aziende si costituiscono i Consigli di fabbrica… Gli anni Settanta sono stati il decennio d’oro della partecipazione. Lo spirito del Sessantotto ribelle, contestativo, critico, desideroso di libertà e uguaglianza, riuscì a investire tutto il sociale. Poi cominciò a soffiare anche il vento del Femminismo e fu una lunga rivoluzione.

4. «Il personale è politico» ripetevano le compagne femministe contestando la cultura patriarcale, proponendo la liberazione, al posto della novecentesca emancipazione, e una diversa scala di priorità. Il potere non si trova solo nel Palazzo, non basta bombardare il Quartiere Generale per cambiare i rapporti sociali. Il potere ha molti aspetti, transita nelle relazioni personali, negli individui; lo trovi nel rapporto di coppia, tra i sessi, in famiglia, in un gruppo, una fabbrica, una scuola, un ospedale… Microfisica del potere. Nel 1978 Einaudi pubblicava un libro di Michel Foucault con questo titolo. Il suo obiettivo era arricchire la visione del potere nelle società democratiche: non è questione solo di leggi e di Diritto, di rappresentanze elette a vari livelli o di “separazione dei poteri” (legislativo, esecutivo giudiziario). In ballo ci sono i dispositivi, i meccanismi, le tecniche, il complesso delle norme suggerite dai molteplici saperi disciplinari. Sessantotto e Femminismo avevano messo sotto tiro il leaderismo ma anche il potere tecnocratico, gli “ordini del discorso”. 

5. Metessi chiama Platone la partecipazione del mondo sensibile a quello iperuranio delle Idee eterne. Così le mille e mille cose belle sotto i nostri occhi, condannate al divenire, sono immagini di un’unica e indivisibile Bellezza. La Democrazia per non restare un’idea platonica ha bisogno di prendere quotidianamente corpo nei comportamenti e nelle scelte dei cittadini. Se non quotidianamente, almeno con una certa soggettività che non la faccia scomparire dalla scena politica. Votare è un diritto fondamentale. Ma la democrazia non può ridursi alla partecipazione al voto. Come cantava Gaber, non si può passare la propria vita a delegare chi ci deve comandare. L’aumento dell’astensionismo non è soltanto sintomo della crisi di fiducia fra elettorato e ceto politico. Indica una crisi della democrazia che, tra un’elezione e l’altra, non viene più organizzata, partecipata e che non può essere sostituita dal leaderismo dei partiti personali, dalle chat-room, dai social o dal volontariato.

6. Verso la fine degli anni Ottanta venne tradotto in italiano La cultura del narcisismo di Cristopher Lasch. Dopo averlo letto, scrissi questi versi: 

Qui uno solo è il racconto

stretto in mille modi:

ogni uomo è Dio.

Il resto pensiero povero, 

stantio.

Se la credenza nell’identità individuale diventa un valore assoluto, inevitabilmente i rapporti con gli altri assumono un valore relativo, secondario, strumentale. Il Noi diventa un fantasma e la competizione la regola. Cos’è la partecipazione in una “società di individui”?

7. Al termine dei funerali della regina Elisabetta, ho tirato un sospiro di sollievo. La notizia aveva alluvionato i canali televisivi per un tempo quasi eterno. Perdonatemi, non amo le monarchie. Alla fine mi è rimasta l’immagine di una spagnola sulla cinquantina. Interrogata dall’intervistatrice, tutta malinconica, confessava che stava tornando a casa, dopo aver dato l’ultimo saluto alla regina: «Non potevo non partecipare a questo evento». Ha detto proprio così. Cosa le avrà regalato questa partecipazione? Quali pensieri? Quali emozioni? Quali sentimenti? In una “società di individui” forse partecipare significa proprio questo. Diventare singoli atomizzati ruotanti intorno all’Uno, sudditi di una sovrana, tifosi di un Presidente, gregari di questo o quel leader, spettatori di una politica-spettacolo.

per citare questo articolo

Donato Salzarulo:

Libertà è partecipazione,

n. 27 - Partecipazione,

gennaio-aprile 2023

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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Interrogare il tema posto da Orione ha una sua prima complessità: evitare l’ovvio. L’Ovvio che di per sé, nella sua generica in-significanza di affermazioni ripetute come un refrain, è l’opposto di quanto è nelle intenzioni della redazione della rivista: dare/ridare al concetto di partecipazione una centralità di significato operativo e di solidarietà.