…C’è sempre qualche motivazione più implicita, interiore, non detta, che non sapremo mai definire e capire. L’amore è incomprensibile. E sappiamo che qui sta il suo bello, la sua meravigliosità. Non sappiamo perché inizia e perché finisce».
Diego De Silva mi descrive l’ultimo libro che ha scritto per Einaudi, I titoli di coda di una vita insieme. Ho preso spunto dal tema di Orione sui “Dialoghi”. Così approfitto della solita chiacchierata sui massimi sistemi. Con lui la pratico… “praticamente” da quando ci conosciamo. Siamo amici, per me è un vanto, eppure rimango un suo fan a prescindere dall’affetto. Stimo l’uomo e lo scrittore. Soprattutto l’intellettuale autentico che ho di fronte.
Diego, perché ci si continua a innamorare, sarà mica un accanimento terapeutico?
«È legato all’incomprensibilità della vita. Perché quando uno esce da una storia lunga e importante, magari attraversata dalla convivenza, dalla condivisione persino dello spazzolino, dopo sembra impossibile ricominciare. Però, poi, la vita sorprende. Questa è la cosa abbastanza impressionante: davanti alla conclusione di un’esperienza pensi non ci sia più alcuna possibilità. È quello che fa scattare in molte persone depressioni vere, in cui la solitudine diventa la proiezione di una condizione che non è la solitudine leopardiana, esistenziale. Bensì ha a che fare con l’abbandono. La solitudine vera non è la mancanza di qualcuno. Non è sentirsi soli e basta. È sapere che la persona che vorresti con te non c’è».
Io e te, sovente, giochiamo col Cinema e i rimandi che ci offre. Tu sei più “Io e Annie” o “Scusate il ritardo”?
«È difficile da dire. Dal punto di vista del rovesciamento del luogo comune Massimo Troisi non ha uguali. Attraverso un linguaggio nostro, meridionale nell’essenza, ribalta tutto ciò che appare ovvio prevedibile, scontato. Woody Allen con i capolavori di “Annie Hall” e “Manhattan”, invece, è riuscito proprio a entrare nelle pieghe del rapporto di coppia come nessuno».
Sei uno scrittore di successo. I lettori più giovani ti associano a una saga contemporanea scritta e “ridotta” per Rai 1, che diverte e mette a pensare assieme. Eppure il tuo esordio con “Certi bambini” era meno rassicurante. Anticipò un genere. Coi fratelli Frazzi che ti adattarono lanciasti addirittura una “Nouvelle Vague” napoletana. In quel film ci sono tutti: Carmine Recano, Miriam Candurro, Francesco Di Leva…
«…e Gianluca Di Gennaro. Il nipote di Massimiliano Gallo! Il mondo dell’Arte è piccolo, c’è una circolarità. Sono cose che, dunque, potevano accadere. Io sono stato fortunato a intercettarle, a farne parte. Ad esempio con Massimiliano ho avuto una botta di culo enorme. Anzi, ti do una notizia: debuttiamo il 9 aprile con “Malinconico moderatamente felice” a Teatro.
Si vede proprio che gli vuoi bene…
«Siamo abbastanza simili. Malinconico becca degli aspetti caratteriali anche suoi. Per quanto tu sia bravo, e lui lo è, devono esserci delle corrispondenze. Stiamo finendo di scrivere questa pièce. Massimiliano è in perenne tournée, allora abbiamo lavorato al telefono in videochiamata. È un “ping pong” continuo di riallacci, riferimenti, battute. Parafrasando la Musica è come suonare con un musicista rodatissimo».
Come vi siete conosciuti?
«Con “Malinconico” per l’appunto. Mi telefonò. Il suo profilo mi sembrò il più rotondo. Riesce ad avere serietà di fondo e cazzeggio in superficie. Poi, anche fisicamente me lo ricordava. Benché non sapessi assolutamente chi fosse Malinconico. Come sai non descrivo mai niente».
Quando hai capito che ti piaceva?
«Subito! Dai primi video sul telefonino mi faceva ridere tanto. Dopo sono sempre stato sul set. Ho visto nascere il Malinconico televisivo nell’officina».
Salerno in televisione come esce in mezzo?
«Proposi io alla produzione. Napoli mi sembrava sufficientemente saccheggiata. Mi dissi: Perché non qui? Il centro storico somiglia a quello partenopeo. I palazzi sono bellissimi. Il mare c’è, il lungomare è stupendo. Infatti Il produttore s’è innamorato a sua volta. Mettici che un posto come questo dove non s’è girato quasi mai recepisce con maggiore passione. Ti accoglie calorosamente. Con stupore».
E Cava de’ Tirreni?
«Palazzo Ioele dove “abita” Tiziana Saponangelo, l’ex moglie di Malinconico, è patrimonio dell’UNESCO. Lorenzo Ioele, il proprietario, è mio amico. Non era affatto disponibile a prestare casa sua come location. Quando lo chiamarono rifiutò. Lo puoi tranquillamente scrivere. La segretaria per fortuna aggiunse: “Noi vorremmo girare Malinconico”. – E lui: “Il Malinconico di Diego? Allora si!” – Ci siamo conosciuti quando facevo l’avvocato. Eravamo parti avverse, pensa. Una volta facemmo una riunione a casa mia. A un certo punto se ne uscì divagando: “Sembra lo studio di uno scrittore più che di un avvocato”. Io al tempo, in effetti, ero solo un aspirante scrittore. E invece… Siamo rimasti amici. È una persona carinissima, un vero signore».
La città metelliana, dicevamo…
«Cava de’ Tirreni, vabbè, è bellissima. Abbiamo girato anche in piazza Duomo. Tantissima gente che l’ha scorta in tv l’ha voluta vedere dal vivo, per conoscere meglio i posti. Idem con Salerno, ovviamente».
Mentre parlavi del passato mi è tornata in mente quella volta che ti chiamò Costanzo. Me la racconti ancora?
«Era davvero l’11 settembre. Mi ricordo ancora la chiamata della segretaria di edizione: Barbara Betti. Mi arriva questo invito. All’epoca se te la giocavi bene dopo vendevi un sacco di copie. Inoltre “Certi bambini” era un libro avanguardista sotto svariati aspetti. – “Signor De Silva si tenga libero, mi raccomando…” BADABAM, Torri Gemelle! Programmazione sconvolta. Tutte le sere si parlavo solo di quell’argomento».
Hai avuto la sensazione di aver anticipato una… narrazione? (gli faccio la domanda e rido sguaiato: “narrazione” è un sostantivo che non sopporta).
«Sì, sentivo di aver trovato la lingua giusta. È stato un libro scritto (come il primo “Malinconico”) in stato di grazia. Se la scrittura va da sé, lo sai. Devi solo accompagnarla».
Ai fratelli Razzi che hanno adattato il tuo esordio hai fatto una dedica sentita. In quel momento pensavi che il Cinema potesse diventare la tua unica cifra?
«No. C’era curiosità, voglia di imparare. Penso da sempre alla scrittura come artigianato. Volevo imparare a scrivere».
Con le proporzioni epocali del caso mi ricordi un po’ Luciano De Crescenzo. Cos’è che rende noi campani tanto prolifici, innovatori e tradizionali assieme?
«Napoli è una persona. È una delle poche città che rimane ancora una Città. Quando la vivi sai di essere dentro a un posto particolarissimo, malgrado l’overtourism e tutto il resto. Napoli la senti. Se ne fotte delle onorificenze. Appena arrivi ti da del tu».
E la provincia?
«Altre città tipo la mia, sono napoletano di nascita e salernitano d’adozione, attengono al discorso sano della provincia. Perché ti fa le ossa. In provincia non c’è, e soprattutto non c’era, un cazzo. Ti devi inventare tutto. Non pensare adesso a internet che ha mondializzato ogni aspetto.
Prima dovevi desiderare le cose da lontano. Questo m’ha fortificato oltremodo».
E se ti dico “dialogare” a cosa pensi?
«Dialogare mi fa pensare a Goffredo Parise. “Non sopporto le persone che mi annoiano anche pochissimo, che mi fanno perdere anche un solo secondo di vita”. Mentre mi piace molto parlare a patto che non si dicano sciocchezze. È un’idiosincrasia verso il parlare per parlare. A quelle rimasticazioni senza elaborazione personale… La vanvera mi disturba».
In effetti persino i titoli delle tue opere sono evocativi. “Mia suocera beve”, lo ammetto, lo compro a scatola chiusa per il titolo. A volte, uso un ossimoro, t’avverto teneramente cinico. Mi ricordi Vaime, Flaiano, Longanesi… C’è una dolcezza in questa cattiveria.
«Trovo la vita abbastanza ridicola. Mi ci metto in mezzo, però. Chiunque faccia ridere deve far ridere di sé. Anche per raccontare una bella barzelletta ci vuole gusto».
Per quest’ultimo romanzo è stato difficile adeguarsi al mondo, al percorso di vita, alla tua stessa persona, che inevitabilmente cambia, cresce e invecchia con te?
«Mi piace ricordare che non sono soltanto un autore spiritoso. Amo la letteratura aspra e quindi mi fermo a farla con dovizia, attenzione, generosità autoriale (credo). È un libro in cui c’è tanto della mia vita dentro. E molto importante per me, ha un segno differente. Mi piace la varietà, ti ripeto. L’idea di spiazzare chi mi legge».
Senza che ti passi il mio Iban, personalmente ti (ri)tengo prezioso quanto Philip Roth. (Ride divertito). Se dovessi sceneggiare qualcosa per un lungometraggio c’è uno che ti piace?
«Matteo Garrone. Anche Paolo Sorrentino mi piace molto. Poi, Gianni Zanasi: ha diretto “Non pensarci”, mi è piaciuto tanto. Merita maggior seguito di quanto non abbia. Un altro che trovo proprio bravo è Pietro, il giovane Castellitto. È strambo, coraggioso, intelligente, sorprendente, forse pure una testa di cazzo. C’ha un’idea di Cinema. Ho apprezzato “Enea”, specialmente».
Il Costanzo di cui sopra, in una trasmissione in bianco e nero che nessuno più ricorda, ora chiederebbe: ”Cosa c’è dietro l’angolo?”
«Stiamo vivendo uno dei momenti più brutti. A darti una risposta apocalittica ti direi: la guerra! In tutte le sue declinazioni. Io sono una persona speranzosa, ma non ho molta speranza. Quando vedi rieletto Trump con Capitol Hill sul groppone. Rieletto, capisci? Sfugge a ogni raziocinio. Gli americani non riescono a esprimere un candidato decente. Rappresentano la cartina di tornasole del momento che stiamo vivendo. Col denaro quale entità simbolica di valore e un tempo che non è mai stato così volgare».
Spoiler di Chiara tua figlia che tra poche settimane fa l’esordio narrativo.
«Posso dirti che ha veramente talento. Se andrà avanti, scriverà altri libri, chissà… Ma sono assai sereno sul valore di quello che scrive. Ha un dono. Questo mio mestiere è fatto di disciplina e tantissime altre cose. Il problema è durare. È un percorso difficile e impegnativo, lei ha le qualità per poterlo sostenere e farcela».
Ti innamori in questo 2025?
«Te lo dico in separata sede. In un’intervista mai».
Finiamo così. Gli voglio bene, glielo ridico. Annuisce sorridendo. Se il genio della lampada mi chiedesse un’ultima sola uscita con una donna, Rosario Dawson litigherebbe sicuro col fidanzato. Mentre un’ultima intervista Diego sarebbe il primo pensiero pure se mi assumono al New York Times.