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Dettaglio di Immagine di copertina dedicata a Rita Levi di Montalcini - Illustrazione di Bruna Pallante, Studio Motive.ink

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Raccontami di te

5 Maggio 2025
La tolleranza è la virtù che arricchisce la conoscenza reciproca, il dialogo, che dalla tolleranza dipende, è la via della convivenza. La violenza e la guerra iniziano quando cessa il dialogo. La Pace, quando incomincia il dialogo. (Gustavo Zagrebelsky)
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Raccontami di te

5 Maggio 2025
La tolleranza è la virtù che arricchisce la conoscenza reciproca, il dialogo, che dalla tolleranza dipende, è la via della convivenza. La violenza e la guerra iniziano quando cessa il dialogo. La Pace, quando incomincia il dialogo. (Gustavo Zagrebelsky)

Nella presentazione del tema la redazione di “Orione” ha scelto “Dialoghi”, un plurale che apre un ventaglio di significati e di contesti relazionali diversi, ma tutti che ruotano intorno alla dimensione dell’incontro e del confronto. Dialogo con noi stessi, col nostro corpo, con il nostro mondo interno o tra aspetti di esso che può essere consapevole o inconscio, dialogo con l’altro, all’interno di gruppi quali la famiglia, gli amici, le associazioni, il mondo del lavoro, dialogo con e tra le istituzioni… Ognuno di essi ha un linguaggio, modi d’essere diversi, ma con alcune significative invarianze. Per toccare alcuni aspetti del concetto occorre innanzitutto non negare il fatto che l’altro da noi pone la questione della tolleranza/intolleranza riguardo alla sua diversità, diversità della provenienza culturale, delle sue idee, del modo di porsi e di molti altri aspetti. Un vero dialogo, per questo, ha bisogno di una disponibilità all’apertura verso uno o più interlocutori come premessa necessaria affinché si possa attivare un reale spazio comunicativo ed evitare lo scadere nella retorica di un parlare vuoto o di una sterile compiacenza. Peggio ancora se si instaura quella prima fase della dialettica “servo-padrone” di hegeliana memoria, in cui chi è più forte vince e si afferma come “padrone” e chi invece ha paura o si adatta e finisce per divenire “servo”.1 «Non c’è vero dialogo quando lo scopo è spegnere la controparte», afferma Zagrebelsky: «Se (l’altro) espone idee diverse migliori delle tue e ti aiuta a correggere i tuoi errori, merita gratitudine… nel dialogo produttivo l’uno non parla solo delle sue ragioni, ma anche di quelle dell’altro, cerca di approfondirle, chiarirle, comprenderle… solo così il dialogo può essere fermentativo».2 In quest’ottica esso può determinare una modifica delle posizioni di partenza, dell’uno, dell’altro o di entrambi, oppure se non viene raggiunto un accordo, una convergenza di posizioni, comunque permane il rispetto dell’altro, in sostanza un reciproco riconoscersi. Un altro aspetto necessario per lo stabilirsi di un vero dialogo è costituito dalla necessità dell’esistenza di una qualche distanza, di una discontinuità tra i partner. In un ironico aforisma, Freud ebbe ad affermare: «Quando in una coppia, i due partner sono sempre d’accordo su tutto, uno dei due sta pensando per entrambi». In questo caso si parla di legame simbiotico. Se non c’è una anche piccola distanza nella relazione non c’è spazio per due persone, ma per una sola. Una delle due controparti si rende passiva, ovvero assume comportamenti di sottomissione, accetta o si adatta in modo eccessivo alle richieste, alle aspettative dell’altro a scapito delle proprie esigenze, desideri, opinioni personali come succede nelle relazioni segnate da violenze, abusi prolungati. In sostanza si finisce per diventare un oggetto narcisistico, l’estensione narcisistica della volontà di chi si pone come “padrone”.

Anche alla nascita si crea una relazione apparentemente simbiotica tra madre e bambino. Bambino che ha bisogno di una figura di accudimento capace di comprendere e soddisfare i suoi bisogni non solo di nutrimento, ma anche affettivo-relazionali. In questa primaria relazione alla base di un sano sviluppo vi è una condizione di reciprocità, non di simbiosi, data dalla creazione di uno spazio di dialogo intimo e profondo costituito dalle interazioni emotive affettuose tra madre e bambino. Si tratta di protocomunicazioni non verbali, implicite, soprattutto bidirezionali, fatte di un intenso scambio di sguardi, da uno specifico modo di parlare tenero (prossemico) al di là del significato delle parole, dalle carezze e questo stile relazionale si costituisce come una conversazione ante litteram, un dialogo reciprocamente nutritivo. La madre riesce a riconoscere, il più delle volte, i vari cambiamenti nei bisogni emotivi del bambino (madre sufficientemente buona, in uno studio il 62% delle volte nelle situazioni ottimali) a tranquillizzarlo quando è angosciato (down-regulation delle emozioni negative). Anche la psicoterapia per essere tale, ha bisogno dell’attivazione di un dialogo, anzi di una serie a volte sinergica di dialoghi: il dialogo conscio/inconscio con sé stessi sia del paziente che del terapeuta, il dialogo tra paziente e terapeuta anch’esso sia conscio che inconscio. Tali dialoghi sono alla base di una lenta, costante, paziente costruzione reciproca fatta di rispetto, di un ascolto partecipe, di attesa dei tempi dell’altro. Partendo da queste premesse si può tentare di affrontare e superare la sofferenza, gli aspetti regressivi, le difficoltà a essere del paziente, coniugando gli elementi cognitivi della parola con una comunicazione emotiva profonda. Comunicazione fatta di emozioni, di sensazioni somato-sensoriali, legate alla memoria implicita, non consapevole, frutto soprattutto delle esperienze relazionali intense e significative quali quelle appartenenti ai primi anni di vita del soggetto. Sulla scia di un’altra sollecitazione della redazione di “Orione” ritengo utile porre a questo punto una domanda, direi retorica: «siamo in un’epoca che favorisce la creazione di dialoghi?» A questo proposito Byung-Chul Han nelle sue analisi su vari aspetti della nostra contemporaneità evidenzia come la comunicazione digitale, paradossalmente, renda ancora più acuta la solitudine in quanto l’altro si riduce a essere un oggetto la cui funzione è quella di soddisfare i propri bisogni o di confermare sé stessi. «L’altro, nel quale io mi vedo rispecchiato, perde la propria Alterità».3 Oggi sembrano prevalere le convinzioni, i pregiudizi rispetto all’avere un pensiero critico capace di riflettere anche sulle posizioni dell’altro, potenzialmente diverso da ciò che si è. Si cerca così esclusivamente l’uguale, un altro simile a sé stessi, che la pensi allo stesso modo mentre chi non lo è diviene oggetto di discredito, di scherno, di scandalo spesso attraverso i social sempre più segnati dalla violenza verbale, dallo “Shitstorm” (letteralmente tempesta di merda). Ancora secondo Byung-Chul Han, i media digitali isolano gli individui trasformati in «hikikomori auto-segregati che siedono soli davanti al display… Il socius cede il passo al solus; … la solitudine contraddistingue la forma sociale odierna, sopraffatta dalla generale disgregazione del comune e del collettivo. La solidarietà scompare: la privatizzazione si estende fino all’anima».4 Il monologo, allora, non il dialogo, sembra essere la cifra costitutiva della nostra attualità. Vorrei a conclusione di queste note evidenziare l’importanza del ruolo di quel dialogo emozionale che riesce ad andare oltre le parole, a cui mi riferivo precedentemente e di cui la poesia è un esempio significativo. Provo ad accennare a questa modalità comunicativa attraverso la letteratura più che da testi scientifici. Mi riferisco al romanzo L’ora di greco5 della scrittrice coreana Han Kang, premio Nobel per la letteratura 2024. Proprio attraverso un tale dialogo emozionale una donna e un uomo, segnati entrambi dal dolore e da una grande deprivazione, lei dell’uso della parola, lui della progressiva perdita della vista, si incontrano ed entrambi si aprono alla possibilità di un profondo cambiamento. Nella protagonista, volutamente senza nome, «Il suo udito funzionava ancora, ma un silenzio simile a uno strato spesso e compatto di aria aveva ostruito lo spazio tra la chiocciola dell’orecchio e il cervello non pensava più in parole. Agiva senza parole, comprendeva senza parole… il suo corpo era assediato dentro e fuori da un silenzio come prima di imparare a parlare, anzi, come prima di venire al mondo… lei osserva e non traduce nulla di ciò che vede in linguaggio. I frammenti di ricordi si muovono generando immagini». Durante le lezioni di greco a cui lei partecipa, si stabilisce progressivamente con l’insegnante un intenso dialogo muto. Per una circostanza fortuita, la caduta di lui, la rottura degli occhiali e la cecità che ne consegue, lei che lo accompagna a casa. Si addormentano, al risveglio lui le racconta un sogno: «Eravamo distesi fianco a fianco nel bosco in fondo al mare. Non ti vedevo, non vedevo neppure me stesso. Non facevi nessun rumore finchè non hai emesso un suono bellissimo ho aperto gli occhi, ho visto il tuo corpo dai contorni sfocati… in quel momento eravamo distesi, abbracciati, hai preso il mio viso tra le mani ed emesso un suono impercettibile, per la prima volta». Quel dialogo intimo, che tocca le corde più profonde del loro essere consente alla protagonista di mitigare il terrore ed affrontare il rischio del nuovo: «Le mie palpebre tremano… dischiudo le labbra… faccio respiri profondi… quando pronuncio infine la prima sillaba, chiudo forte gli occhi prima di aprirli, come se mi preparassi a scoprire, nell’istante in cui li riapro, che ogni cosa è svanita».  

NOTE

1 Nella seconda fase Il servo prende consapevolezza che è il padrone che dipende da lui in quanto è lui che sa  costruire, fare mentre il padrone sa solo comandare.

2 Gustavo Zagrebelsky: Il dubbio e il dialogo — Einaudi — 2024

3 Byung-Chul Han: Contro la società dell’angoscia — Einaudi — 2025

4 Byung-Chul Han: Nello sciame — Nottetempo — 2015

5 Han Kang: L’ora di greco — Adelphi — 2024

per citare questo articolo

Federico Perozziello:

Raccontami di te,

n. 34 - Dialoghi,

maggio-agosto 2025

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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