Il problema è che nel nostro caso, la morte della madre si accompagnerà alla morte anche dei figli, incluso homo sapiens, il suo figlio più intraprendente. Di tutti i figli che ha avuto la madre terra, infatti, homo sapiens è stato di sicuro quello più ingrato e quello più letale nei confronti di tutti gli altri figli. Quando apparve in Africa, circa 50.000 anni fa, riuscì a sterminare in pochi secoli tutta la mega fauna esistente sul pianeta, dimostrando una straordinaria capacità di agire in gruppo e un’abilità senza precedenti di modificare l’ambiente in cui viveva. Nei secoli successivi ha proseguito con costanza nella sua attività di modifica e di adattamento espandendo i suoi spazi vitali a scapito di tutti gli altri abitanti del pianeta, animali e piante, e crescendo di numero in misura esponenziale. Negli ultimi due secoli ha infine prodotto cambiamenti nell’ecosistema, così radicali e così veloci da mettere a serio rischio il futuro del pianeta e la sopravvivenza della sua stessa specie. Diecimila anni fa, al tempo dell’avvento del neolitico, l’intero pianeta era popolato da non più di 10 milioni di umani. Agli inizi del 1800 gli umani erano arrivati a circa 1 miliardo. Oggi siamo arrivati a 7 miliardi e mezzo ed entro il 2050 si prevede una popolazione globale di oltre 10 miliardi di umani. All’epoca della nascita dell’agricoltura, ogni umano aveva a disposizione 13 chilometri quadrati di terra. Oggi ne dispone di mille volte meno. Per effettuare la prima circumnavigazione del mondo, all’inizio del 1500, Magellano impiegò 1125 giorni di viaggio. Oggi un aereo supersonico fa il giro del mondo in 24 ore. I primi agricoltori avevano a disposizione poche migliaia di calorie al giorno, oggi l’energia giornalmente a disposizione di un abitante dei paesi più ricchi è cento volte maggiore. Mille volte più numerosi e mille volte più poveri di spazio; mille volte più veloci nel percorrerlo; cento volte più ingordi di energia. Ma quanto disuguale? Nel 2013, il Pil del paese più ricco — la Norvegia, con 102.700 dollari) è quasi quattrocento volte maggiore di quello più povero (il Burundi, con 260). Le implicazioni di questi dati sono così profonde e radicali da produrre un impatto maggiore di tutti gli altri eventi geologici planetari della storia della Terra. Gli esseri umani moderni sono presenti sulla Terra da circa 200.000 anni. Nel corso di questi anni hanno progressivamente antropizzato il pianeta sterminando migliaia di specie animali e vegetali, abbattendo foreste, spostando montagne e fiumi, addomesticando piante e animali, creando nuove specie. Globalmente, le attività umane spostano ogni anno più suolo, rocce e sedimenti di quanto facciano tutti insieme gli altri processi naturali. La quantità totale di cemento prodotta dagli esseri umani basterebbe a ricoprire l’intera superficie della Terra con uno strato di due millimetri. La quantità di plastica che abbiamo prodotto è tale da essere riuscita ad arrivare, sotto forma di minuscole fibre, in quasi tutta l’acqua che beviamo. Stiamo alterando i cicli degli elementi necessari alla vita. L’industria e l’agricoltura eliminano azoto dall’atmosfera tanto quanto tutti i processi naturali della Terra. Dagli albori della rivoluzione industriale abbiamo emesso nell’atmosfera 2200 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, incrementandone i livelli del 44%. Questo aumento sta acidificando tutti gli oceani e sta facendo salire la temperatura della Terra. Oggi esistono all’incirca 3000 miliardi di alberi sul pianeta, mentre all’inizio dell’agricoltura erano 6000 miliardi. Il terreno utilizzato per l’allevamento e l’agricoltura produce ogni anno 4,8 miliardi di capi di bestiame e 4,8 miliardi di tonnellate delle cinque principali piante coltivate: canna da zucchero, mais, riso, grano e patate. Ogni anno preleviamo dagli oceani 80 milioni di tonnellate di pesce e ne alleviamo altri 80 milioni di tonnellate. Nello scorso maggio, l’organismo ONU sulla biodiversità (IPBES), riunitosi a Parigi per una settimana, alla presenza di rappresentanti di 130 Paesi, ha affermato che in tempi relativamente brevi, un milione di specie animali e vegetali scompariranno dalla Terra e dagli oceani per colpa dell’uomo. Secondo il voluminoso e documentato rapporto, un ottavo di tutte le specie che popolano il pianeta sta scomparendo. Una estinzione che per dimensioni e velocità è senza precedenti. Negli ultimi secoli per mano dell’uomo sono già scomparse 680 specie di vertebrati ma adesso, secondo gli scienziati dell’IPBES, siamo alla vigilia di una nuova estinzione di massa delle specie animali e vegetali presenti sulla Terra. Robert Watson, presidente dell’IPBES, al termine dei lavori di Parigi, ha dichiarato che la salute degli ecosistemi da cui dipendiamo, così come di tutte le altre specie, si sta deteriorando più velocemente che mai. Stiamo erodendo i pilastri stessi delle nostre economie, i nostri mezzi di sostentamento, la sicurezza alimentare, la salute e la qualità della vita del mondo intero. Secondo gli esperti dell’IPBES, l’unica speranza per evitare il peggio è quella di porre fine allo sfruttamento degli ecosistemi per le attività umane. Con una popolazione che si avvia a raggiungere i dieci miliardi di persone, non risulta più sostenibile una crescita dell’economia fondata sul consumo. Il capitalismo consumistico si fonda su un meccanismo che si autoalimenta costituito da una produttività del lavoro in costante aumento associata a produzione e consumi sempre crescenti. Se si verifica una flessione della crescita anche dell’1% scatta l’allarme recessione con ripercussioni sempre più gravi su occupazione e consumi. Ma per quanto tempo tale sistema può essere sostenibile per il pianeta? Si profila all’orizzonte, con sempre maggiore nitidezza, l’esigenza non più rinviabile, di un mutamento globale del modo di vivere, fondato su una modifica dell’oggetto del consumo: meno beni materiali e più beni culturali e immateriali. Più sobrietà e meno spreco. L’umanità si sta avviando verso una svolta epocale dei modi di produzione e di organizzazione della vita sociale e materiale fondata sulla digitalizzazione e l’intelligenza artificiale. Una svolta che può condurre a una maggiore uguaglianza e a una migliore qualità di vita per l’intero pianeta. A differenza che in altre epoche storiche, oggi l’umanità dispone di strumenti e tecnologie che la rendono potenzialmente in grado di vincere le enormi sfide che si profilano all’orizzonte. Gli stessi strumenti possono però essere usati per accentuare le disuguaglianze e polarizzare il benessere e la ricchezza, come purtroppo è avvenuto in questo primo scorcio di secolo. Nella storia dell’umanità, i cambiamenti del modo di vivere sono stati molto rari. In genere sono stati prodotti dai mutamenti nei modi di produzione. La rivoluzione digitale può rappresentare la grande svolta dei modi di produzione che può rendere possibile il mutamento del nostro modo di vivere. Il processo di smaterializzazione dei beni e dei servizi già in atto può condurre l’umanità verso la conquista di una nuova leggerezza e alla riduzione dello sfruttamento dell’ecosistema. Nuovi stili di vita e di consumo ritornano a essere possibili. Gli ostacoli a questo mutamento sono comunque enormi e possono essere vinti solo dalla conquista collettiva di una nuova consapevolezza e dalla certezza che qualsiasi alternativa sarà peggio. Molto devono e possono fare i governi anche se a tutt’oggi hanno fatto poco o niente. Noi, singolarmente possiamo fare poco. Ma insieme di sicuro qualcosa in più. Tanto per cominciare riprendiamo a camminare e lasciamo l’auto in garage. E per gli spostamenti lunghi recuperiamo l’uso dei mezzi pubblici. Miglioreremo la nostra salute e anche quella dell’ambiente in cui viviamo.
PER APPROFONDIRE
Massimo Livi Bacci: Il pianeta stretto — Il Mulino — 2015
Simon L. Lewis e Mark A. Maslin: Il Pianeta Umano — Einaudi — 2018