Provo a spiegare cosa intendo e perché la questione sia per me cruciale e tutt’altro che univoca, fermo restando che ragionare sul tema del danno al giorno d’oggi significa di fatto a mio avviso ragionare sul presente ma ancora di più sul futuro. In una dotta conversazione filosofica tra Massimo Polidoro e Telmo Pievani, due dei più acuti e popolari scienziati-divulgatori dei nostri tempi, ho di recente sentito dire che non siamo più nel mezzo di una singola crisi, ma siamo a pieno titolo entrati in una poli-crisi: diverse crisi stanno avvenendo contemporaneamente, ma soprattutto sono intrecciate e interlacciate in maniera talmente stretta e fitta da rendere molto difficile se non impossibile trattarle singolarmente. E così climate change, demografia, sostenibilità, rischio bellico globale, squilibri tra paesi ricchi e poveri, energia pulita, non possono che essere viste come una serie di crisi in cui una possibile soluzione per l’una può portare all’aggravarsi di un’altra, una situazione che mai a noi sapiens era capitata nella nostra (breve) esperienza su questa terra. Nonostante però queste poli-crisi sembra che siano il terreno più fertile su cui parlare di danno presente e futuro, un po’ per formazione, un po’ nella speranza che il tema abbia ancora rilevanza dopodomani — ciò significherebbe che avremo avuto un futuro come specie — ho deciso di soffermarmi sul tema di come le tecnologie digitali stiano grandemente modificando il nostro modo di pensare e di conseguenza di apprendere. Il tema è sicuramente d’attualità: nell’ultimo anno l’Intelligenza Artificiale (AI), e in particolare modo quella cosiddetta generativa ha creato un vero e proprio terremoto in moltissimi campi, non ultimo quello dell’apprendimento.
Per chi non conoscesse la differenza tra le due, si tratta in realtà dello stesso fenomeno: il termine intelligenza artificiale si riferisce infatti a sistemi o macchine capaci di eseguire compiti che normalmente richiedono l’intelligenza umana, come il ragionamento, l’apprendimento, la percezione sensoriale e l’interazione linguistica; mentre con intelligenza artificiale generativa, si intende un sottocampo dell’AI, focalizzato sulla creazione di contenuti nuovi e originali, come testi, immagini, musica o dati, che non esistevano precedentemente. Questo tipo di AI utilizza modelli di linguaggio per generare contenuti innovativi e talvolta indistinguibili da quelli creati dagli umani. Si tratta di una tecnologia che non è stata inventata nell’ultimo anno, ma che sta vivendo un momento di straordinaria popolarità e sta diventando uno strumento di uso quotidiano in molte professioni grazie proprio ai modelli linguistici: fino a qualche tempo fa la lingua che le varie AI disponibili parlavano era spesso comica o troppo ingenua e difficilmente avrebbe ingannato una persona umana, mentre negli ultimi mesi l’AI generativa — grazie a un motore che si avvale anche della statistica per determinare come componiamo frasi e pensieri — è diventata linguisticamente sempre più raffinata, e pertanto sempre più utile e sempre meno distinguibile dalle frasi create dall’intelligenza umana. E siccome, come insegna Derrick de Kerchove, l’allievo prediletto e più celebre di Marshall McLuhan, il modo in cui conosciamo e capiamo il mondo è fortemente e inevitabilmente dipendente dalle cornici attraverso cui lo esperiamo e studiamo (brainframes,1 le chiama, che è anche il titolo dell’opera capitale del pensatore canadese), è inevitabile concludere che l’AI stia modificando il modo in cui pensiamo. Per de Kerchove infatti l’interazione tra tecnologia, cultura e coscienza trasforma le tecnologie digitali in estensioni della nostra mente che influenzano profondamente la società. La tecnologia modifica il nostro modo di pensare, comunicare e interagire e quindi, ovviamente anche di comprendere e apprendere. Possiamo quindi affermare, e non serve un approfondito studio filosofico o pedagogico sul tema, basta visitare una qualsiasi classe italiana dalla primaria fino all’università, che se già le tecnologie erano entrate, attraverso un percorso a volte tortuoso ma oramai in via di consolidamento, nelle nostre scuole, oggi è in corso una vera e propria battaglia senza quartiere tra i docenti e l’AI, il cui utilizzo da parte degli studenti è sempre più massivo e sempre meno riconoscibile a occhio nudo. Un collega all’università mi diceva che non intende più far scrivere saggi agli studenti, perché è stanco di correggere testi nati dall’AI e spesso a malapena riletti dai presunti estensori. L’altra faccia della medaglia però vede protagonisti i docenti che, ovviamente, si avvalgono dell’aiuto di Chat GPT e dei suoi fratelli per preparare le lezioni, scrivere i verbali di noiose riunioni partendo da pochi appunti raffazzonati o addirittura facendo sbobinare e poi riassumere all’AI le registrazioni, far preparare i compiti in classe, insomma sono sempre più spesso alfieri dell’utilizzo critico (ricordatevi questa parola) dello straordinario strumento. Io stesso, da sempre (auto)considerato un integrato a tutto tondo, appassionato di tecnologia, ansioso di introdurla nelle mie attività di docenza e di promuoverla presso colleghe e colleghi, trovo sempre più affascinante la provocatoria riflessione di un filosofo contemporaneo come Byung-Chul Han, che è invece decisamente apocalittico.2 Han offre infatti una visione molto critica dell’intelligenza artificiale e più in generale della digitalizzazione: sostiene che l’AI, priva di emozioni, non possieda la capacità di riflessione, essendo limitata al solo calcolo, e sia quindi incapace di comprendere i motivi profondi dietro agli eventi: per lui va relegata a un tipo di conoscenza primitiva, basata su correlazioni e pattern, totalmente incapace di pensiero critico. E sostiene che l’utilizzo delle tecnologie ci sta uniformando, eliminando dai nostri orizzonti di conoscenza l’Altro, motore fondamentale per comprendere davvero il mondo.
In ogni caso, sembra davvero che il punto chiave sia quello del pensiero critico: ma cosa intendiamo con questa espressione? L’ho provocatoriamente chiesto all’AI ed ecco la risposta che mi ha fornito, con cui tutto sommato concordo: «Il pensiero critico è un processo intellettuale che richiede all’individuo di analizzare attivamente e sistematicamente le informazioni, valutando e interrogando le evidenze, gli argomenti e le teorie, piuttosto che accettarli passivamente. Questo tipo di pensiero incoraggia l’individuo a sviluppare una comprensione più profonda e più complessa delle questioni, permettendo di identificare pregiudizi, errori di ragionamento e conclusioni non supportate dalle prove […]. Il pensiero critico è fondamentale in tutti i campi del sapere, dalla vita quotidiana alla pratica professionale, poiché permette di prendere decisioni informate e di sviluppare argomentazioni solide. Esso è particolarmente valorizzato nell’ambito accademico, nella ricerca scientifica, nel dibattito pubblico e nelle professioni che richiedono un elevato livello di analisi e decisione basata su prove». Aggiungo però una nota personale: per me critica significa, in senso kantiano, pensiero rigoroso e individuazione dei limiti entro cui esso stesso ha legittima validità, e penso sia un modo di pensare che — purtroppo o per fortuna — non è mai prêt-à-porter, ma che vada sviluppato attraverso un esercizio costante, che ahinoi, non prevede scorciatoie di sorta. In questo senso non penso siano molto diverse le ricerche sviluppate da me e i miei sventurati compagni durante le scuole elementari negli anni ’80, realizzate utilizzando i volumi della collana “Conoscere” e “I quindici” da un copia-incolla ben fatto, ragionato e meditato tra vari siti internet. Lo sforzo di far collimare e amalgamare fonti diverse è lo stesso, anche se il copia-incolla è più rapido dell’operazione di copiatura amanuense cui è stata sottoposta la mia generazione. Ma invece trovo sia enormemente diverso chiedere all’AI di realizzare per noi una ricerca, lasciando che sia lei ad occuparsi dell’armonizzazione delle fonti (che peraltro tendenzialmente non cita), della realizzazione di collegamenti, in ultima analisi di dare letteralmente forma al nostro pensiero. Ecco, la sensazione è che questa operazione sia fattibile dall’utente esperto, che può permettersi — grazie alle “ore di volo” che ha accumulato — di lasciare che il lavoro sporco lo faccia l’AI, per poi verificare la veridicità e la validità di quanto scritto, lavorare di fioretto, ingentilire la sintassi e personalizzare lo stile introducendo i propri stilemi e modi di esprimersi, rendendo quindi il tutto meno asettico.
Quindi il docente può usare l’AI e lo studente no? La mia prima risposta sarebbe: «Esatto», o meglio, l’uso deve essere guidato, per maturare quel pensiero critico di cui tanto abbiamo discusso. Ma… C’è sempre un ma, galeotto: se ci rifletto più in profondità mi sorge un dubbio che rischia di far crollare tutto il castello che ho appena faticosamente costruito. E se fosse invece il pensiero critico, la costruzione di conoscenza attraverso le fonti variate e il sorgere di (nuovo) pensiero da collegamenti che prima non c’erano tra pensieri che già esistevano, il modo di conoscere proprio della mia generazione e solo per questo a me sembra tanto valido? Se il famoso pensiero critico, la conoscenza guadagnata faticosamente attraverso lo studio, a volte anche mnemonico, fosse un feticcio costruito da noi — generazioni dei libri, spesso diventati docenti e che ci siamo arroccati per difendere le nostre posizioni sull’unico modo di conoscere che conosciamo? Tutto sommato, per dirla in maniera brutale, i vecchi non hanno mai capito i giovani, e li hanno sempre trattati con quella condiscendenza paternalistica che rivedo oggi in quello che penso io e che pensa la maggior parte dei miei coetanei quando si parla di educazione. Anche Platone, pur scrivendo, pensava tutto il male possibile dei libri, che equiparava a una banale mnemotecnica, e ancora oggi ci prendiamo gioco di lui per quando nel Fedro affermava, che la scrittura — se i libri avessero circolato senza il loro autore pronto a illustrarli — sarebbe stata la fine del pensiero critico: «Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti».3 Mi trovo quindi dibattuto: ho ragione se penso che creeremo un danno alle giovani generazioni se non agiamo per aiutarli a sviluppare il pensiero critico, in un’epoca di intelligenza artificiale che si scontra e si incontra con quella umana, oppure tra qualche decennio ci renderemo conto che siamo davvero come Platone, testimoni inconsapevoli, ma anche attori in prima persona, di un nuovo modo di pensare, di apprendere, di costruire la conoscenza, diverso da quello che ci caratterizza, dove diverso non significa per forza migliore o peggiore?
NOTE
1 Derrick de Kerchove: Brainframes. Mente, tecnologia, mercato — Baskerville — 1993
2 Byung-Chul Han: Le non cose — Einaudi — 2022
3 Platone: Fedro — Bompiani — 2000