Grazie alla prontezza del suo gesto, l’amica più cara è riuscita a salvarsi. Su di lei invece l’incidente ha lasciato segni pesanti». Questa la motivazione che si legge nell’attestato ricevuto da Giulia Muscariello, studentessa di Cava de’ Tirreni, dal presidente Mattarella nel corso della cerimonia di premiazione di ventotto giovani che nell’era Covid si sono distinti per vari meriti. Salvare la vita a Chiara, l’amica del cuore, mettendo a rischio la propria vita. Senza pensarci neanche due volte. Ecco cosa ha fatto Giulia la notte tra il 30 e il 31 luglio del 2020. Un gesto istintivo che rifarebbe mille volte. Per la sua gamba sinistra non c’è stato niente da fare. Il danno è stato devastante, ma se tornasse a quella tragica sera Giulia si comporterebbe allo stesso identico modo. Sarebbe stato facile e umano abbandonarsi al senso di impotenza e al vittimismo, scivolare nella depressione, arrabbiarsi con la vita, rimanere impantanata nelle sabbie mobili dell’autocommiserazione. Ma Giulia ha mostrato carattere e temperamento da vendere. E molto, molto coraggio.
Oltre al danno più evidente, la perdita della gamba, quale altro danno, meno visibile, senti di aver subito?
È stato proprio il periodo difficilissimo immediatamente successivo all’incidente. Avevo da poco compiuto 18 anni, il periodo più spensierato. I miei genitori sono sempre stati protettivi ma da maggiorenne avrei avuto più libertà rispetto a prima. E invece la mia vita ha subito uno stop mentre il resto del mondo andava avanti. Inoltre, due mesi dopo, a mia madre è stato diagnosticato un tumore al seno, come se le cellule del suo corpo fossero impazzite per il dolore.
Il danno che hai subito come ti ha cambiato?
Ho acquisito diverse esperienze. La Giulia di prima era insicura, si faceva mille complessi per un capello non a posto. Pensavo che gli altri stessero sempre più avanti rispetto a me, forse anche frequentare persone sbagliate ha contribuito a farmi accumulare insicurezze. Dopo mi sono resa conto che i problemi veri sono altri. All’inizio vedevo tutto nero, pensavo che la mia vita fosse finita, tutti pensavano che mi sarei abbattuta. Poi ho realizzato che era tutto dentro di me, che dovevo solo cacciare quella forza che non sapevo di avere, per me e per le persone che mi volevano bene. La Giulia di oggi è più sicura e consapevole, sa che non ha senso lamentarsi per un’unghia rotta o stare male per un fidanzato che ti lascia. Tendiamo a ingigantire senza capire quali sono realmente i problemi gravi.
Come hai affrontato il dolore?
All’inizio stavo malissimo, rivivevo quelle scene tutte le notti, mi chiedevo continuamente perché fosse successo proprio a me, avevo attacchi di panico. Dovevo iniziare il quinto anno del Liceo Scientifico Genoino, andavo a scuola con la sedia rotelle con l’aiuto di Chiara. A gennaio ho avuto la protesi e ho passato un mese a Bologna, per la riabilitazione. Non è stato affatto facile. Ne ho parlato con la psicologa, affrontando il trauma momento per momento, e questo mi è servito per cambiare il modo di guardare le cose. Se un problema lo eviti e lo tieni dentro, tornerà sempre. Parlare è stato fondamentale. Concentrandomi sul presente, ho visto la vita che mi avevano riservato come una marcia in più.
C’è stato un momento preciso in cui è scattata questa molla dentro di te?
Sono stati due i momenti. Quando ho indossato per la prima volta la protesi elettronica ho capito che potevo tornare alla vita di prima, ponendomi piccoli obiettivi, passo dopo passo. E poi quando sono stata contattata dalla Segreteria del Presidente. In quel momento il marcio e il brutto sono scomparsi, è scattata una spinta verso il cambiamento.
Radichiamoci nel presente. Cosa fai oggi?
La mia passione per le materie umanistiche mi ha portato a iscrivermi alla facoltà di lettere dell’Università di Salerno. Oltre allo studio, ci sono la palestra, le uscite con gli amici e i viaggi, perché mi piace esplorare. Adoro leggere, mi consente di approcciarmi al modo di vedere degli altri.
Hai mai pensato di scrivere un libro sulla tua storia?
Sì, magari in futuro. Spesso scrivo come sfogo nei momenti di down, per mettere in ordine i miei pensieri.
Ora proiettiamoci nel futuro. Quali obiettivi vuoi raggiungere a tutti i costi?
Oltre a realizzarmi nella vita privata e professionale, vorrei creare una fondazione per aiutare le persone in difficoltà, che hanno bisogno di cure per riprendere in mano la propria vita.
Come è stato l’incontro col presidente Mattarella?
Ero superemozionata. Quando gli ho stretto la mano, anche lui si è emozionato e complimentato per la forza che avevo avuto. È stato bello anche conoscere gli altri ragazzi premiati con altre bellissime storie. Ne sono uscita arricchita. Mamma e io abbiamo fatto amicizia con una guardia che ci ha portato a visitare il Quirinale. Il mese dopo, salendo a Bologna, ci siamo prima fermate a Roma e le abbiamo portato dei dolci.
Quando le persone ti vedono come un’eroina, ti ritrovi in questo ruolo?
Aiutare le persone mi è sempre venuto naturale, anche prima. Mi piaceva ascoltare le amiche che avevano un momento no. Ho sempre dato tutta me stessa agli altri, anche quando non sono stata ricambiata. Cercare di far star bene le persone fa stare bene anche me.
Sei umana, non sei un robot, quindi immagino che come tutti tu abbia momenti di tristezza e sconforto. Cosa fai per riprenderti?
Mi aggrappo alle cose belle. Il mare ad esempio mi aiuta a scaricare i brutti pensieri e a fare il pieno di energia positiva. Il mio posto del cuore è Cetara. Poi, quando sono un po’ giù, ripenso alle parole del mio ragazzo, Sabatino, che mi è sempre stato vicino. Per lui ero speciale prima e continuo ad esserlo dopo l’incidente. Perché vede una luce brillare dentro di me.
C’è qualcosa che la società o le istituzioni potrebbero fare per rendere la vita di chi ha subito un danno come te meno complicata possibile?
Sensibilizzare, far sentire che le persone con disabilità non hanno nulla in meno rispetto agli altri, ma anzi hanno un valore aggiunto. Anche se la strada è ancora lunga, oggi si lavora molto sulla disabilità, la società sta cambiando. Lo dimostrano anche serie televisive come I fantastici cinque.
Cosa ti dà fastidio?
Quando mi guardano con un senso di commiserazione stampato negli occhi come a dire: «Poverina!». Questo mi mette in imbarazzo e tendo a rinchiudermi nel mio riccio. Poi mi passa e realizzo che quegli sguardi non devono significare nulla per me. Sono loro ad avere problemi.
L’anno scorso purtroppo è venuta a mancare la tua mamma. Quali sono i suoi insegnamenti che vivono in te?
Mamma era un modello, un esempio. Mi ispiro a lei in tutto. Nella battaglia che abbiamo affrontato non ha mai mostrato alcun cedimento o fatto vedere il suo dolore. Faceva sembrare che fosse tutto a posto, ci dava forza nei momenti no. Anche quando raggiungevamo l’apice della sofferenza, non smetteva mai di sorridere. Infondeva coraggio a me, a mio padre e mio fratello. Con determinazione. Ha passato con me i primi 24 giorni in ospedale subito dopo l’incidente. A settembre, a causa di una sopravvenuta infezione alla cicatrice, sono stata ricoverata per altre settimane. Sembrava un loop infinito. Ma lei era sempre con me. Non staccava mai, neanche per farsi una doccia a casa.
Bella, buona, altruista, coraggiosa, forte. Ma un difetto ce l’hai?
La testardaggine! Rimango convinta delle mie idee anche se sbagliate. Ci vuole tempo per farmi cambiare pensiero. Ci sto lavorando su!
Per chi ha seguito il tuo percorso dal buio alla luce sei diventata un modello a cui ispirarsi. A chi ha vissuto un dramma come il tuo e non riesce a risollevarsi, cosa ti sentiresti di dire?
Consiglio di non arrendersi, di non vedere tutto nero, di aggrapparsi alle cose belle, di lottare. La vita è così bella! Non vale la pena rinunciare a viverla. Bisogna fare come i bambini: i loro occhi vedono solo cose belle. La mia immensa voglia di vivere mi ha tenuta attaccata alla vita, guardando oltre il danno che avevo subito. Sono andata oltre. Sto andando oltre.
