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In copertina per il numero 31 di Orione, Il danno, Omaggio a Bebe Vio, Illustrazione di Bruna Pallante - Dettaglio

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Trauma e danno. Un complesso, doloroso duale 

6 Maggio 2024
Nel Film tedesco del 2006 Quattro minuti si seguono le vicende di due donne, una giovane, Jenny von Loeben, l’altra anziana, Gertrud Kruger e del loro scontro/incontro.
In copertina per il numero 31 di Orione, Il danno, Omaggio a Bebe Vio, Illustrazione di Bruna Pallante - Dettaglio

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Trauma e danno. Un complesso, doloroso duale 

6 Maggio 2024
Nel Film tedesco del 2006 Quattro minuti si seguono le vicende di due donne, una giovane, Jenny von Loeben, l’altra anziana, Gertrud Kruger e del loro scontro/incontro.

Entrambe, pur nella loro diversità, oltre a una forte passione per la musica, hanno vissuto delle drammatiche esperienze traumatiche tali da determinare in loro un danno che ne ha condizionato profondamente i vissuti, i comportamenti, le relazioni interpersonali. Perché il trauma produce danno? Etimologicamente la parola trauma deriva dal greco col significato di “perforare”, “danneggiare”. Le forme di violenza, di abuso sessuale, hanno a che fare con un “troppo” che sconvolge radicalmente il soggetto, provoca una discontinuità nella trama esistenziale della vittima, stabilendo un prima e un dopo. Se questi traumatismi avvengono precocemente, specie in forma continuativa, in bambini o adolescenti, vanno a incidere negativamente sullo sviluppo stesso della personalità determinando l’emergere di forme disfunzionali di essa (per esempio: disturbo borderline, disturbo antisociale e non solo). 

Giovane donna la cui sventura è descritta nell'articolo. Ha il viso segnato dal trocco sciolto per via del pianto

Dunque il trauma provoca un danno, a volte permanente, nell’organizzazione psichica del soggetto e nella capacità di relazionarsi con sé stesso e con gli altri. Ritorno a Quattro minuti. Jenny è in carcere per un omicidio. Ha subito in adolescenza, per diversi anni, un incesto da parte del padre, cosa che ha devastato lo strutturarsi stesso della sua personalità che presenta caratteristiche oscillanti tra antisocialità e dimensione borderline. Non è mai riuscita a stabilire relazioni interpersonali durature e comunque queste sono sempre state segnate dalla indifferenza se non addirittura dalla violenza. Gertrud Kruger, la più anziana, è assistente carceraria e insegnante di pianoforte. Anch’essa è stata vittima di un trauma devastante. Ha assistito negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale all’impiccagione fatta dai nazisti della sua collega (entrambe infermiere in un ospedale militare), nonché amica e amante, con una corda del suo pianoforte. Come afferma Silvia Amati Sas, il trauma dovuto a mano umana è più grave di quelli prodotti da catastrofi naturali (tsunami, terremoto…). Rompe, infatti, quella solidarietà umana minima, espressione delle prime relazioni di attaccamento del bambino con le figure di accudimento e che è, tra l’altro, alla base della familiarità con l’ambiente e di quel senso di potenziale empatia e reciprocità essenziale fondamento delle relazioni interpersonali. Nell’incesto proprio la figura affettiva di riferimento tradisce la vittima e ne devasta la possibilità di dare fiducia all’altro: «e mio padre mi fa questo, di chi potrei mai fidarmi?». L’immagine che propongo all’inizio di questo testo si riferisce a una giovane donna,1 violentata per anni da un cognato fino a rimanerne incinta e convinta ad abortire. All’età di diciotto anni manifestò una psicosi schizofrenica. Per dieci anni restò chiusa in una stanza rifiutando ogni comunicazione verbale e trascorrendo il tempo coprendosi di nero gli occhi con dei pennarelli o col lucido da scarpe. Il danno, espressione della violenza subita, si era spostato dai genitali agli occhi ritenuti sporchi non più vergini. Di fronte a queste drammatiche vicende ci si potrebbe chiedere legittimamente: «Come la vittima può riuscire ad elaborare la catastrofe vissuta e ricucire la trama profonda alla base del senso di sè?» E ancora, quali strumenti ha a disposizione chi si pone nell’ottica di contrastare e magari riparare il danno devastante nel soggetto? Tra le molte e complesse problematiche da affrontare, forse la più inquietante è stata evidenziata dalla psicoanalista argentina Janine Puget: «Ci sono esperienze condivise (nascita di un figlio, un rapporto amoroso, il lutto, ecc.), che consideriamo universali, benché hanno un significato peculiare per ogni individuo, ne esistono altre, come quelle legate alla violenza estrema, all’abuso, che conferiscono alle vittime una sorta di unicità, riguardano la dimensione dell’impensabile, a cui corrispondono affetti intollerabili, il più delle volte intraducibili simbolicamente e quindi mai completamente comprensibili per chi non le ha vissute». Nel film Quattro minuti le due donne, dopo un inizio molto conflittuale, stabiliscono una relazione vitale basata sul rispettarsi, sull’accettarsi, in definitiva sul riconoscersi reciprocamente come soggetti.2 Questo consente loro di lenire almeno parzialmente il danno che le ha segnate. Jenny, anche con la complicità dell’altra, fugge dal carcere e, dopo aver espresso tutta la sua rabbia al padre che le propone di cancellare il passato, prima di essere di nuovo arrestata, riesce a effettuare la sua esibizione di Quattro minuti in un concorso pianistico ottenendone un grande successo con tutto il pubblico in piedi ad applaudire. Ha suonato un Improvviso di Schubert, secondo una interpretazione Hit pop lontana da quella che le aveva insegnato Gertrud, ma alla fine, solo per lei, sorridendo, si inchina come avrebbe fatto una concertista classica. L’altra, riconoscendo l’estrema bellezza di quell’esecuzione, sorride anche lei e, commossa, le manda un impercettibile bacio.

Nel caso della ragazza dagli occhi non più vergini il terapeuta, attraverso la tecnica del Disegno Speculare Progressivo,3 ideata da Maurizio Peciccia, basata sul ricopiare e sviluppare i disegni proposti dalla paziente, è riuscito a stabilire nel tempo una comunicazione profonda con lei consentendole di recuperare una rappresentazione di sé sempre meno segnata dagli effetti del trauma. In un disegno quasi alla fine del percorso terapeutico ella si rappresenta con il fidanzato che le regala dei fiori. Uno dei petali, quello nero, va verso il suo occhio (è un petalo non più un oggetto distruttivo) o, se consideriamo la direzione opposta, dall’occhio al fiore, lo si può leggere come un nero che finalmente esce dai suoi occhi. Cosa ha prodotto in questi due esempi un cambiamento rispetto ai condizionamenti del danno subito? Il discorso sarebbe lungo e complesso, qui vorrei porre l’accento almeno su un aspetto che ritengo fondamentale: l’importanza dell’essere con l’altro. In entrambe le situazioni presentate, le due donne in Quattro minuti e la paziente e il terapeuta, quell’essere con l’altro si potrebbe descrivere in termini psicodinamici come un’“Esperienza Emozionale Correttiva”, costrutto descritto da Franz Gabriel Alexander.4

Secondo questo autore esperienze reali vissute nella relazione del paziente col terapeuta o (è importante!) anche nella vita quotidiana, tali da essere emotivamente differenti da quelle traumatiche provate in passato, sarebbero in grado di ripararne gli effetti negativi. Per illustrare tale meccanismo Alexander ricorre alla letteratura e specificamente alla conversione di Jean Valjean nel libro Les Misérables di Victor Hugo (1862). Jean Valjean, l’ex carcerato, subì un profondo cambiamento di personalità a causa della straordinaria e inaspettata gentilezza del vescovo che aveva tentato di derubare. Mentre era ancora stordito per essere stato trattato per la prima volta in vita sua meglio di quanto si meritava, Valjean incontrò il piccolo Gervasino che suonava un organetto per strada. Quando la moneta da due franchi del piccolo cadde a terra, l’ex carcerato mise il piede sulla moneta e si rifiutò di restituirla. Sebbene il bambino piangesse e supplicasse, egli rimase come pietrificato e fu incapace di togliere il piede dalla moneta. Solo dopo che Gervasino se ne andò disperato, Valjean si risvegliò dal suo torpore. Corse dietro al ragazzo in uno sforzo frenetico di rendere buono il suo gesto cattivo, ma non lo potè trovare. Questo segnò l’inizio della sua conversione. Lasciamo a Hugo la descrizione di questa dinamica psichica che, con intuizione geniale, gli consentì di cogliere ante litteram un elemento fondante, secondo Alexander, di ogni processo terapeutico: «Sentiva indistintamente che il perdono di quel prete era il più forte assalto ed il più formidabile attacco dal quale fosse mai stato scosso; sentiva che, s’egli avesse resistito a quella clemenza, il suo indurimento sarebbe stato definitivo e che, se avesse ceduto, gli sarebbe occorso rinunciare a quell’odio del quale gli atti degli altri uomini avevano saturato l’animo suo da tanti anni e di cui si compiaceva; (…) Era certo (…) che non era più lo stesso uomo, che tutto era cambiato in lui…». Il Duale, secondo l’enciclopedia Treccani è «una delle categorie (…) che alcune lingue (sanscrito, greco antico, paleoslavo), distinguendolo dal singolare e dal plurale, usano, nella declinazione e nella coniugazione, per indicare l’insieme di due persone o cose». I concetti di trauma e danno, rispetto alle situazioni descritte nel testo, ritengo costituiscano un “insieme” che implica molto più di ciò che essi, presi singolarmente o anche semplicemente accostandoli, possano rappresentare. In questo duale si racchiudono esperienze di violenza, di negazione dell’altro, di sofferenza, ma anche il potenziale riemergere, attraverso relazioni interpersonali autentiche, non distruttive, di quella dimensione umana che ci caratterizza e che è la base direi ontologica del nostro essere.

NOTE

1 Caso descritto da Maurizio Peciccia nel libro di Angelo Malinconico e Maurizio Peciccia Al di là della parola, edizioni Magi, 2006.

2 Il riconoscere l’altro come soggetto è al centro di un interessante dibattito filosofico anche all’interno della dimensione PSI e a questo proposito si vedano i lavori di Axel Honnet della scuola di Francoforte.

3 Maurizio Peciccia, opera citata.

4 Franz Gabriel Alexander (Budapest, 22 gennaio 1891Palm Springs, 8 marzo 1964) è stato uno psicanalista e medico ungherese naturalizzato statunitense. Studiò all’università di Berlino e in seguito, nel 1923, emigrò negli Usa. L’esperienza emozionale correttiva è stata da lui descritta nel libro insieme a Thomas M. French e collaboratori, Psychoanalytic Therapy: Principles and Application (New York: Ronald Press, 1946) di cui alcuni capitoli sono stati pubblicati in italiano col titolo La esperienza emozionale correttiva, sulla rivista Psicoterapia e Scienze Umane, 1993, XXVII, 2: 85-101.

per citare questo articolo

Federico Perozziello:

Trauma e danno. Un complesso, doloroso duale ,

n. 31 - Il danno,

maggio-agosto 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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