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In copertina per il numero 31 di Orione, Il danno, Omaggio a Bebe Vio, Illustrazione di Bruna Pallante - Dettaglio

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Ragionare sulla riparazione

6 Maggio 2024
Un danno è ciò che nuoce a cose o persone ed è l’esatto contrario dell’utilità o del guadagno.
In copertina per il numero 31 di Orione, Il danno, Omaggio a Bebe Vio, Illustrazione di Bruna Pallante - Dettaglio

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Ragionare sulla riparazione

6 Maggio 2024
Un danno è ciò che nuoce a cose o persone ed è l’esatto contrario dell’utilità o del guadagno.

Detto così il concetto appare sufficientemente chiaro. Ma più lo decliniamo più la chiarezza iniziale tende a offuscarsi o a diluirsi in tanti rivoli: abbiamo i danni materiali e i danni morali, i danni psicologici e quelli esistenziali, i danni intenzionali e quelli collaterali. Varie tipologie di danno che aprono scenari più articolati e complessi rispetto alle vittime ma anche ai beneficiari del danno. Se poi rapportiamo il danno alla causa abbiamo danni facilmente riconducibili a un colpevole, come i danni intenzionali, causati a seguito di un’azione facilmente identificabile, ma anche danni privi di un unico colpevole, come i danni cosiddetti naturali causati da eventi prodotti da madre natura o presunti tali. Com’è facile intuire, purtroppo il danno non è un concetto a senso unico. Ciò che è danno par alcuni può rappresentare un vantaggio per altri. E non sempre la causa è il prodotto di un’azione intellegibile. Un leone che ammazza una gazzella ha prodotto un danno grave e irreparabile alla gazzella e un vantaggio vitale a se stesso. Un orso polare che ammazza una foca o un leone marino altrettanto. Un terremoto, uno tsunami, un tornado, un ciclone, un’alluvione, una tempesta, un’eruzione vulcanica, un incendio non doloso, una prolungata siccità, appartengono alla categoria degli eventi naturali che quasi sempre producono danni rilevantissimi e spesso irreparabili come la morte di centinaia di persone e/o di interi eco-sistemi. Oggi sappiamo che le cause di tante catastrofi naturali sono le attività dell’uomo: gli allevamenti intensivi, le energie fossili, l’agricoltura intensiva, gli sprechi energetici, l’iperproduzione di rifiuti, lo sfruttamento intensivo del suolo e dell’acqua, e moltissime altre. Ma la colpa di tutti diventa responsabilità di nessuno. Poi ci sono i danni prodotti da azioni non intenzionali o da mancate azioni anche non intenzionali: un mancato controllo di una procedura o di struttura, il mancato azionamento di uno scambio ferroviario, il mancato rispetto di un segnale stradale o di un semaforo, o anche una semplice distrazione, possono produrre effetti disastrosi. Poi ci sono i danni collaterali prodotti da azioni di guerra intenzionali ma che colpiscono persone innocenti. Oppure i danni prodotti da azioni non sempre riconducibili a una singola persona, che producono disastri talmente grandi da rendere vana qualsiasi azione risarcitoria. La storia dell’umanità è piena di esempi di questo tipo: si pensi alle guerre mondiali o alle centinaia di conflitti armati che fin dagli albori dell’umanità e tutt’oggi insanguinano il mondo e generano milioni di morti e immani distruzioni.

Gli antichi romani radevano al suolo le città a loro ribelli, cospargevano di sale le macerie e deportavano e rendevano schiavi i sopravvissuti. Una pratica barbara che purtroppo continua tuttora in tanti teatri di guerra. In Libia i corpi dei migranti sono comprati e venduti come nell’antica Roma e nelle Americhe schiaviste. Azioni che producono danni e vantaggi contemporaneamente. O ancora pensiamo a una speculazione finanziaria che spesso comporta un vantaggio per pochi e un danno economico per tantissimi. Tanta letteratura non è altro che il racconto di queste piccole, grandi e immani tragedie e delle dinamiche relazionali che le hanno prodotte e dei rapporti di potere e delle pratiche di sopraffazione e di sfruttamento sulle quali sono state costruite le civiltà. Anche quelle nelle quali viviamo noi. Chi ci ha creato, purtroppo non si è sforzato granchè o forse avrà agito distrattamente. Avrebbe potuto evitare di creare un corpo che per funzionare ha bisogno di proteine, calorie, azoto… Un corpo che tende a sviluppare pulsioni aggressive e relazioni che si consolidano per contrapposizione. Corpi che si ammalano, deperiscono, invecchiano e muoiono. Corpi che nascono malati o imperfetti e sistemi sociali che costruiscono relazioni di potere e di dominio sulla disuguaglianza e sulla differenza. Povero Darwin, pieno di tormenti e di rimorsi, nel tentativo di coniugare l’evoluzionismo con il suo credo religioso. Non intendo addentrarmi nella disputa tra evoluzionisti e creazionisti. Dico semplicemente che forse c’è un danno naturale insito nel fatto stesso di esistere e di morire e di vivere in un mondo che mangia parte di se stesso tutti i giorni per sopravvivere e dopo centinaia di migliaia di anni ancora non riesce a trovare pace e un diverso equilibrio. Perciò dico solo che se qualche essere superiore ci ha creato probabilmente non ci ha messo tutto l’impegno che sarebbe stato necessario. E poi se guardiamo fuori da questo pianeta non solo alla ricerca del Creatore, ma anche di altri mondi simili al nostro, è vero che vediamo il sole, la luna e una miriade di stelle, ma è altrettanto vero che vediamo noi stessi come una piccola entità destinata a vivere poco tempo tra due eternità (prima e dopo) in un universo infinito e prevalentemente vuoto. C’è un danno anche nell’assenza di risposte alle domande ultime. Un deficit esistenziale di conoscenza irreparabile che ci consegna solo la necessità di una riparazione, perché per esso non esiste risarcimento. I danni li possiamo al massimo limitare.

Purtroppo solo chi non vive non fa danni e non ne subisce le conseguenze. Più che sul danno forse dovremmo concentrarci sulla riparazione, lasciando da parte quella enorme parte del danno che resta irreparabile e che va oltre la vita, nel prima e nel dopo. Lo so. Lo so che pensavamo al danno come fatto più ordinario: meno incidenti stradali, meno infortuni sul lavoro, meno ingiustizie sociali, meno morti per droga, meno incidenti domestici, meno conflitti in famiglia, meno reati sulla persona… Ma anche questi danni sono il prodotto di distorsioni o malfunzionamenti relazionali. Anche in questi casi sarebbe più utile ragionare sulla riparazione. Viviamo in un mondo usa e getta, in cui l’idea del riparare è stata totalmente sostituita dall’idea di smaltire. Cioè eliminare ciò che è danneggiato o malfunzionante, siano essi oggetti, persone o relazioni, e sostituirli con nuovi oggetti, persone o relazioni. Cioè un mondo in cui si è persa l’abitudine di fare i conti con il danno e di trovarne e rimuoverne le ragioni. La riparazione ha questa funzione: un esercizio permanente di manutenzione delle cose, delle persone e degli affetti. Non è solo un problema di risarcimento. Si può risarcire un danno materiale sostituendo l’oggetto danneggiato ma non si possono sostituire allo stesso modo le persone e le relazioni. Il danno materiale è solo una piccola componente del danno in generale. Dentro un danno materiale si nascondono danni psicologici, esistenziali, relazionali, morali, che non si curano con un risarcimento materiale. Per tutto questo non basta un risarcimento, serve una riparazione. Anche quando ci si trova al cospetto di un danno irreparabile.

Quando avevo meno di dieci anni mio padre mi regalò un piccolo pulcino di anatra che allevai con un affetto infinito. Affetto ricambiato: sono convinto che mi riconosceva quando gli portavo da mangiare e quando giocavo con lui. Poi il pulcino diventò un’anatra e un bel giorno scomparve e al suo posto mi ritrovai un nuovo pulcino. Ovviamente non mangiai l’anatra che mia madre cucinò per quel Natale e rinunciai ad allevare nuovi pulcini. Nessuno disse che nel vassoio del pranzo di Natale c’era la mia anatra scomparsa. Ma io lo pensai e pensai a quel pulcino che avevo allevato con tanto amore. Ma ero solo un bambino che aveva subito un danno psicologico, morale ed esistenziale comunque inferiore al danno subito dall’anatra scomparsa. Ci ho messo un po’ di tempo ma poi purtroppo ho ripreso a mangiare carne (abbiamo bisogno di azoto, proteine…). Certo non carne di cane o di gatto o di cavallo, e nemmeno molto spesso, ma comunque la mangio. A volte mi capita di pensare che ciò che trovo nel piatto è stato un pulcino o un coniglietto o un vitellino o un porcellino, come quelli che giocano a fare gli umani nei cartoni animati. Ma il pensiero per mia fortuna non dura molto. Mi chiedo se in tutti questi anni sono riuscito a riparare il danno subito dal me stesso bambino. Di sicuro non ho più riparato il danno subito da quel pulcino cresciuto. Lo so, mi direte che tutto questo è naturale e che Dio ha creato l’uomo e gli animali al servizio dell’uomo e tutte quelle cose lì. Conosco la lezione. Ma se vi dicessi parafrasando Bertold Brecht: «quello che succede ogni giorno non trovatelo naturale. Di nulla sia detto: “è naturale” in questi tempi di sanguinoso smarrimento, ordinato disordine, pianificato arbitrio, disumana umanità, così che nulla valga come cosa immutabile». (Da L’eccezione e la regola, 1930).

A volte nascondiamo dietro una presunta naturalità la banale assenza di volontà di cambiamento. C’è di fatto che con l’avvento del neolitico sono cambiati i metodi. Prima l’attività della caccia (catturare e ammazzare animali di cui cibarsi) aveva qualcosa di più cruento ma anche di più epico. Poi le cose sono cambiate con l’allevamento e sono diventate orribili con l’allevamento intensivo. Ma di tutta questa attività quotidiana, orribile e cruenta, di tutto quello che si nasconde dietro la nostra fettina in padella o le nostre salsicce con le patate o il nostro hamburger con i crauti, nel nostro piatto non arriva quasi nulla. Mentre mangiamo con gusto e appetito pensiamo al danno per quelli che si ritrovano nel piatto o al vantaggio per tutti coloro che se ne cibano? E saremmo mai in grado di immaginare una riparazione? Forse dovremmo, perché probabilmente è l’unico modo che ci resta per salvare il pianeta e noi con esso.

per citare questo articolo

Porfidio Monda:

Ragionare sulla riparazione,

n. 31 - Il danno,

maggio-agosto 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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