Il dialogo è il linguaggio della relazione e serve per affermare le ragioni dell’incontro e non del conflitto a somma zero tra punti di vista, posizioni e/o interessi differenti. I padri dell’economia classica e gli attuali teorici del marketing hanno definito il mercato una conversazione (dialogo) tra acquirenti e venditori che si svolge in uno spazio fisico (oggi anche virtuale) libero da ogni condizionamento politico e monopolistico. Adam Smith (padre dell’economia classica) si era spinto ancora oltre facendo discendere la ricchezza delle nazioni dalla dialettica (dialogo) dei reciproci egoismi che si incontrano nel libero mercato. In tal modo teorizzò la funzione positiva dell’egoismo nel liberalismo economico e nelle democrazie liberali. Antonio Genovesi, economista di area cattolica (abate della metà del 1700), dissentì dall’impostazione di Smith, sostenendo che l’obiettivo che le comunità devono perseguire non è la massimizzazione della ricchezza prodotta dalla dialettica dei reciproci egoismi ma il benessere collettivo prodotto dalla consapevolezza delle reciproche vulnerabilità, privilegiando la cooperazione e non la competizione per il bene comune. Come tutti sappiamo questa visione non riuscì ad affermarsi in un’epoca di capitalismo nascente che stava risvegliando i demoni della competizione e della ricerca esasperata della ricchezza individuale. Altri sistemi politici ed economici sono emersi nel più recente passato da ideologie e teorie che non hanno condiviso l’impostazione smithiana anche se i risultati a tutt’oggi non si sono rivelati migliori né per le libertà individuali né per il benessere materiale. Si pensi alle economie di piano e alle dittature comuniste o alle tante dittature non comuniste a economia monopolistica presenti nel cosiddetto terzo mondo. Comunque sistemi con forme di governo top down dove il dialogo era ed è inesistente. Forse anche le democrazie liberali, come teorizzate da tanta dottrina politica, sussistono nella mera forma di un confronto-scontro tra oligarchie politiche e monopoli economici. Nella loro accezione migliore hanno conosciuto il loro periodo aureo sul fronte delle libertà individuali e dell’uguaglianza economica nella seconda metà del Novecento. Poi, con l’avvento del nuovo secolo, l’espansione delle libertà e dell’uguaglianza socio-economica ha perso forza e sta progressivamente contraendosi a vantaggio delle tecnocrazie digitali. Un fenomeno ovviamente che riguarda comunque solo il cosiddetto “occidente industrializzato”. Cioè poco meno di un quarto dell’intero pianeta. I residui tre quarti non hanno mai conosciuto le democrazie e il loro portato di diritti e relativo benessere economico. La Storia passata e quella più recente purtroppo ci consegnano un pianeta poco propenso al dialogo anche se tutti lo auspicano come necessario. Gli Imperi e gli Stati sono stati sempre il prodotto del prevalere di una fazione, di un’etnia, di un popolo su un altro. Nella storia passata non mi viene in mente nessun esempio di un’entità territoriale che si sia costituita attraverso l’incontro e la pacifica convivenza di differenze. Ovunque, sono stati gli eserciti e la guerra a definire i confini e, dentro quei confini, i vincitori hanno affermato la loro identità e scritto la storia a scapito dei vinti. Nei casi migliori i vinti sono stati assorbiti dai vincitori o ne sono diventati satelliti con minori diritti. Nei casi peggiori sono stati letteralmente eliminati attraverso varie forme di genocidio. Se poi pensiamo all’uso che è stato fatto delle religioni a fini di dominio il catalogo ci consegna una infinita sequenza di guerre e di stragi fin dall’era antica e dall’affermarsi del cattolicesimo in occidente. Di dialogo, anche in questo caso, se ne è visto ben poco. E non solo conflitti tra religioni diverse ma anche conflitti nell’ambito delle stesse religioni. Si pensi alle guerre tra cattolici e protestanti o ai genocidi commessi contro le varianti minori del protestantesimo o del cattolicesimo (catari, quaccheri, calvinisti, puritani, mennoniti, evangelisti, valdesi…) o alle guerre tra mussulmani sunniti, sciiti, azeri, alauiti o ancora alle chiusure degli imperi orientali alle religioni occidentali. Per non parlare della cosiddetta “Santa inquisizione” che ha punito con torture e morte ogni divergenza di opinioni o di comportamenti e bandito ogni dialogo tra scienza e fede. Insomma la cooperazione e il dialogo storicamente non hanno mai avuto vita facile. In ogni occasione di confronto la scorciatoia del conflitto si è rivelata la scelta prevalente. In epoca recente, due guerre mondiali a distanza di meno di trent’anni una dall’altra e decine di guerre regionali in tante altre parti del pianeta ne sono esemplare testimonianza. La guerra in Ucraina e in Palestina sono due pietre angolari del fallimento di ogni dialogo. Due guerre predatorie finalizzate all’appropriazione di spazi e di risorse con la forza. L’Unione Europea è forse l’unico esperimento al mondo di abbattimento di confini mediante il dialogo e non la guerra. Un esperimento, intervenuto all’indomani di due guerre mondiali, tanto originale quanto cagionevole finché non assumerà (se mai l’assumerà) forma politica compiuta. Un esperimento che si è espanso nel tempo e nello spazio senza dotarsi della forma politica adeguata per competere con gli Imperi e gli Stati che attualmente si contendono il controllo politico ed economico del pianeta come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, la Turchia, l’Iran per quanto riguarda le aspirazioni imperiali e l’India, il Brasile, la Gran Bretagna, il Giappone, il Messico, il Canada, l’Australia, ecc. per quelle commerciali.
L’Europa è anche l’unico esperimento al mondo di welfare universalistico, di benessere economico diffuso e di tutela dei diritti individuali e perciò stesso meta di crescenti migrazioni. Un’esperienza oggi sempre più stretta dalla pressione degli Imperi all’esterno e dalla pressione di crescenti movimenti isolazionisti, xenofobi e reazionari all’interno, entrambi tesi a ripetere il passato, limitando le ragioni del dialogo e del confronto a favore della separazione e dello scontro. Le tecno-democrazie nascenti, frutto della saldatura tra gli interessi monopolistici delle grandi multinazionali dell’informatica e dell’intolleranza delle classi politiche post-democratiche verso i vincoli delle democrazie liberali, rendono potenzialmente possibile una saldatura di interessi con le dittature imperiali russa e turca in chiave anti UE. Ma non è di geo-politica che vorrei parlare ma solo dell’impatto dell’assenza del dialogo sulle nostre stesse convivenze democratiche. Il dialogo serve a costruire ponti e incontri non a costruire muri per separare ed escludere. Non c’è dialogo senza un confronto e non c’è confronto senza incontro. E ogni incontro necessita almeno di due attori consenzienti. Diceva Carl Von Clausewitz che la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Pertanto se la politica è una forma di confronto e di dialogo per pervenire a decisioni condivise, l’assenza di dialogo non può che condurre a conflitti dove chi prevale domina e detta le regole. Eppure, se siamo tutti convinti della bontà del dialogo, perché risulta così difficile praticarlo? Perché storicamente le guerre hanno avuto maggiore fortuna del dialogo? Perché le ragioni dell’egoismo e della competizione hanno prevalso su quelle del dialogo e della cooperazione? Perché si preferisce spendere enormi risorse per costruire muri per separare e non servizi per includere? Nella mia vita devo confessare che la cosa più difficile che mi sono ritrovato a fare è stato il dialogo con la differenza. Gestire le relazioni a partire dal confronto di opinioni in famiglia, nella scuola, nel lavoro, nei contesti di vita e di relazione è stata sempre una fatica quotidiana che ha assorbito tanta parte delle mie energie. Il confronto richiede ascolto, tempo e disponibilità a giocare in campo aperto. È un’operazione di testa e non di pancia. Utile per disegnare il futuro e non per gestire banalmente il presente. Richiede empatia (mettersi nei panni dell’altro), fiducia e disponibilità al compromesso. È un gioco a somma variabile in cui nessuno vince e nessuno perde. È sicuramente una pratica più complicata e tortuosa del gioco a somma zero dove chi vince piglia tutto. Forse per questo richiede più cultura e più voglia di conoscenza. La separazione e il conflitto sono figli della paura della differenza e della contaminazione che l’incontro con essa può portare. Il dialogo è una conquista della maturità di homo sapiens e il conflitto è la sua regressione nei propri confini geografici, religiosi, culturali, economici, dettata dalla paura e dall’insicurezza spesso fomentata ad arte dai seminatori di sfiducia. Ogni salto evolutivo nella storia di homo sapiens è stato il prodotto di un incontro e di un dialogo con la differenza. La stessa scienza dell’organizzazione che ha consentito all’uomo di evolvere e di arrivare sulla luna è il prodotto di un dialogo tra discipline, funzioni, ruoli, competenze, ecc. Eppure nei meccanismi relazionali sia macro sia micro la logica del dominio vince ancora su quella della coesistenza e del dialogo. E la logica della competizione continua a prevalere su quella della cooperazione. Forse questa dinamica è semplicemente il prodotto di scelte di pancia e non di testa. Più facili da indurre perché rispondono agli istinti e non alla ragione. Forse dovremmo immaginare processi dialogici indotti dall’istinto di sopravvivenza reciproca. In guerra si muore, da ogni parte della barricata. Penso infine alle dinamiche dialogiche in area didattica e alla mia esperienza personale raramente contaminata dal dialogo. Anche la trasmissione dei saperi è quasi sempre dominata da un approccio top down. E non sempre nella mia esperienza di docente mi è riuscito di realizzare un approccio dialogico e non solo per mia responsabilità. Conclusioni: la dimensione dialogica rappresenta un salto evolutivo di homo sapiens nella sua storia millenaria. Il dialogo non nasce dall’istinto ma dalla ragione, la socialità è innata ma il dialogo bisogna apprenderlo e coltivarlo. È una pratica ambiziosa e complicata eppure necessaria perché non abbiamo alternative per la sopravvivenza. Nella contemporaneità fatta di superficialità e velocità, il dialogo rappresenta lo strumento migliore per rallentare il tempo e penetrare la superficialità.