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Dettaglio di Immagine di copertina dedicata a Rita Levi di Montalcini - Illustrazione di Bruna Pallante, Studio Motive.ink

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Pedagogia dialogica

5 Maggio 2025
Galileo, colui che ha messo le basi della scienza moderna, scelse il dialogo come strumento narrativo, per esporre le sue idee.
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Pedagogia dialogica

5 Maggio 2025
Galileo, colui che ha messo le basi della scienza moderna, scelse il dialogo come strumento narrativo, per esporre le sue idee.

E lo fece in modo squisitamente problematizzante. Il dialogo rappresenta un’apertura, il ventaglio dei punti di vista. Anche se il dialogo è simulato (come lo saranno quelli di altri pensatori più moderni, uno fra tutti Feyerabend), non c’è modo migliore per evidenziare i punti critici, per lasciare aperte delle strade di interpretazione, per permettere di costruirsi, leggendo, la propria visione. Questo è il grande insegnamento che ci viene direttamente dai classici. Questo è quello che dobbiamo tenere a mente quando, da insegnanti, da educatori, ci troviamo davanti a una classe. Quello che dobbiamo chiederci è una domanda semplice: quello che noi vogliamo trasmettere che importanza assume per chi ho di fronte? E ancora, su che substrato va a mettere radici ogni nuovo seme lanciato? Se non sappiamo questo, se non ascoltiamo, se non esiste una conoscenza profonda tra educatore ed educando, è facile ricadere in quel modello antico di didattica depositaria (top-down direbbero gli inglesi), antico sì, ma mai del tutto scomparso e dal quale è sempre bene proteggersi. Non è possibile parlare di didattica, della scienza in particolare, ma di qualsiasi sapere in generale, senza affrontare il tema del dialogo. Non ci può essere trasmissione del sapere senza un dialogo tra le parti. In un libro del 1970 si possono trovare gli elementi fondamentali di questa sovrapposizione tra l’importanza del dialogo e gli strumenti pedagogici messi in campo. Tale libro, La pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, fu pubblicato in Brasile nel 1970 e arrivò in Italia qualche anno dopo, svolgendo un ruolo fondamentale nella rivoluzione pedagogica che stava avvenendo in quegli anni nel nostro paese. Diventato ora un libro di “nicchia” o “fuori moda”, risulta parlarci ancora in modo chiaro e, a suo modo lineare, di temi su cui ancora si arrovellano pedagogisti e insegnanti. Lasciando in questa sede a latere i contenuti politici da cui scaturisce l’esigenza e l’urgenza di questo scritto, andiamo al focus pedagogico. Tutti (tutti?)  siamo consapevoli dell’importanza dell’educazione a tutti i livelli e propensi alla costruzione, attraverso tale educazione, formale o informale che sia, di un’idea di cittadinanza partecipe. In questo libro viene evidenziata la dicotomia tra un’educazione depositaria e un’educazione problematizzante. L’educazione depositaria pensa all’apprendimento come un trasferimento di conoscenze da un educatore verso gli educandi visti come contenitori. Pensiamo all’imbuto che permette di travasare un contenuto da un contenitore all’altro. L’educazione problematizzante sta invece agli antipodi di questa visione. In questo modello di educazione fa il suo ingresso il dialogo, tra educatore ed educando, e l’apprendimento è un continuo scambio dialettico tra le due figure coinvolte. Secondo l’autore non ci può essere vera crescita senza questo dialogo che indirizza, modifica e plasma il contenuto stesso dell’insegnamento. Prendiamo in prestito le sue parole: «Per l’educatore/educando, che è dialogico, che problematizza la realtà, il contenuto programmatico dell’educazione non è una elargizione o una imposizione (un insieme di nozioni da depositare nell’educando) ma la restituzione organizzata, sistematica e arricchita agli individui di ciò che essi più desiderano sapere. L’educazione autentica, insistiamo, non si fa da A verso B o da A su B, ma da A con B, attraverso la mediazione del mondo. Mondo che impressiona e sfida gli uni e gli altri, dando origine a visioni o punti di vista su di sé». Ma a questo punto serve mettere alcuni punti di riferimento: cosa intende Paulo Freire per dialogo? Il dialogo, o meglio la parola, è ciò che dà un senso al mondo, ma anche ciò che lo modifica. Il verbo, di evangelica memoria, rappresenta proprio l’atto di creazione, o di trasformazione. «Se gli uomini trasformano il mondo dandogli un nome, attraverso la parola, il dialogo si impone come cammino per cui gli uomini acquistano significato in quanto uomini». Il dialogo non può che essere amorevole, verso il mondo stesso e verso gli altri uomini. Non può essere senza umiltà. Non può esserci se si nega la propria ignoranza. Ed è qui che si può riconoscere l’utilità del dialogo in quella parte di cultura (che ricordiamocelo sempre, è unica e indivisibile) che viene identificata come sapere scientifico. Abbiamo parlato di Galileo: non è difficile, percorrendo la storia del pensiero scientifico, incappare in mille dialoghi che lo pervadono, dagli scambi istituzionali, alle mail tra i ricercatori, ai chiacchiericci dei coffee-break durante i convegni, con varie funzioni e modalità, ma alla fine con un denominatore comune, quello di crescere insieme nella conoscenza e nella consapevolezza.

per citare questo articolo

Marco Crespi:

Pedagogia dialogica,

n. 34 - Dialoghi,

maggio-agosto 2025

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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La tolleranza è la virtù che arricchisce la conoscenza reciproca, il dialogo, che dalla tolleranza dipende, è la via della convivenza. La violenza e la guerra iniziano quando cessa il dialogo. La Pace, quando incomincia il dialogo. (Gustavo Zagrebelsky)