Gli stessi della presa in carico del depresso promuovono un nuovo linguaggio clinico per il quale, chi giunge nelle stanze di terapia, non può essere appellato come paziente, termine ritenuto stigmatizzante e patologizzante. Il nuovo codice deontologico dei medici tende a sostituire “paziente” con “persona assistita”. E anche qui immagini prendono forma nella mia testa, immagini di staticità, passività: tu fermo, io seduta ad assisterti. Le parole, per noi terapeuti, sono lo strumento, le maneggiamo, le trasformiamo, le utilizziamo, le “significhiamo”, le accogliamo, le custodiamo, le restituiamo; abbiamo una certa quota di potere, che dobbiamo imparare a non esercitare. “Paziente” è la simbolizzazione perfetta della psicoterapia, è paziente chi giunge nelle nostre stanze, che non ha più la pazienza di sopportare il dolore, e che impara la pazienza del processo che lo porterà all’accesso a nuovi significati. Nel processo della terapia esiste il paziente, esiste il terapeuta, ed esistiamo noi, la nostra relazione; del resto, sappiamo bene che l’unità minima di relazione è la triade: io, tu, noi. Ho scritto di processo e processo ha nel suo significato movimento e dinamismo, mi domando spesso quale sia il dinamismo del prendere in carico. Ho iniziato a chiedermelo quel giorno, mentre lo scatolone vuoto e pesante appariva dinanzi ai miei occhi. L’esperienza della clinica ha poi dato la giusta connotazione a quella immagine, il lavoro terapeutico non è di presa in carico, me è di presa in cura. I nostri pazienti non sono spettatori passivi del proprio dolore e, quand’anche lo fossero, non è certo la stasi il significato del processo terapeutico e le connotazioni di depresso e carico, certamente colludono con un immobilismo disfunzionale. Ci siamo, poi, noi terapeuti, persone che lavorano con le persone, accompagniamo nei movimenti, ma non possiamo portare carichi, il dolore resta del paziente, noi lo traduciamo, non lo trasportiamo. Abbiamo un privilegio, non un potere, un privilegio, che è quello di entrare nelle storie altrui, quanta delicatezza richiede tutto questo, maneggiare con cura e noi maneggiamo con le parole, che possono essere carezze quanto cazzotti. Ripenso ai racconti dei miei nonni, di un tempo nel quale le vie del paese vedevano animali da soma trasportare legna, calce, cibo e non sono mai riuscita a farmi piacere questa immagine, i carichi gravosi che spazio danno alla elaborazione di significati? Ho scoperto di recente che l’asino è tra gli animali più intelligenti, come se noi avessimo il diritto di giudicare l’intelligenza di specie altre, eppure in un tempo finalmente andato, il bambino che non studiava veniva adornato di orecchie da asino e definito somaro. Se, come è vero, le parole hanno un significato, all’animale da soma è attribuito scarso intelletto, mentre è solo stanco, sovraccarico; il bambino che non studia esperisce un sintomo, e cosa è un sintomo se non un comportamento intelligente? Nostro compito è averne cura, non farcene carico. Nina arriva da me in un caldissimo pomeriggio d’estate, ha poco meno di 80 anni, sta affrontando il dolore tra i dolori, ha perso suo figlio, quando parla si sente un lamento di fondo, lei lo attribuisce alla cardiopatia, ma io sento il canto di una balena. La balena deve decidere quando respirare, è un respiratore cosciente, così dorme un emisfero cerebrale per volta ed è proprio il complesso meccanismo respiratorio che le appartiene a produrne il canto. Come Nina, una respiratrice cosciente, sente di non potere più dormire con entrambi gli emisferi, deve restare sveglia, in allerta, se Nina si lascia andare al sonno, non vorrà più risvegliarsi, e allora resta vigile e il suo cuore, che lei definisce fragile, suona, emette questo lamento soffice, intenso, doloroso, costante, ininterrotto. Non posso toglierti questo dolore, Nina, posso averne cura, devo averne cura, non per te, ma con te.
Donato, invece, ha 13 anni, smette di mangiare per arrestare la pubertà che ogni giorno gli ricorda che il suo genere biologico porta il nome di Petra. Quando, durante il primo colloquio, lo chiamo Donato, rivolgendomi a lui al maschile, tra le lenti appannate e le mascherine così limitanti, intravedo lo sguardo della mamma, uno sguardo che mi dice «Non lo chiami Donato, lei è Petra, non mi privi di mia figlia». Ed è iniziata la danza, la danza della cura, la cura che accoglie Donato che non è più ricoverato in una clinica per disturbi del comportamento alimentare e che sta scalando la terapia di antidepressivi, Donato che oggi ha 15 anni e abita i luoghi e le persone dei suoi 15 anni, la mamma di Donato che si batte con la scuola per l’avviamento della carriera alias. Non è mica facile la cura, il dolore è violento, aggressivo, urla anche quando tace, è come le balene, non dorme mai completamente. La cura passa dai nostri strumenti, dai nostri approcci, dalla nostra cassetta degli attrezzi, e passa da noi terapeuti, dalle nostre storie e la sintesi è nella gentilezza. Le nostre stanze devono essere gentili, chi cura non può permettersi un animo non gentile. «Ho spesso pensato che il vizio peggiore per i terapeuti è dare consigli. È un modo per carezzare il nostro io agendo come se effettivamente sapessimo qual è la via migliore e rinforzando così la posizione di inferiorità del cliente. Può anche essere una proposta seducente, ma ha poco a che vedere con l’obiettivo della crescita; di fatto, la ostacola con molta efficacia! (…) Ma si tratta di qualcosa di più che essere semplicemente ridicolo o cinico o indifferente. Il processo stesso del mio rifiuto di assumere il comando è in sé un atto di attenzione… Però di genere diverso. Con questa manovra, le dico che non cercherò neanche di dirle che cosa fare, perché credo che essa possieda tutte quelle risorse necessarie per portare a termine il viaggio». (C. Whitaker)
BIBLIOGRAFIA
Carl Alanson Whitaker: Danzando con la famiglia. Un approccio simbolico-esperienziale — Astrolabio Ubaldini — 1989
Buonomo, Perozziello, Santolia e altri: Disturbo borderline di personalità e disforia di genere: tra identità diffuse e affermazione di genere — Telos — 2022
Carl Alanson Whitaker: Considerazioni notturne di un terapeuta della famiglia — Astrolabio Ubaldini — 1990