E sono decisivi anche per il successo di romanzi e racconti, come ampiamente dimostrato da Ernest Hemingway. Proprio in questa particolare forma di scrittura sono vicini, più di quanto si possa immaginare, la letteratura e il giornalismo, con quest’ultimo che ha trasformato il dialogo in quella che in Italia chiamiamo intervista, dall’inglese interview. Un po’ accantonate per qualche tempo, le interviste sono prepotentemente tornate a riempire intere pagine dei quotidiani. Il Corriere della Sera, per fare un esempio, attualmente ne pubblica almeno un paio, di lunghissime, al giorno. Ma alle interviste, in generale, bisogna credere totalmente e incondizionatamente? Il giornalista riporta davvero la conversazione così come è avvenuta nella realtà? La risposta è no. «Un’intervista è quasi sempre una traduzione molto riconfezionata, sceneggiata, del contenuto originale di una conversazione» spiega un bel libro, pubblicato da Iperborea nel 2023, dal titolo Voltiamo decisamente pagina. «Un’intervista è un gran lavoro di scrittura, sempre. (…) Nessuna conversazione così come la leggiamo è realistica e credibile, dritta, pulita, fluida. C’è invece nella scrittura delle interviste un impegno di editing volto a rendere più leggibili ed efficaci il testo e la sostanza delle cose dette. Tutta una ricca scuola di giornalismo italiano ha poi adottato anche il criterio di rendere più teatrali le interviste scritte, attraverso un lavoro di riscrittura delle domande, di parte delle risposte, della loro successione, che spesso diventa una vera e propria sceneggiatura». I riferimenti al teatro e al cinema, regni per antonomasia della finzione, potrebbero in qualche modo allarmare i lettori. È dunque falso ciò che leggiamo? «L’intervista migliore non sempre è la più fedele» avverte Gian Antonio Stella nel libro Come si scrive il Corriere della Sera. «È obbligatorio tagliare, pulire, cambiare, cucire. Il che — ci rassicura Stella — non vuol dire affatto inventare le cose. Né raccontare balle». Sono principalmente tre i rischi che corre chi si cimenta in questa impresa. Il primo lo segnala proprio Gian Antonio Stella: il rischio che il lettore senta “puzza di servilismo”. Proprio così. Il pericolo, per un giornalista, di essere (e non solo di apparire) servile, è enorme: per compiacere il politico in auge, l’imprenditore facoltoso o l’artista di successo che ha di fronte. Più che realizzare un servizio per i lettori (o gli ascoltatori) si rischia di fare un servizio al potente di turno. A volte solo per ingraziarsi un personaggio importante, altre volte per evitare di essere inseriti nella lista nera degli indesiderati. Sempre più di frequente, infatti, alcuni giornali o programmi televisivi vengono evitati da esponenti di governo perché non compiacenti, per evitare di rispondere a domande scomode e non concordate. Accade sempre più spesso nelle democrazie consolidate e accade praticamente sempre nei paesi guidati da autocrati. Nelle dittature, ovviamente, il problema nemmeno si pone. Il servilismo trasforma così i giornalisti in semplici e imbarazzanti reggi-microfoni, registratori che si limitano a raccogliere e a propagare dichiarazioni senza valutarne il contenuto, nemmeno quando vengono propagandate clamorose fake news. Eppure, come ci ricorda Sergio Turone nel libro Come diventare giornalisti (senza vendersi), «la tecnica imperniata su domande anche di contenuto critico conferisce vivacità al dialogo e consente all’intervistato di conoscere anche il giudizio dissenziente dell’intervistatore, accordandogli la possibilità, se lo voglia, di replicare all’obiezione». Ma c’è anche un altro rischio, esattamente opposto a quello di un eccessivo servilismo: il protagonismo militante. Non capita di rado di leggere o ascoltare interviste aggressive in cui le domande somigliano più a quelle di un pubblico ministero che non a quelle di un giornalista. Ma, come Piero Ottone scriveva quasi quarant’anni fa, «il vero giornalista è uno spettatore, non un attore», è «un intermediario, un collegamento tra coloro che sanno, e coloro che vogliono sapere. Bisogna dimenticare se stessi». Il segreto per realizzare un’intervista stimolante, e per essere un buon giornalista, è “avere uno sconfinato interesse” non per la propria carriera e per il proprio ego, ma “per i propri simili: bisogna che la gente ti piaccia”. Qualcuno afferma anche che i giornalisti hanno il compito di “educare la gente”. «Niente di più falso: i giornalisti — spiegava sempre Ottone — hanno il compito di informare, cioè di trasmettere cognizioni». Ma per farlo bisogna essere preparati. Oltre al servilismo e al protagonismo, esiste un terzo rischio, nel realizzare un’intervista: apparire (e il più delle volte essere) ignoranti. Prima di incontrare l’intervistato, il giornalista ha il dovere di informarsi, di conoscere bene chi ha di fronte, di prepararsi almeno sei-sette domande (che saranno il canovaccio di una conversazione che sarà poi più ampia). Il giornalista deve conoscere le posizioni politiche del ministro, le sue competenze e le sue contraddizioni. Il giornalista ha il dovere di leggere il libro dello scrittore, o di vedere il film del regista che si vuole intervistare. La superficialità e l’approssimazione, in un lavoro delicato come questo, non sono accettabili. Soprattutto in tempi difficili come questi, in cui discernere il vero dal falso è un’impresa sempre più complicata. Eppure, l’ignoranza non è un problema legato solo alla nostra epoca convulsa. «Fra le più grandi scoperte a cui è giunta la mente umana negli ultimi tempi, c’è l’arte di giudicare i libri senza averli letti» scrisse un autore tedesco. Quell’autore era Georg Christoph Lichtenberg, nato nel 1774 e morto nel 1799, che oltre due secoli fa lanciò un allarme inquietante. Purtroppo, ancora oggi, sottovalutato.
BIBLIOGRAFIA
Autori vari: Voltiamo decisamente pagina — Iperborea — 2023
Sergio Turone: Come diventare giornalisti (senza vendersi) — Laterza — 1987
Autori vari: Come si scrive il Corriere della Sera — Bur — 2003