Ho amato visceralmente la poesia studiata al liceo, da Tityre tu patulae recubans sub tegmine fagi fino ad arrivare alla «Favola bella che ieri m’illuse e che oggi ti illude o Ermione». Ricordo ancora a memoria e mi piace citare, spesso a sproposito, intere terzine dantesche. Non posso vedere qualcuno mangiare un melograno senza pensare alla “pargoletta mano”, o sapere che un’amica è malata senza citare “l’egro talamo”, o guardare le foto di Napoli senza esclamare «qui su l’arida schiena del formidabil monte». Poi però, un blocco. Un blocco totale, della profondità della fossa delle Marianne. Come se la poesia fosse per me qualcosa che a un certo punto ha detto tutto quello che aveva da dire, come se fosse rimasta nella mia testa — ed è colpa mia, lo so! — qualcosa che ha perso di significato. E così, per concludere questo vero e proprio coming out, non riesco a leggere più di 3 righe di poesia contemporanea, anche di quelli che vengono considerati mostri sacri. Abito da quasi 25 anni a Milano, proprio sui Navigli, ma non riesco a leggere più di cinque righe di Alda Merini. Sono una persona sensibile alla sofferenza, ma quando leggo una poesia di Sylvia Plath sorrido anziché vederne la grandezza. Fanno eccezione, ma solo in piccola parte, gli haiku. La mia totale ignoranza della cultura giapponese li rende per me intramontabili: un haiku contemporaneo e uno risalente al diciottesimo secolo mi sembrano equivalenti. Li trovo simpatici, ma non posso dire di essere appassionato. Una volta lessi un libro con cento di questi brevi componimenti e non saprei dire quale fosse il mio favorito. Insomma, come dicevo all’inizio, è indubbio che io abbia un problema con la poesia. Tuttavia, se ripercorro l’etimologia della parola, non posso fare a meno di pensare alla capacità del linguaggio di creare interi mondi, di risuonare con il ritmo stesso dell’universo, e al ruolo incredibile che la poesia ha avuto nell’aggregare la nostra specie attorno a miti e racconti condivisi. Sarebbe disonesto da parte mia non riconoscere quanto la poesia abbia fatto — e probabilmente continui a fare — per la creatività, uno dei temi che mi stanno più a cuore, essendo anche docente di creatività all’università. Il legame tra poesia, creazione e creatività mi sembra davvero stretto e indissolubile: va non solo riconosciuto, ma anche esplorato più a fondo. Proprio per questo, in questi ultimi due anni, in cui tutti abbiamo iniziato a parlare di intelligenza artificiale, in cui tutti abbiamo giocato con ChatGPT, in cui tutti ci siamo interrogati sul rapporto tra creazione umana e creazione artificiale, mi sembra doverosa una riflessione sul tema della creatività e della poesia in un’epoca in cui forse queste non sono più un’esclusiva umana. Intendiamoci: so benissimo che l’intelligenza artificiale fa parte delle nostre vite da quasi mezzo secolo, già silenziosamente presente in molti dei processi in cui siamo quotidianamente immersi, dagli algoritmi di ricerca sul web alle applicazioni dei navigatori satellitari. Ma non possiamo nascondere che con l’arrivo dei modelli linguistici, i famosi Large Language Models (LLM), tutto è cambiato. Esiste uno spartiacque: un prima e un dopo. Perché l’intelligenza artificiale generativa sembra essersi avvicinata a noi utilizzando ciò che solo noi sapevamo usare: il linguaggio. ChatGPT e i suoi epigoni parlano come noi, ci capiscono e si fanno capire, sono persino conversatori interessanti, capaci di sostenere una discussione senza farci annoiare. E sembrano anche aver sviluppato un atteggiamento creativo! Vorrei proporvi due spunti per approfondire il tema, provenienti da due diversi media. Da un lato in settimana ho ascoltato un podcast dal titolo Geniale,1 curato da Matteo Bordone, che mi ha consentito di scoprire qualcosa che non sapevo sull’AI generativa, dall’altro c’è un bellissimo libro uscito nel 2023 e pubblicato in Italia da Feltrinelli, dal titolo Maniac,2 scritto da Benjamin Labatut. Grazie al podcast ho scoperto, nell’intervista che Bordone propone a Paolo Traverso3 della Fondazione Bruno Kessler, il concetto di temperatura dell’AI generativa. Si tratta di un parametro che va da 0 a 1 e che controlla il livello di creatività o imprevedibilità nelle risposte generate dal modello. Valori più alti (come 0,8 o 1) rendono il modello più “creativo” e vario nelle risposte, mentre valori più bassi (come 0,2 o 0,3) rendono le risposte più conservative e deterministiche. Ovviamente ci ho giocato, incuriosito. Ho fornito un tema (una notte d’autunno) ed ecco la versione a temperatura massima:
La luna si veste di nebbia sottile,
mentre il buio si allunga, profondo,
e nell’ombra un sospiro lontano
si mescola al canto del bosco.
Ogni stella è una promessa spezzata,
ogni passo è un ricordo sfumato,
ma la terra respira, silenziosa,
nel ritmo lento del cuore d’autunno.
E poi il medesimo tema, ma a temperatura minima:
La notte scende quieta e fredda,
il vento spinge foglie sul sentiero,
il cielo scuro riflette il silenzio
e la luna brilla tra i rami spogli.
Le stelle fisse osservano immobili,
il bosco dorme sotto il manto scuro,
ogni passo è un suono che si perde
nella calma di questa notte d’autunno.
Cosa è accaduto? Nulla di esoterico: semplicemente vengono accostate parole la cui vicinanza è meno probabile, nel primo caso, e più probabile nel secondo. L’effetto è quello di avere a che fare con una macchina più creativa, ma si tratta — è bene ribadirlo — di una mera operazione statistica. Certo, prima di Foscolo, credo che statisticamente gli accostamenti tra la parola egro e talamo fossero pari a zero… Il secondo spunto proviene dal libro di Labatut, un testo davvero molto affascinante che ripercorre, in modo romanzato, la vita di Von Neumann, il creatore del Maniac, uno dei primi computer della storia, realizzato a Los Alamos. Il libro è dedicato per tre quarti a questa storia e, nel quarto conclusivo, si sofferma su un altro racconto che, all’inizio, sembra scollegato dal primo, ma alla fine ci offre la chiave per interpretarlo: si tratta del racconto della sfida tra AlphaGo, un software sviluppato per il gioco del Go, e Lee Sedol, uno dei più forti giocatori al mondo (9° dan). L’aspetto interessante è che mentre i computer sono diventati imbattibili a scacchi per gli esseri umani già a fine anni ’90, il gioco del Go sembrava rimanere oltre le possibilità computazionali, anche perché — racconta Labatut:
[…] la sua estrema complessità rende impraticabile il metodo forza bruta. Se in una partita di scacchi ci sono una ventina di possibilità per ogni singola mossa, nel go ce ne sono più di duecento. Se una partita di scacchi si conclude in media dopo una quarantina di mosse, una partita di go ne richiede oltre duecento. Negli scacchi, dopo le prime due mosse, ci sono quattrocento combinazioni possibili; nel go ce ne sono quasi centotrentamila […]
Per secoli il go è stato considerato una forma d’arte più che un gioco.[…] Nel corso dei secoli i migliori giocatori non si sono mai affidati al calcolo per decidere le proprie mosse, ma a una sensibilità che rasenta l’artistico, o il mistico. Il go era considerato troppo profondo, troppo complesso e labirintico per prestarsi a un approccio computazionale.
Tuttavia, nel 2016, Lee Sedol viene sconfitto 4-1 da AlphaGo: un computer che ha imparato a giocare non solo osservando un’enorme quantità di partite tra esseri umani, ma affinando il proprio stile auto-sfidandosi, arrivando a creare mosse che i commentatori inizialmente definirono folli ma che poi riconobbero come estremamente creative. E qui sta l’aspetto più sorprendente, e in parte inquietante: secondo i suoi creatori, il momento di svolta è stato quando il software ha iniziato a giocare da solo, sperimentando e andando oltre ciò che poteva apprendere dalle partite giocate dagli umani.
Chi è apocalittico e ha una certa età si inquieterà ripensando al film Wargames, chi è integrato non può che gioire del fatto che la creatività umana sia riuscita a partorire un nuovo agente, che è capace, in qualche misura, di sorprenderci — creativamente — persino superando i suoi stessi creatori. La vera domanda, forse, non è più se l’AI possa creare, ma quale sarà il ruolo dell’essere umano in un mondo dove la creatività non è più una sua esclusiva.
NOTE
1 Geniale è un podcast del Post a cura di Matteo Bordone in collaborazione con FAIR.
2 Benjamín Labatut: Maniac — Adelphi — 2023
3 Al minuto 28 della prima puntata del podcast, dal titolo Un animale intelligente.