Siamo amici, è facile per me fargli domande non consuete, persino confidenziali.
«La Poesia è raccontare una cosa non raccontandola. Diventa fondamentale in un romanzo. La suggestione per la parola, la fascinazione per la Poesia mi ha praticamente salvato». Gianni Solla è uno scrittore di successo. Il suo ultimo libro, Il ladro di quaderni edito da Einaudi, è tradotto in dodici lingue che farebbero tredici con la lingua madre. Siamo amici, è facile per me fargli domande non consuete, persino confidenziali. Ma è anche vero che lui non risponderebbe cose convenzionali comunque. Mi spiega che tutto, per lui, nasce da questa ricerca.
Questa cosa delle traduzioni come la stai vivendo?
«È una figata. Non l’avrei mai immaginato. In questo momento sono in tuta sul divano, con un plaid, nel mio quartiere: San Giovanni a Teduccio, di fronte al “Bronx”. All’improvviso s’è aperto il mondo. Mi scrivono persone dalla Germania, dalla Finlandia. Per me resta un piccolo mistero».
Che spiegazione ti dai?
«La storia di Tora e Piccilli, dove ho ambientato il romanzo, è interessante di suo. Se voglio prendermi un vanto devo ammettere che agli editori è piaciuta subito. L’hanno lasciata quasi invariata. Al momento siamo a dodici traduzioni oltre l’Italia».
Precisamente?
«America per HarperCollins, Inghilterra, Australia. Francia, Germania, Spagna, Catalogna, Olanda, Finlandia, Svezia, Grecia, Portogallo, Albania e Ungheria. Credo di averle dette tutte. È partito tutto dalla Finlandia. La prima traduzione della mia vita. Poi è arrivato un pacchetto con la mia fotografia in quarta di copertina. Cosa che all’estero ha ancora una valenza. Nel nostro Paese s’è persa.»
C’è un aneddoto divertente al riguardo?
«Le parolacce. Tutti i traduttori mi chiamano. L’americano con un foglio Excel m’ha cerchiato il corrispettivo delle parolacce: “Chitemmuorto” è diventato “I vostri cari defunti”. Alla spagnola ho dovuto rendere il significato di “sfaccimma”. Le dicevo: – Se non ti parte la macchina, imprechi con “Che sfaccimma!” –. Che torna utile se incontri uno scaltro e lo appelli sottolineando “Chille è nu sfaccimma!”. Idem per “bucchino”. A Napoli siamo ossessionati dal cibo e dal sesso».
Ennio Morricone a Verdone che non conosceva prima di cominciare “Un sacco bello” chiese: «C’è della Poesia in questo film?». Parafrasando il Maestro, c’è della Poesia in questo libro?
«Sì. L’effetto poetico è ottenere in chi legge una vibrazione. Io la ricerco sempre. Sono l’editor di me stesso. Mi vedo dall’esterno. So quando funziona una frase e so quando non funziona. I miei libri sono brevi, conosco i miei limiti. In questa storia per mostrare lo stupore della parola avevo bisogno che il protagonista ascoltasse la capacità evocativa delle parole. Ho usato apposta l’incipit del “Riccardo III” di Shakespeare. «Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York». Io sono un “riscrittore”. Una pagina la riscrivo dieci volte. Sono lentissimo. Mi sveglio di notte per togliere una virgola. Mia moglie dice che sono pazzo. Spero che i lettori avvertano questa poesia».
Spiegami meglio…
«Io ascoltavo i film su una sediolina della cucina perché non avevo la tv in camera. Ascoltare, ad esempio, “Taxi driver” m’ha riportato alla letteratura. Con la potenza della essenzialità in esso contenuta. Ero ipnotizzato. Idem con Fellini. Non capivo niente però quando ho collegato è stato fantastico. Provo a unire i pezzi partendo dalla bellezza delle parole, magari dalle immagini dei film. Il mio motore interno mi è sconosciuto. Mi ci affido. Scrivo, riscrivo… A un certo punto qualcosa che non governo arriva».
Hai cominciato da ragazzo?
«San Giovanni non contempla librerie. Non fa parte dell’arredo urbano. Solo circoletti, intendo i bar. Il riferimento restava La Feltrinelli a Ponte di Tappia di via Toledo. Passavo la vita fuori un bar a parlare di calcio. Ho ricordi bellissimi. Ma oggi mi chiedo cosa m’affascinasse a latere. Compravo “Il Venerdì de “La Repubblica”; mi piaceva l’allegato. Un giorno ci trovo un trafiletto di una mostra gratuita a Piazza del Gesù su Nan Goldin, la fotografa americana. Prendo l’autobus 255 e vado. ‘Sta roba m’ha influenzato tantissimo. Era Bukowski nei racconti di provincia americana così simile alla mia. Da lì parto coi primi piccoli esperimenti, poesie, racconti… Mi bruciava dentro, sentivo le fiamme. Anzi, le sento ancora. Quel fuoco è la mia fortuna».
A proposito, “Tempesta madre” ha un incipit con una trovata “carnevalizzata” niente male.
«Avevo in mente un personaggio edipico, freudiano, che non va d’accordo con la madre. – Pensa, l’altro giorno a scuola una ragazza di Pomigliano d’Arco m’ha dato dell’intellettuale. Per un attimo mi sono chiesto: fai sul serio? – Da piccoli abbiamo bisogno di lamentarci con qualcuno. Quando capiamo che i nostri genitori non solo la colpa di tutto allora ce la prendiamo con Dio. Ci chiediamo: Chi mi ha messo in questa situazione?. Se diventi evoluto, infine, te la prendi con te stesso e racconti all’analista che ti odi».
Il primo inizio non te lo ricordi, la seconda prova per Marsilio sì.
«Sergio Scozzacane. Detto “lo squalo” per via del naso, cinquantacinque anni, male in arnese, che s’innamora di una ragazzina di venticinque. Bellissima e cieca. Tra piazza Garibaldi e la strada. Sanremo e X Factor».
La strada…
«Io abito nell’unico quartiere dove le case continuano a perdere valore».
Ci scherza su, ma finge di sentire il dolore che davvero sente, direbbero in Portogallo. Gli chiedo di raccontarmela la “nostra” Napoli. Siamo coetanei.
«È sempre la stessa. Dice di essere progressista invece è conservatrice. Il sangue di Gennaro e la superstizione si danno la mano. Sostiene di vivere nel passato e nel presente. In realtà campa solo nel passato».
Cosa ti piace ancora?
«Continua a suggestionare. Ha una capacità evocativa quasi tellurica. Purtroppo alcuni autori la raccontano in superficie. Non è che siano poco bravi. Anzi. Vanno cauti e non osano. Sorrentino, al contrario, lo fa. Per questo ha la mia stima».
C’è un desiderio da soddisfare?
«Mi auguro che ritorni l’heavy metal quale nuova grande ondata rock. A volte mi chiedo com’è che certi gruppi assurdi riempiano gli stadi. Forse sono diventato talmente vecchio da non capirlo».
Ci salutiamo. Becco un invito a un bar ristorante sotto casa, sulla spiaggia. Del resto, siamo vesuviani doc tuti e due. Ci sta.
«Fa tutto schifo. Sia la spiaggia che il ristorante. Se vieni ti piacerà. Ah! Tra i poeti amo Sanguineti. La sua maniera di costruire le frasi, essere sperimentale con le parentesi, i segni…»
Sanguineti e il bar sulla spiaggia. Sembra un titolo buono da “incollargli” addosso. Sono sicuro anch’io: il bar che fa schifo mi piacerà molto.
NOTE
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