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Dettaglio di copertina. Orione 33 - Poesia - Fondazione Sinapsi - Illustrazione di copertina dal titolo “Omaggio a Giacomo Leopardi” di Bruna Pallante, Studio Motive. Viso di Giacomo Leopardi illustrato graficamente.

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Dissonanze: poesia e psicoterapia all’epoca della comunicazione digitale

27 Gennaio 2025
L’inizio e la fine di ogni attività Letteraria è la riproduzione del mondo che mi circonda per mezzo del mondo che è in me (Johann Wolfgang Goethe)
Dettaglio di copertina. Orione 33 - Poesia - Fondazione Sinapsi - Illustrazione di copertina dal titolo “Omaggio a Giacomo Leopardi” di Bruna Pallante, Studio Motive. Viso di Giacomo Leopardi illustrato graficamente.

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Dissonanze: poesia e psicoterapia all’epoca della comunicazione digitale

27 Gennaio 2025
L’inizio e la fine di ogni attività Letteraria è la riproduzione del mondo che mi circonda per mezzo del mondo che è in me (Johann Wolfgang Goethe)

Il vero poeta è sempre stato 
Il precursore della scienza e
Della psicologia scientifica
Sigmund Freud

Ferdinando Pessoa (Lisbona 1888/1935), figura affascinante, esoterica ed enigmatica, nel 1932 pubblicò con l’eteronimo1 di Alvaro De Campos la seguente poesia:

Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.
1° aprile 1932, da Una sola Moltitudine

Pessoa usa il termine polisemico “fingitore”, sia nel senso letterale del formare, modellare, ma anche in quello di trovare un distanziamento necessario per poter rappresentare, creare attraverso l’arte. L’autore non “finge” un dolore che non c’è, non è dunque, la sua, una falsificazione, lo prova davvero (come potrebbe essere, per esempio, la nostalgia per Pessoa). Per poterlo trasformare in poesia è necessario, però, cercare e trovare uno spazio in cui quel sentire possa divenire parola piena, verso che non gli apparterrà più, ma sarà del lettore, dell’umanità. La poetessa Maria Letizia Zompo descrive bene e in pochi versi la creazione poetica:

Rubo parole al cielo
e germoglio parole dalla terra,
faccio larghe le braccia
e creo spazi
a pesca di luce ed emozioni.
Mi divarico nel mondo
a generare flussi,
mi faccio scoglio
e frastaglio il vento.
Adesco parole
e le lascio a vita propria…
da Rubo le parole al cielo

Questo complesso movimento del poeta ha qualcosa a che fare con la posizione del terapeuta, di qualunque indirizzo teorico faccia parte, in quanto sia la creazione artistica che la dimensione del prendersi cura, al di là delle evidenti peculiarità che contraddistinguono questi ambiti, hanno almeno un tratto comune: la dialettica “interno-esterno”, intrapsichico-relazionale. Il distanziamento (il fingimento) serve al poeta per trasformare le proprie emozioni in versi che non rivelano espressamente, ma attraverso una velatura, un nascondimento, un “fingimento,” attivano nell’Altro una ricerca di senso che va oltre il convenzionale, il conosciuto. Il terapeuta, allo stesso modo, in un continuo movimento oscillatorio di avvicinamento/allontanamento, necessario per avere una qualche comprensione del paziente e di sé nella relazione di cura, cercherà di essere una presenza attraverso un ascolto partecipe, un tollerare il dubbio, l’apparente non senso. Poi, usando parole a volte indirette, “illudendo la ragione”, empaticamente, con l’interpretazione, attraverso l’uso di esercizi, prescrizioni, e altri espedienti, a seconda della tecnica che applica, potrà mettere in atto una serie di tentativi volti a consentire all’Altro di trovare o ritrovare una dimensione di sé meno conflittuale e, contestualmente, capace di aiutarlo a liberarsi il più possibile dal giogo della propria sofferenza e dare nuove prospettive e significati alle proprie difficoltà ad essere. Un altro aspetto che, a mio giudizio, lega poesia, creazione artistica e psicoterapia lo sintetizzo attraverso dei versi di Emily Dickinson in The Complete Poems:

Accendere una lampada e sparire
Questo fanno i poeti
Ma le scintille che hanno ravvivato
se vivida è la luce durano come i soli.

Anche la relazione terapeutica può accendere una “scintilla” ed è auspicabile che essa possa diventare, “se vivida è la luce”, la base, come detto, per una trasformazione, per un cambiamento vitale nel paziente. Come il poeta, il terapeuta, allora, non avrà più bisogno di esserci come presenza, può “sparire”. Mi chiedo, alla luce di queste considerazioni, se la poesia, così come la psicoterapia, alla cui base per entrambe, come detto, c’è la complessa dialettica interno/esterno, non siano dissonanti rispetto all’attuale comune sentire. Nella sua serrata analisi critica della contemporaneità il filosofo Byung-Chul Han2 ha affermato che la comunicazione digitale ha abolito ogni distanza tra i soggetti. La completa e costante visibilità, propria dei social, fa perdere ogni tridimensionalità alle relazioni, rendendo tutto esteriorizzato, superficiale, senza ombre. Ogni intimità è messa in mostra, diventa spettacolo da consumare immediatamente per poi passare ad altro, senza alcuna memoria. Una spettacolarizzazione che invade e depotenzia di significati gli aspetti del reale. Anche la violenza, il dolore, la morte, esibita sui social, perdono ogni drammaticità, evaporano in immagini vuote, in parole fini a se stesse, finendo per espropriare dell’indignazione, di ogni forma di con-passione, di empatia, in definitiva, di un autentico riconoscimento dell’Altro. «Si accumulano informazioni, dati senza giungere ad un sapere […] si accumulano amici, follower, senza mai realmente incontrare l’Altro […] i social rappresentano un’atrofizzazione della socialità […] il tempo in cui c’era l’Altro è passato».3 L’Altro come mistero, come polo dialettico di una relazione possibile, anche faticosa, a volte conflittuale, dolorosa, scompare sostituito da una ricerca spasmodica dell’”Uguale”, di quei fattori di appartenenza che azzerano ogni possibile diversità, perché sentita come pericolosa. Il pericolo è costituito dal doversi ritrovare in un territorio sconosciuto, in cui il confronto con gli altri mette a rischio una presunta identità che proprio perché precaria, va strenuamente difesa. Il prezzo da pagare e il rendere sempre più angusto il proprio orizzonte esperienziale che il confronto con il diverso potrebbe consentire. È evidente che questo dono costituito dal medium digitale, a cui sembra non si possa rinunciare, si pone all’opposto della poesia e della psicoterapia, in quanto ha a che fare con una sorta di sguardo voyeuristico in cui si annulla ogni profondità, ogni riguardo, rispetto per l’Altro. Il privato diventato pubblico si configura come un rumore di fondo costante a cui si contrappone la poesia. 

«I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
Alda Merini, da Poesie

“Quando tace il rumore della folla”, il silenzio, che si crea può consentire il far emergere una dimensione dell’umano che può risvegliare da quell’obnubilamento del pensiero e delle emozioni, conseguenza di un troppo di comunicazione e trasparenza. Concludo utilizzando un unico, bellissimo verso, di essenziale semplicità, scritto dalla poetessa polacca dal nome impronunciabile, Wisława Szymborska, Nobel per la letteratura nel 1996, per proporre una modalità comunicativa altra, direi rivoluzionaria, rispetto alle tante contraddizioni insite in quella digitale e alla pericolosa deriva della nostra contemporaneità: 

Ascolta come mi batte forte il tuo cuore.

NOTE

1 «L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che è in me (…). L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni per fortuna mia e degli altri si sono mentalizzati, non si manifestano nella mia vita pratica, esplodono verso l’interno e io li vivo da solo, con me stesso.» dalla Lettera di Pessoa ad Adolfo Casais Monteiro del 13 gennaio 1935, citata in Antonio Tabucchi, Un baule pieno di gente. Scritti su Fernando Pessoa — Feltrinelli — 1990.

2 Il filosofo coreano, nato a Seul, insegna all’università Kunste di Berlino e ha pubblicato numerosi libri sulle implicazioni politiche e psicosociali della nostra contemporaneità, quali La società della stanchezza (20144-2020), Eros in agonia (2013),  La società della stanchezza (2014), L’espulsione dell’altro (2017), Nello sciame visione del digitale (2015), e molti altri, tutti per la casa editrice Nottetempo.

3 Ibidem

per citare questo articolo

Federico Perozziello:

Dissonanze: poesia e psicoterapia all’epoca della comunicazione digitale,

n. 33 - Poesia,

gennaio-aprile 2025

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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