Quella giusta, indivisibile dai bisogni primari dell’uomo, sia fisici sia mentali. Il nutrimento non corrotto. La forma più pura di assimilazione, fin dalla notte dei tempi. La forma più pura di bontà e quella più semplice, hai mangiato?, la domanda che Elsa Morante definiva come la più autentica espressione d’amore. Anche la storia dell’uomo ha viaggiato di pari passo con l’idea del cibo, della fame atavica, del bisogno di fagocitare tutto ciò che ci attrae. Così, dai grandi banchetti dell’antica Roma, abbiamo conosciuto la voracità, la fusione tra bello ed eccessivo, l’inarrivabile desiderio di conquista, il domani che non sarebbe mai arrivato e l’unico pensiero rivolto a quelle notti in cui si contemplava il destino del mondo che avremmo conosciuto tutti. La prima grande commistione, assieme a quella del mondo ellenico, di carne e sangue, anima e cultura. Quell’unione di corpo e spirito portata al punto più alto nella culla della riscoperta delle virtù del mondo italico, rinascimentale dove le arti e la consapevolezza umana spesso rappresentavano il pasto più dolce dei sensi. Così, di pari passo con gli anni dei grandi viaggi, delle grandi scoperte, con i cibi che oggi ci sembrano comuni, ma che al principio dell’età moderna erano salutati come vettovaglie provenienti da un pianeta lontanissimo. Pomodori, cacao, patate. Il loro significato muta nel tempo come l’arte, la vita e la società: da cibo elitario a emblema di una società alienata, povera, sull’orlo della rassegnazione, come nella ruvida, vera, ma fiera e dignitosa angoscia dei Mangiatori di patate di Van Gogh. La fame, la voglia di emergere, di lavorare. Il cerchio delle grandi imprese fatte dagli uomini più semplici. La democraticità del cibo che, nella sua purezza, è comune a tutti. L’essenza umana che vuole nutrirsi, quella vera, pura, senza strani abbellimenti a condire il pasto. L’alimentazione che diventa motore per la ricerca essenziale del cibo. Quello portato a casa con i denti, posto al centro della tavola, come un trofeo dal valore incredibilmente più prestigioso rispetto a un centrotavola dorato. La voglia di emergere, di fare, come gli operai che hanno costruito l’Italia nei secoli scorsi o dei minatori che hanno scavato nei pozzi più profondi, spinti dalla fame di riuscire a crearsi una famiglia e dal panino con la frittata che colmava in sé tutte le raccomandazioni di una moglie o una madre angosciosa e fiera allo stesso tempo dei propri figli. Quella era l’alimentazione di una società in movimento che, tuttavia, più si avvicinava all’idea di assimilazione; quell’alimentazione feroce, veloce, inarrestabile del secondo dopoguerra. Quella spinta propulsiva delle betoniere, delle fabbriche e degli altoforni proseguì di pari passo negli anni sessanta e settanta con la protesta giovanile, con la spinta verso la ricerca di un modo diverso di alimentarsi, in opposizione alla storia dei padri e del mondo che stavano vivendo: le opere di Pasolini divennero cibo e le notti passate a leggere Natalia Ginzburg l’irrinunciabile pasto di un periodo che andava sempre più rapido. Di lì a poco, si sarebbero scatenati gli anni Ottanta e il grande calderone mondiale della globalizzazione, le enormi catene e persino lo stesso cibo che, assieme a molti aspetti della nostra esistenza, iniziava a essere omologato. Anche oggi, nell’era delle tecnologie ormai portate all’estremo, l’essere umano ha bisogno di alimentarsi, in tutti i modi, ma l’idea spesso non coincide con la realtà. La fame di cultura, troppe volte, non coincide con la fame vera. Le discrepanze aumentano sempre di più e chi era affamato prima, da paese coloniale, da paese postcoloniale divenuto paese in via di sviluppo o paese del terzo mondo, oggi lo è ancora di più. Per quei pochi che hanno la possibilità di scegliere, l’alimentazione, quella vera, è migliorata, con le diverse tipologie di diete e varietà gastronomiche che ci vengono proposte ogni istante, ma per i molti che non hanno alcuna possibilità di optare liberamente, l’idea stessa di scelta alimentare resta un’illusione. Forse proprio perché manca la voglia di alimentarsi di speranze, di arte, di letteratura e di continuare ad andare avanti. Ecco perché il nostro insignificante appetito verso il miglioramento, in tutti i sensi, quello dei paesi più industrializzati aumenta irreversibilmente la forbice con i paese più lontani, sia fisicamente che socialmente, contribuendo così ad aumentare la fame, quella vera, quella dei mangiatori di patate, quando reperibili, che oggi aumentano sempre di più.
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Nella mia famiglia cibo, alimentazione e nutrimento sono una cosa assai complicata. Nel momento in cui, tutti insieme o solo in parte, ci sediamo a tavola, vivo i momenti più delicati della mia esistenza.