PREVENZIONE DEL DANNO E INNOVAZIONE IN SANITÀ
Maddalena Illario e Vincenzo De Luca
Un danno può determinare la diminuzione, più o meno grave ed evidente, di efficienza o di consistenza, di prestigio o di valore, in maniera totalmente fortuita, oppure da azioni volontarie. Un danno può provocare una lesione fisica, una disfunzione, una qualsivoglia alterazione funzionale, a cui spesso viene associato un corrispettivo economico e, pertanto, rievoca la differenza fra prezzo, costo e valore. Nell’ambito della salute umana, stiamo assistendo alla presa di coscienza che avere la capacità di reagire al danno, a una o a un evento acuto, non basta più e non è sostenibile nel lungo periodo. Si può investire nella prevenzione del danno, favorendo un invecchiamento di successo lungo tutto l’arco della vita, se si agisce sui determinanti sociali della salute, e cioè i fattori non medici che influenzano i risultati di salute. Sono le condizioni in cui le persone nascono, crescono, lavorano, vivono e invecchiano e l’insieme più ampio di forze e sistemi che modellano le condizioni della vita quotidiana. Queste forze e sistemi includono politiche e sistemi economici, programmi di sviluppo, norme sociali, politiche sociali e sistemi politici, e influenzano le disuguaglianze sanitarie — le differenze ingiuste e evitabili nello stato di salute osservate all’interno e tra i paesi. Gli elementi che danneggiano le condizioni socioeconomiche dei cittadini determinano il gradiente sociale da cui dipende molto lo stato di salute. Sono in corso cambiamenti importanti delle catene del valore soprattutto in considerazione delle transizioni verde e digitale che impongono di collegare queste ultime a livello globale, nazionale e locale proprio per arginare i danni che possono derivare da un loro disallineamento. Le innovazioni tecnologiche a supporto delle trasformazioni verde e digitale hanno il potenziale di contribuire fortemente alla riduzione di tutti quei danni in senso lato prevenendo o mitigando l’impatto sulla maggior parte dei determinanti di salute individuali, collettivi e ambientali.
IL DANNO AMBIENTALE E IL SUO IMPATTO SULLA SALUTE UMANA
Erminia Attaianese
Un danno è definibile come la conseguenza di un’azione o di un evento che causa la riduzione quantitativa o funzionale di un bene, inteso come qualsiasi cosa abbia un valore economico, affettivo o morale. Per questo il concetto di danno ambientale trova il suo principale riferimento in ambito giuridico. La sua introduzione è piuttosto recente nel nostro Paese, dal momento che è solo nel 1986 che la legge istitutiva del Ministero dell’Ambiente lo introduce nel nostro ordinamento, definendolo come compromissione dell’ambiente attraverso un qualsiasi fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge, e ne riconosce una rilevanza autonoma in rapporto al danneggiamento del bene ambiente, che fino a quel momento era privo di una definizione normativa. Bisognerà attendere il 2006, con il Codice dell’Ambiente, per avere una più chiara definizione del danno ambientale, come qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell’utilità assicurata da quest’ultima. Specie e habitat naturali protetti; acque, interne e marine e suolo, sono le componenti dell’ambiente indicate come oggetto di tutela, in rapporto a qualsiasi contaminazione che crei un rischio significativo di effetti nocivi, anche indiretti, sulla salute umana e sull’ambiente. La natura dei fattori di rischio ambientale, la loro diffusione su vasta scala, insieme con la lungo latenza e la dimensione multifattoriale delle patologie di natura ambientale, rendono difficile però identificare il nesso causale tra danni all’ambiente ed effetti diretti sulla salute, tanto che nella prassi giuridica internazionale i reati ambientali vengono tradizionalmente considerati “victimless crimes”. Sul piano scientifico, però, i dati epidemiologici dimostrano che l’impatto dei danni ambientali sulla salute è molto elevato. Secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente (AEA), nonostante i progressi in molti settori, rischi ambientali come l’inquinamento atmosferico, il rumore, le emissioni di metalli pesanti, le ondate di calore e le ondate di freddo, continuano a influire sulla salute pubblica nell’UE, minando la qualità e l’aspettativa di vita delle persone. La relazione AEA 2023 offre una panoramica dei nessi più immediati tra ambiente, clima e salute. Si rileva che l’inquinamento atmosferico è ancora un’importante causa di morte prematura (1 su 10), oltre a essere molto elevata la sua incidenza su molte patologie, poiché almeno il 18 % di tutti i decessi per malattie cardiovascolari in Europa è dovuto a fattori ambientali fondamentali, tra cui l’esposizione a inquinamento atmosferico e aeroallergeni, le temperature estreme, il fumo passivo e il piombo. Anche l’inquinamento acustico è un problema crescente che sembra difficile da contrastare. La crisi climatica, di cui le attività umane sono direttamente responsabili, gioca un ruolo decisivo in questo scenario, in particolare a causa dell’aumento dei gas serra. Continuiamo a produrre e consumare grandi quantità di sostanze chimiche, alcune delle quali nuocciono all’ambiente o alla nostra salute. Scarsità d’acqua, ondate di calore, grandi incendi boschivi e inondazioni, insieme con desertificazione, deforestazione, contaminazione spesso irreversibile delle falde acquifere e della catena alimentare, prima riguardavano aree geografiche lontane dalla nostra, ma oggi sono eventi molto diffusi anche in Europa. Queste condizioni concorrono a realizzare contesti favorevoli alla diffusione di malattie infettive sensibili al clima (Climate Sensitive Infections), rilevanti per gli animali selvatici e per l’uomo. Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, i sistemi agroalimentari a sfruttamento intensivo, insieme con il depauperamento delle risorse e la riduzione degli habitat naturali, favoriscono infatti le zoonosi responsabili delle infezioni pandemiche, ritenute le malattie emergenti che potrebbero rappresentare in futuro la più consistente minaccia per la salute della popolazione mondiale. La relazione di interconnessione e interdipendenza tra animali, piante ed ecosistemi in generale, richiede oggi un cambio di paradigma che pone la salute dell’uomo in una prospettiva eco-centrica e non più antropocentrica, o ego-centrica, come è stato recentemente definito l’approccio che ha caratterizzato la considerazione del tradizionale rapporto tra esseri umani e ambiente. Sul piano strategico, in coerenza con i concetti di One Health e di Planetary Health, il Piano nazionale della prevenzione 2020-2025 (PNP) ha confermato la necessità di una visione integrata nella definizione delle azioni di promozione della salute, anche attraverso lo sviluppo di obiettivi che la mettono esplicitamente in relazione con ambiente e clima, in linea con la Strategia Nazionale e il Piano Nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. La responsabilità delle attività antropiche sullo stato di salute del pianeta, e delle specie che questo ospita, tra le quali l’uomo, pone quindi, ancora una volta in primo piano, il tema del danno ambientale, e della necessità di una sua efficace prevenzione. L’introduzione del principio DNSH (“non arrecare un danno significativo” cioè “Do No Significant Harm”), recentemente introdotto dal piano per la ripresa e la resilienza (RRF), strumento temporaneo del programma dell’UE Next Generation, va in questa direzione. Il piano dispone che possono essere finanziate, nell’ambito dei singoli Piani nazionali, solo misure che rispettino il principio DNSH, e che quindi non arrechino danni significativi a sei obiettivi ambientali chiari e misurabili, che vanno dalla mitigazione e adattamento dei cambiamenti climatici, all’uso sostenibile e alla protezione delle acque; dalla prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti alla prevenzione e alla riduzione dell’inquinamento fino alla protezione e al ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.
MOTIVAZIONE AL CAMBIAMENTO NELLA CURA DI SÉ COME PREVENZIONE DEI DANNI PER LA SALUTE
Daniela Lemmo, Fabrizio Mezza
I progressi medici, le rivoluzioni genetiche e dei biomarcatori nel settore sanitario stanno fornendo sempre di più terapie nuove e mirate nei casi di danni alla salute. Con nuove tecnologie e procedure , grossi avanzamenti vi sono nel combattere efficacemente i disturbi. Ma i veri progressi verso una salute migliore e un’assistenza sanitaria sostenibile richiedono agli individui di cambiare i propri comportamenti relativi alla salute e alla cura di sé. Non è possibile prevenire o limitare danni legati al progressivo invecchiamento e all’esposizione ai fattori di rischio nella vita senza l’implicazione soggettiva degli individui nel processo di salute e di gestione delle proprie condizioni di malattie. La ricerca in medicina preventiva identifica una serie di comportamenti salutari che, se assunti, possono ridurre i rischi connessi allo sviluppo delle malattie croniche. Fumare, abuso di alcool, stili di vita sedentari, dieta povera costituiscono i maggiori fattori di rischio che determinano stato di salute, la qualità e la durata della vita. Tuttavia è ben noto ai professionisti della salute lo scenario in cui, invitando un paziente a cambiare questo o quel comportamento, ottengono una risposta ambivalente o di rifiuto. Un esempio di ambivalenza è dato anche dall’esitazione ai vaccini in epoca Covid, in cui in alcuni casi prevaleva la preoccupazione degli effetti, piuttosto che dei danni individuali e sociali. Altresì, molti comportamenti definiti unhealthy portano a lati positivi e negativi: se è vero che per la medicina fumare rappresenta un comportamento a rischio per la salute, per l’individuo può assumere significati e funzioni a sostegno del proprio benessere quando usato per ridurre condizioni di stress, espressione di autonomia e autoricompensa, fino a condizioni di dipendenza. Le persone quindi conoscono i rischi, hanno percezione del potenziale danno, ma nonostante ciò persistono nel comportamento. Data la diffusione di interventi informativi ed educativi legati alla salute, pensiamo che la sola conoscenza non basti a ingaggiarsi in comportamenti di salute e prevenzione del danno. Dire agli altri semplicemente cosa fare di solito non è abbastanza per motivarli a farlo. La motivazione al cambiamento viene qui intesa come un processo interpersonale, ovvero come il prodotto di un’interazione tra le persone. Ciò si discosta in qualche modo dalla nozione secondo cui la motivazione è intrinseca, risiedendo all’interno dell’individuo come stato o tratto personale. La motivazione al cambiamento non solo può essere influenzata da un contesto interpersonale, ma in un certo senso da esso sorge. A tal proposito, in una chiave di psicologia clinica della salute, identifichiamo il colloquio motivazionale di Rollnick, Miller e Butler (2008) come un metodo di intervento centrato sul cliente utile a migliorare la motivazione al cambiamento esplorando e risolvendo l’ambivalenza rispetto al cambiamento stesso, partendo dunque dai valori e dagli obiettivi degli individui in tema di salute. E se di cambiamenti stiamo discutendo, occuparsi di una sostenibilità degli sviluppi in tema di salute significa occuparsi di prevenzione del danno adottando una logica collaborativa che non si rende necessaria solo in ragione di promuovere o garantire la salute del singolo, ma di garantire una sostenibilità collettiva della salute per tutti. In termini di sostenibilità la salute cessa di essere una questione individuale e diviene una questione di responsabilità del singolo verso sé stesso e verso la collettività.
DANNO E PAURA DI FAR DANNO
Emilia D’Anna, Sara Diamare
La sofferenza psicologica che una persona subisce a causa di un evento traumatico, un’ingiustizia subita o una violazione dei propri diritti costituisce un danno morale importante. Rispetto a tematiche come il mobbing, il bullismo o gli esiti di errori di natura medico-chirurgica c’è una crescente sensibilità, basti pensare agli interventi di prevenzione e psicologia del lavoro sviluppati nelle grandi aziende o all’impegno delle scuole contro il bullismo e cyberbullismo. Ciò ha consentito di ampliare il concetto di danno anche all’integrità psico-fisica. Pertanto, nel 2003 il danno diviene risarcibile (sentenze della Corte di Cassazione numero 8827 e8828 e della Corte Costituzionale numero 233) quando incide su l’intangibilità degli affetti, la famiglia o sulla libertà personale. Il danno psichico assume svariate forme, ma quando deriva da azioni violente di un sistema collettivo che agisce su un capro espiatorio ha le stesse radici emozionali. Molteplici fattori relazionali, non prevedibili, influenzano la percezione del danno: se l’esposizione a un pericolo non scaturisce dalle proprie decisioni, essa non intacca l’autostima, viceversa il contatto intenzionale con persone o situazioni dannose incide sulla percezione di essere direttamente responsabili di quanto accaduto e la stessa esposizione diviene pervasiva se vissuta come incapacità di proteggersi o di operare scelte corrette. La paura di commettere errori, di essere rimproverati, confluiscono nella sensazione di non riuscire a badare a se stessi. Prendersi tutte le colpe è una strategia inconsapevole per darsi una spiegazione a ciò che non si riesce a controllare o spiegare, acquisita nelle relazioni familiari per porre un argine alla paura prodotta da situazioni emotivamente pericolose. Temere però un evento induce a sovrastimare il suo verificarsi, pertanto terapeuticamente è necessario concentrarsi sull’emozione che precede i pensieri; e poiché quasi mai gli eventi dipendono esclusivamente dalle nostre azioni o pensieri, bisogna agire con consapevolezza per allontanarsi dalla fonte del danno, attingendo alle proprie capacità di resilienza per il superamento di queste barriere sociali, interpersonali e intrapsichiche. In sanità, anche nei percorsi di miglioramento della qualità relazionale, si stabiliscono modalità specifiche per controllare il rischio di danni psicologici attraverso percorsi di rivalutazione o di co-valutazione dei processi e dei procedimenti, soprattutto responsabilizzandosi reciprocamente, per attivare azioni preventive, protettive o di cambiamento.
DANNI DA STRESS LAVORO CORRELATO E BURN-OUT
Bianca Romano, Rocco Graziano
Negli ultimi decenni, l’attenzione verso la salute e la sicurezza sul lavoro è cresciuta significativamente con approcci innovativi che integrano la promozione della salute e la prevenzione dei rischi da stress correlato al lavoro e burnout. L’attenzione alla prevenzione di tali rischi sul luogo di lavoro in Italia è definito principalmente dal decreto legislativo 81/2008 che rappresenta un pilastro fondamentale per garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori in tutti i settori; in particolare, l’articolo 28 del decreto legislativo 81/2008 si occupa della gestione integrata del rischio psicosociale dai danni lavoro correlati. Il danno derivante dallo stress lavoro-correlato e dal burnout è una sfida significativa che richiede un impegno congiunto da parte di lavoratori, manager e organizzazioni; in particolare la giurisprudenza riconosce la sofferenza psicofisica causata da disfunzionalità organizzative come danno morale e biologico. Lo stress e il burnout possono portare a una vasta gamma di danni psicofisici sia a breve che a lungo termine tra cui: ansia e depressione, esaurimento emotivo, irritabilità e aggressività, disturbi del sonno, affaticamento cronico, disturbi gastrointestinali, malattie cardiovascolari e comportare un generale abbassamento delle difese immunitarie il chè causa l’essere più a rischio di contrarre malattie. L’approccio Total Worker Health (TWH), avvalendosi di una prospettiva multidisciplinare, rappresenta un’innovazione normativa che integra la prevenzione dei rischi per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro con la promozione del benessere generale del lavoratore. Questo approccio pone enfasi sulla prevenzione primaria, ovvero sull’adozione di misure volte a eliminare o ridurre i fattori di rischio alla radice, ciò include l’implementazione di politiche e di pratiche che migliorino la salute e il benessere complessivo dei lavoratori considerando l’interazione tra rischi lavorativi, l’ambiente, gli stili di vita e le condizioni personali. Tra i fattori di rischio lavorativo e ambientale troviamo, ad esempio, carichi di lavoro eccessivi, scadenze stringenti, mancanza di supporto dai colleghi o dai superiori, conflitti sul posto di lavoro e il senso di insicurezza lavorativa, mentre tra i fattori personali troviamo il processo di appraisal cognitivo e le strategie di coping. Il danno da sindromi lavoro correlate può essere quindi mitigato da fattori personali: sulla base dell’esperienza e delle ricerche condotte dal National Institute for Occupational Safety and Health (NIOSH), emerge chiaramente che le condizioni di lavoro giocano un ruolo fondamentale nel determinare lo stress sul posto di lavoro ma, tuttavia, i fattori individuali possono intervenire per amplificare o attenuare l’influenza di questi stimoli stressogeni, come ad esempio: un sano equilibrio tra lavoro e vita familiare o personale che può fornire un’ancora di stabilità nelle vite dei lavoratori, consentendo loro di affrontare meglio le sfide sul posto di lavoro senza esserne sopraffatti, una solida rete di sostegno composta da amici, familiari e colleghi può aiutare a superare le avversità sul lavoro, ed, infine, un atteggiamento positivo può aiutare i lavoratori a gestire lo stress in modo più costruttivo, consentendo loro di affrontare le sfide con calma e determinazione anziché con ansia e preoccupazione.
LE CONSEGUENZE DEI DANNI ALLA PROTEZIONE SOCIALE
Serena De Simone, Sara Diamare
Il rapporto World Social Protection Report 2020–22: Social protection at the crossroads – in pursuit of a better future fornisce una panoramica globale dei sistemi di protezione sociale che tengono conto dell’impatto della pandemia da COVID-19, identifica i divari esistenti in termini di protezione nel mondo e fornisce raccomandazioni per le politiche in relazione agli Obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. «La protezione sociale è uno strumento importante che può generare benefici sociali ed economici ad ampio spettro per tutti i paesi, a prescindere dal loro livello di sviluppo. La protezione sociale può migliorare la salute e l’istruzione, promuovere maggiore uguaglianza, supportare dei sistemi economici più sostenibili e favorire una gestione più equa delle migrazioni e il rispetto dei diritti fondamentali. Costruire sistemi che possono apportare questi benefici richiede sia fonti di finanziamento che una maggiore solidarietà internazionale, in particolare per supportare i paesi più poveri. I risultati positivi oltrepassarono i confini nazionali e beneficeranno tutti», ha affermato Shahra Razavi, Direttrice del Dipartimento per la protezione sociale dell’OIL . Esistono disuguaglianze significative in termini di protezione sociale: attualmente, solo il 47% della popolazione mondiale è effettivamente coperta da almeno una prestazione di protezione sociale, mentre 4,1 miliardi di persone (il 53 per cento) non beneficiano di alcuna misura per la sicurezza del reddito. L’Europa e l’Asia centrale hanno i tassi di copertura più alti, con l’84 % delle persone coperte da almeno una prestazione. Anche le Americhe sono sopra la media globale, con il 64,3%. L’Asia e il Pacifico 44%, gli Stati arabi 40% e l’Africa con il 17,4% presentano notevoli divari di copertura. Nel mondo, la maggior parte dei bambini non beneficia di un’effettiva copertura di protezione sociale e solo un bambino su quattro riceve un sussidio di protezione sociale. Nel mondo, solo il 45% delle madri con neonati riceve un assegno di maternità. Solo una persona su tre con gravi disabilità riceve un sussidio di invalidità. La copertura delle indennità di disoccupazione è ancora più bassa; solo il 18,6% dei lavoratori disoccupati nel mondo è effettivamente coperto. Nonostante il 77,5% delle persone in età pensionabile riceva una qualche forma di pensione di vecchiaia, persistono disparità notevoli tra regioni, tra aree rurali e urbane, nonché tra donne e uomini. Anche la spesa pubblica per la protezione sociale varia in modo significativo. In media, i paesi spendono il 12,8% del loro prodotto interno lordo (PIL) per la protezione sociale (esclusa la salute). I paesi ad alto reddito spendono il 16,4% e quelli a basso reddito solo l’1,1% del loro PIL per la protezione sociale.
Come evidenziato nel rapporto, il divario di finanziamento dei sistemi di protezione sociale (la spesa necessaria per garantire la protezione sociale minima a tutti) è aumentato del 30% dall’inizio della crisi del COVID-19. Per garantire almeno la protezione sociale di base, i paesi a basso reddito dovrebbero investire ogni anno l’equivalente di 77,9 miliardi di dollari aggiuntivi, i paesi a reddito medio-basso 362,9 miliardi di dollari e i paesi a reddito medio-alto 750,8 miliardi di dollari. L’Appello globale all’azione per riparare i danni causati dalla pandemia COVID-19 che delinea un’agenda globale per la ripresa, è stato approvato all’unanimità nel giugno 2021 dagli Stati membri dell’OIL che includono i rappresentanti dei governi, delle organizzazioni di rappresentanza dei datori di lavoro e i sindacati. Tale azione è essenziale per affrontare le sfide derivanti dalla pandemia e per promuovere una ripresa che sia inclusiva e sostenibile, nel contesto di una trasformazione paradigmatica dell’erogazione dei servizi per la salute in ottica proattiva, digitale e green. Ciò implica un impegno congiunto da parte dei governi, delle organizzazioni internazionali, del settore privato, delle organizzazioni della società civile e dei cittadini per potenziare la capacità di risposta alle future minacce globali alla salute, e mitigarne le conseguenze socio-economiche. Politiche di investimento dedicate alla protezione sociale quando frammentate possono comportare:
AUMENTO DI POVERTÀ E INDIGENZA. La protezione sociale fornisce sostegno economico a coloro che ne hanno bisogno. Se questa rete di sicurezza viene danneggiata o indebolita, le persone possono trovarsi in situazioni di povertà estrema o indigenza, con gravi difficoltà nell’accedere a servizi essenziali come cibo, alloggio e cure mediche.
INEFFICACIA DELLE INIZIATIVE DI SALUTE PUBBLICA. inadeguati interventi di protezione sociale influiscono sulla salute individuale e collettiva perché peggiorano l’accesso ai servizi sanitari e l’adesione alle campagne di prevenzione. Ciò può portare a un ritardo diagnostico con aumento delle malattie non trattate, a una minore prevenzione delle malattie e a una riduzione dell’aspettativa di vita.
PEGGIORAMENTO DELLE DISUGUAGLIANZE ECONOMICHE. Una protezione sociale indebolita può contribuire ad un aumento delle disuguaglianze economiche, perché le persone con redditi più bassi si trovano in condizioni di fragilità sociosanitaria. Questo aumenta il divario tra i segmenti sociali con la creazione di circoli viziosi legati spesso alla fragilità delle condizioni di salute.
RIDUZIONE DELLA COESIONE SOCIALE. L’assenza di una rete di protezione sociale robusta può portare a un aumento dell’instabilità sociale attraverso la strutturazione delle disuguaglianze. Questo fenomeno impatta negativamente su tutte le fasce di età con danni gravissimi a carico di bambini, adolescenti e giovani e indebolimento delle prospettive di sviluppo locale e rischio di isolamento.
CONCLUSIONI
I NUOVI ASSETTI SANITARI PER POTENZIARE LA RESILIENZA DELLE NOSTRE SOCIETÀ RISPETTO ALLE MINACCE GLOBALI ALLA SALUTE
Annamaria Colao e Maria Triassi
La pandemia ha dimostrato che la salute e l’economia sono strettamente interconnesse. Senza una popolazione sana, i sistemi sanitari vengono sovraccaricati e l’intera economia ne risente. Affrontare le minacce globali richiede un approccio preventivo e non reattivo alle patologie, con una visione comune tra i livelli locali, regionali, nazionali e internazionali per armonizzare gli investimenti soprattutto dedicati alle transizioni green e digital e relativi upskilling e reskilling dei lavoratori. La capacità di programmazione con approccio incentrato sui bisogni di salute e di cura dei cittadini è fondamentale soprattutto in termini di impegni di breve, medio e lungo termine da parte dei governi, delle istituzioni internazionali e della società nel suo complesso. I partenariati pubblico-privato possono giocare un ruolo importante nel migliorare i sistemi di protezione sociale in un nuovo scenario dove le imprese private possono contribuire con risorse finanziarie e competenze per sostenere programmi prevenzione e promozione della salute che fanno leva sulla responsabilità sociale delle imprese e delle comunità. Affrontare i danni alla protezione sociale e sanitaria richiede un approccio integrato e collaborativo che coinvolga tutti, non solo le Istituzioni, ma anche la società civile. Solo attraverso un impegno congiunto e continuo è possibile garantire che tutti abbiano accesso a una protezione sociale adeguata e che nessuno venga lasciato indietro.
BIBLIOGRAFIA
Sara Diamare: Empowerment psicocorporeo come strategia di BenEssere e prevenzione del burn out nei servizi di cura — Rivista Educazione Sanitaria e Promozione della Salute — 2010
Sara Diamare: Un metodo di Embodied Education in Riabilitazione: approcci di valutazione partecipata e di empowerment psicocorporeo — Journal of Advanced Health Care — 2019
Sara Diamare e altri: I Salotti Virtuali del Benessere – La Salute Umana – 2021
Sara Diamare e altri: Health Advocacy and Psycho-body empowerment: An affective Salutogenic Model to fight Burnout syndrome addressed to Health Managers, Health and Social Workers — Journal of Advanced Health Care — 2021
Sara Diamare e altri: Valutazione della qualità della relazione tra operatore sanitario e paziente/caregiver durante la pandemia da Covid-19: una review — Journal of Advanced Health Care — 2022
Sara Diamare e altri: Umanizzazione del rapporto operatore sanitario-utente e miglioramento della qualità dei servizi — La Salute umana — 2021
Maria Triassi: La valutazione dei rischi lavorativi — Mondadori — 2013
Paolo Pascucci: Il Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro: spunti di riflessione (a fronte dei cambiamenti in atto) e proposte di modifica — ADAPT University Press — 2021Guglielmi e altri: La prevenzione del burnout: l’importanza del benessere lavorativo e del supporto sociale — Psicologia della Salute — 2012
SITOGRAFIA
Rapporto mondiale sulla protezione sociale 2020–22: Sintesi del rapporto
Rapporto mondiale sulla protezione sociale 2020-22
PNRR, cosa prevede il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
Piano nazionale di ripresa e resilienza. Cos’è la Missione Salute
Piano nazionale della prevenzione 2020-2025
Regione Campania, Piano regionale della prevenzione 2020-2025
Annalisa Rosiello (a cura di): Stress lavoro correlato e burnout — Wikilabour.it
AUTORI E AUTRICI
Maddalena Illario
U.O.S. Ricerca e Sviluppo – Azienda Ospedaliera Federico II
Daniela Lemmo
Dipartimento di Studi Umanistici, M-PSI/08 (Psicologia Clinica), Università degli Studi di Napoli Federico II
Sara Diamare
U.O.C. Psicologia Clinica AT DS 33, A.S.L. Napoli 1 Centro
Emilia D’Anna
U.O.C. Psicologia Clinica AT DS 33, A.S.L. Napoli 1 Centro
Bianca Romano
U.O.C. Psicologia Clinica AT DS 33, A.S.L. Napoli 1 Centro
Rocco Graziano
U.O.D. 02 Prevenzione e tutela salute e sicurezza ambienti di vita e lavoro Regione Campania – Referente PRP PP 06/07/08
Vincenzo De Luca
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II
Erminia Attaianese
Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Napoli Federico II
Serena de Simone
Dipartimento Sanità Pubblica, Università degli Studi di Napoli Federico II
Annamaria Colao
Dipartimento ad Attività Integrata di Sanità Pubblica, Farmacoutilizzazione e Dermatologia e della U.O.C. di Igiene dell’Azienda. Osp. Univ. Federico II
Maria Triassi
Dipartimento ad Attività Integrata di Sanità Pubblica, Farmacoutilizzazione e Dermatologia e della U.O.C. di Igiene dell’Azienda. Osp. Univ. Federico II
IN COLLABORAZIONE CON
