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Dettaglio di copertina. Orione 33 - Poesia - Fondazione Sinapsi - Illustrazione di copertina dal titolo “Omaggio a Giacomo Leopardi” di Bruna Pallante, Studio Motive. Viso di Giacomo Leopardi illustrato graficamente.

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Che fretta c’è

27 Gennaio 2025
In genere quando pensiamo a un robot lo associamo immediatamente a una specializzazione nella quale raramente trova eguali e dove, quasi sempre, realizza performance superiori alle capacità umane.
Dettaglio di copertina. Orione 33 - Poesia - Fondazione Sinapsi - Illustrazione di copertina dal titolo “Omaggio a Giacomo Leopardi” di Bruna Pallante, Studio Motive. Viso di Giacomo Leopardi illustrato graficamente.

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Che fretta c’è

27 Gennaio 2025
In genere quando pensiamo a un robot lo associamo immediatamente a una specializzazione nella quale raramente trova eguali e dove, quasi sempre, realizza performance superiori alle capacità umane.

 Invece “Paro” è un piccolo robot di compagnia con le sembianze di un cucciolo di foca creato da Takanori Shibata, uno dei padri della robotica contemporanea, che secondo le affermazioni del suo stesso inventore, non ha alcuna funzione definita. In realtà l’affermazione di Shibata nasconde l’ambizione di creare un robot che superi il principio di specializzazione per inoltrarsi nell’universo della socializzazione.  Paro infatti non ha alcuna funzione specifica, non lava, non pulisce, non trasporta, non solleva, non scava, non sposta, non cucina, non calcola, non elabora, non combatte, non guida, non assiste, e non fa tante altre cose. Paro è un robot che sostituisce animali da compagnia in ospedali e case di riposo e si adatta al significato che intendono dargli i suoi utilizzatori. Si potrebbe definire uno strumento di animazione e socializzazione, un manufatto (essere?) sociale, privo di funzioni specifiche. Una delle battute classiche sul mondo della robotica è che un robot può essere in grado di calcolare in un millesimo di secondo la radice quadrata o cubica di un qualsiasi numero ma è incapace contemporaneamente di friggere un uovo. Cioè è privo di quelle capacità umane fatte di flessibilità, adattabilità, molteplicità funzionale e plasticità relazionale. Un robot che non serve a nulla è quasi una contraddizione in termini ma è proprio ciò che Takanori Shibata intende quando si riferisce a Paro. Un manufatto senza alcuna funzione specifica ma in grado di indurre una pluralità di funzioni. Paro è pensato per non avere nessuna specifica finalità ma per adattarsi a fare qualsiasi cosa. Ma non è di robotica sociale che vorrei parlare bensì di poesia, non di poeti, ma di poesia. Quando si vuole dire che di una cosa non si vede una ricaduta pratica, spesso si dice che “si sta facendo poesia”, attribuendo a tale affermazione una connotazione chiaramente negativa. Insomma si pensa alla poesia come a un’attività effimera che non ha nessuna particolare funzione. Perciò ho pensato che con la costruzione di Paro Takanori Shibata avesse deciso di fare poesia. Per un costruttore visionario di robot come Takanori Shibata, Paro rappresenta un salto evolutivo nella robotica, cioè la conquista dell’inutilità. Il “fare poesia” è il salto evolutivo non solo per la robotica ma anche per la robotica sociale. Cioè qualcosa che non si lascia ingabbiare nel catalogo delle funzioni e delle specializzazioni e che sfugge alla stessa pratica computazionale. Per certi versi mi ricorda il paradosso degli insiemi di Bertrand Russell: dove collocare il catalogo dei cataloghi? Potremmo dire che la poesia è il posto dove collocare il catalogo dei cataloghi. Un modo assolutamente libero e contemporaneamente rigoroso per rappresentare con le parole tutto quello che con le parole non si riesce a dire. La poesia è come la musica, non è un caso che cerca la musicalità delle parole. Un mezzo che ci consente di arrampicarci tra le nuvole e di evocare le emozioni senza le quali non potremmo vivere. Non serve per niente di specifico, non risolve paradossi, non spiega, non disegna gerarchie, non trova risposte. Spesso ci consegna domande mute, sensazioni, percezioni, piccole verità, individua spiragli, fenditure. A volte consola e ci avvolge come in una coperta di malinconia, a volte cura e rassicura. Siamo una specie che vive su un pianeta lontano miliardi di anni luce da altri miliardi di galassie e che si chiede da sempre da dove viene e dove andrà senza trovare mai risposta. Una specie stretta tra il non ancora e il mai più, che vive di astrazioni ed è mossa da astrazioni e che si serve delle parole per tentare di raccontarle. Una specie priva di ogni concretezza che indossa la concretezza come una corazza per dare un senso alla sua inutilità. Una corazza piena di aria e di parole e a volte di suoni. Una specie che è riuscita ad arrampicarsi fin sulla luna e che ha poi mandato delle sonde nello spazio alla ricerca di altre forme di vita alle quali far conoscere, oltre ai nostri oggetti, la nostra musica e le nostre poesie. Anche questa un’impresa quasi inutile o quasi poetica. Insomma la poesia è forse la migliore rappresentazione di ciò che siamo. Le persone, i sentimenti, le emozioni, il tempo inafferrabile e l’universo delle nostre relazioni con le altre persone, con le altre specie e con le cose. La ricerca di un senso o la rinuncia a cercare. La disperazione, la rassegnazione, l’appagamento. Tra astrazione e concretezza, mi vengono in mente i versi di chiusura della Tempesta di William Shakespeare, l’ultima opera scritta dal grande poeta e drammaturgo inglese:

Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è raccolta la nostra breve vita.

I sogni sono reali? Cioè sono veri o falsi? E se noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni siamo reali o mere illusioni? Probabilmente siamo un misto inscindibile di entrambe le cose. Non ci sono ragioni e non ci sono risposte ma solo domande che sfumano nell’impalbabilità del tempo. Siamo veri o falsi? Certo che siamo veri ma della verità che racconta la poesia. A questo proposito mi viene in mente una poesia di Ted Joans (Illinois, 1928) un poeta della beat generation, Voice in the crowd (Voce nella folla, 1961):

Se doveste vedere
un uomo
che cammina per una via affollata
e parla ad alta voce
a se stesso, non correte
in direzione opposta ma corretegli incontro
perché è un poeta! Non avete niente da temere
dal poeta tranne la verità.

Ma che cos’è la verità in un mondo dove la realtà (la concretezza) non consiste nell’immanenza ma nel divenire? Dove l’unico modo per comprendere la realtà è immergersi nel mutamento? 

Bertold Brecht, la disegnava così: 

A noi stirpe svagata, furono sede case immaginate indistruttibili
(Così costruimmo i lunghi edifici di Manhattan e le antenne che animano l’Atlantico)
Di queste città resterà solo chi le attraversa ora: il vento. In mezzo ai terremoti che dovranno venire speriamo di non lasciare che il “Virginia” mi si spenga per troppa amarezza.
Io Bertolt Brecht sbattuto nelle città d’asfalto
da boschi neri dentro mia madre, una volta.

Di fronte alla prospettiva che ci attende, Brecht lascia il divenire per ripiegare sull’immanenza aggrappandosi alla caducità del suo “Virginia”. Operazione quasi impossibile che solo la poesia può consentire. Perché la poesia è anche scavare un rifugio o una consolazione nelle pieghe del quotidiano per ripararsi dall’irreparabile. La Poesia del quotidiano non risolve ma può curare come ci rivelano questi versi di Gianni D’Elia: «… Amala la signoria degli alberi, tutti i nomi che non sai e non saprai, l’allargarsi del cuore ad ogni chioma, il trono magro e svettante delle acacie, le belle nuvole – isole di pini, ormai sopra il set delle macchine e le strade; e la raggiera d’oro che dà il fiore del sole dentro l’acqua del canale, la salmodiante ipnosi del frusciare soave soavissimo del mar; si curati con le cose…».

La certezza dell’imponderabile ha richiesto fiumi di narrazioni e gli uomini e le donne hanno finito per credere in tante storie pur di dare un senso al loro essere al mondo. Hanno creato anche un altrove per garantirsi uno straccio di sopravvivenza. Hanno inventato certezze inesistenti e hanno deciso di crederci. E si sono divisi e ammazzati in nome di tutto questo. La poesia non costruisce narrazioni e non inventa religioni o ideologie, è refrattaria a queste pratiche e perciò è spesso osteggiata dai potenti. La poesia non afferma, non nega né rivela. La poesia scrive sull’acqua sapendo che l’inconsistenza è la nostra essenza. La poesia è un’arte a lenta combustione, a volte abbiamo bisogno di una vita per assorbirne un verso. La poesia è un meraviglioso arrampicarsi su scale di parole dirette verso il nulla o il tutto ciò che siamo. La poesia a volte indica un percorso senza indicare una meta, forse perché il nostro percorso è la meta e altro non ce n’è:

Mangiate ai tavoli delle pergole.
Meditate la storia
che diventa e la vittoria
che vi disperde entro di sé. Bevete
quel che vi piace e così via. Fermate l’auto sulle costiere da dove si vede lo spazio.
Sono stato anch’io quei vuoti
dove ruota in fondo come mare
un elemento senza rumore
e senza morte
e quelle foglie verdi essenziali
e levigate che vi lasciano passare».
Consigli, Franco Fortini

A conclusione di questo breve scritto non posso non menzionare la straordinaria capacità della poesia di parlare dell’amore e di come l’amore forse è l’unico mistero capace di bucare il divenire e fermare lo scorrere del tempo. Per quel tanto che basta. 

… Il Tempo ha il diritto di intromettersi in tutto bene o male che sia.
Tuttavia – lui che sgretola montagne,
sposta oceani
ed è presente al moto delle stelle,
non avrà il minimo potere
sugli amanti, perché troppo nudi,
troppo avvinti, col cuore in gola
arruffato come un passero.
… Un mondo solo così. Solo così
vivere quel tanto.
E tutto il resto eccolo qui
è come Bach suonato sul bicchiere
per un istante.
Progetto un mondo, W. Szymborska

Nel rumore di fondo fatto dal chiacchiericcio permanente dei milioni di “leoni da tastierache popolano lo spazio virtuale, recuperare l’emozione di un incontro fatto di sguardi e di occhi che si incrociano e di parole che si scambiano, sta diventando una rarità, un momento di pura poesia.  Magari è più semplice e meno faticoso farlo in virtuale ma vuoi mettere l’efficacia di un incontro, la condivisione di un tempo e di uno spazio, la concretezza di un confronto, e magari sorbire insieme una tazza di caffè, non oso dire un calice di rosso. C’è chi sostiene che la poesia è ormai un’attività priva di utilità e che fermare il tempo in un mondo fatto di velocità istantanee è quasi contro natura. Ma se non andiamo da nessuna parte che fretta c’è? Magari la poesia ci può aiutare a recuperare il senso di un istante o di una vita.

per citare questo articolo

Porfidio Monda:

Che fretta c’è,

n. 33 - Poesia,

gennaio-aprile 2025

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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