Certe parole sono scorze nel tempo,
racchiudono forse il ricordo di te.
(Jón Kalman Stefánsson)
Mi propongo di affrontare la dialettica implicita nel termine Parola coniugandola col concetto di intenzione comunicativa per evidenziare sia la ricchezza di potenzialità all’interno di relazioni che la mancanza di un dire, altro dal silenzio. «In principio era il Verbo» è l’incipit del Vangelo di Giovanni (Giovanni 1:1) in cui il termine Verbo (Logos)deriva dal grecoe significa Parola, Ragione, Verbo Divino e ne afferma l’esistenza prima della creazione stessa. Dunque la parola Verbo in questo caso assume una forte connotazione comunicativa verso l’intera umanità, coincide con Dio stesso e si incarna in Cristo. Accosto il termine Verbo ad Aleph (א), la prima lettera dell’alfabeto ebraico, che è muta e rappresenta tra l’altro il silenzio precedente la creazione nonché la connessione tra il mondo superiore, spirituale e quello inferiore, materiale. Borges ha usato la lettera-simbolo-parola Aleph per il titolo di uno dei suoi più importanti racconti del 1949. In esso il termine rappresenta un punto nello spazio che contiene tutti gli altri punti, permettendo di vedere l’universo intero in un solo istante in confronto alla caducità della percezione, della memoria, dell’esistenza stessa dell’uomo. «Vidi l’Aleph, la terra e nella terra di nuovo l’Aleph…vidi il mio volto…vidi il tuo volto, e provai vertigine e piansi, perché i miei occhi avevano visto l’oggetto segreto e supposto il cui nome usurpano gli uomini, ma che nessun uomo ha contemplato: l’inconcepibile universo». Se Verbo, Aleph sono parole piene di significato che rimandano a messaggi universali quali Dio, l’infinito e altri, ve ne sono altre, al di là di quello che mostrano: bua, pappa, mam… mma… aa, usate da bambini di 12, 18 mesi che rappresentano il passaggio dal loro semplice nominare gli oggetti alla capacità di comunicare un’intenzione o un bisogno: «ho dolore… ho fame… voglio mamma» e così via. In linguistica queste parole si definiscono olofrasi, dal greco (dal greco ólos, tutto, e phrásis, frase) in cui una singola parola esprime il significato di un’intera frase, di un insieme di concetti. «Sono anoressica, sono bulimica…», spesso dicono le ragazze e i ragazzi che presentano disturbi alimentari al primo incontro quando chiedono aiuto. In quelle uniche parole, olofrasi, viene racchiusa, perdendosi, la complessità della loro sofferenza, l’unicità della particolare storia di vita che esse nascondono.
Paula Heineman, una psicoanalista inglese lamentava il fatto che quando parlava con colleghi psichiatri di qualche paziente mentre questi dicevano «lo schizofrenico, il depresso…», lei non riusciva a rappresentare in una parola la sofferenza di quel paziente, ma aveva bisogno di usarne tante altre. Ci sono parole che racchiudono significati complessi, come ad esempio le diagnosi, ma che, a volte, finiscono paradossalmente per dare solo l’illusione di una comprensione formale, non sostanziale. Di contro ci può essere un uso di termini che, presi in sé o fuori contesto, apparentemente sembrano non significare nulla, ma in realtà hanno un valore comunicativo altissimo. Mi riferisco a quel tipico linguaggio usato dai caregiver nei confronti dei bambini alla nascita e nei primi mesi di vita chiamato tecnicamente motherese o baby talk. È un modo di parlare adottato istintivamente dai genitori, fatto di aspetti verbali e non verbali caratteristici. Sono parole ricche di diminutivi: piccino, patatina… dette con intonazione della voce dolce, cantilenante, che non solo hanno nell’immediato un effetto calmante e benefico, ma costituiscono la prima fondamentale interazione comunicativa adulto-bambino, essenziale per la maturazione stessa del cervello e per un sano sviluppo psichico. Anche nelle interazioni tra adulti vi può essere, a volte, l’uso di parole che, fuori da specifici contesti, non hanno un apparente significato, ma che possono assumere un essenziale valore comunicativo. Riccardo era un ragazzo alto, magro di 15, 25 forse 30 anni. Era stato ricoverato a 8, 10 anni con la diagnosi di autismo alle Ville di Collegno (ospedale psichiatrico). Erano gli inizi degli anni ‘80, con altri pazienti di quel reparto e alcuni infermieri lo portammo in gita in montagna. Ero con lui, su una seggiovia, quando questa si fermò a una decina di metri da terra. Riccardo, ridendo, si tolse il cappello, lo buttò giù sporgendosi per vedere dove fosse caduto. Non sapevo cosa fare. Dopo avergli cinto le spalle con un braccio, per distrarlo, mi venne da dirgli la parola pasta, lui mi guardò, sorrise e disse pane, continuai dicendo mela e lui torta. Andammo avanti così, giocando, rincorrendoci con le parole, finché la seggiovia riprese a funzionare riportandoci a valle. Il linguista Ferdinand de Saussure direbbe “uno scambio tra significanti”, ma, di fatto, proprio il rimando di quelle parole prive di senso in quella circostanza ebbe una valenza calmante per Riccardo e per me. Lo psichiatra, fenomenologo, Eugenio Borgna nel suo libro Le parole che ci salvano, (Einaudi, 2017) afferma: «Ci sono parole che curano, che alleviano, e parole che possono essere fraintese e possono ferire… Le parole possono essere lame taglienti o carezze… Le parole non sono mai inermi sia per chi li pronuncia, sia per chi le riceve». Attraverso le parole dette, ascoltate con l’intenzione di farlo, si possono aprire spiragli relazionali che ci consentono, a volte, di condividere la nostra intimità con quella di altri non solo nell’ambito della dimensione psicologica o psico terapeutica, ma anche nella nostra quotidianità. La premessa imprescindibile di ciò, non affatto scontata, però, è dare all’altro la significatività di essere un soggetto altro da noi, ma soggetto all’interno della relazione. Sempre Borgna afferma che non siamo solo responsabili delle nostre azioni ma anche delle parole che diciamo o scriviamo. «Grande e bruciante è questa responsabilità e dovremmo ogni volta tenerne presenti le conseguenze sugli stati d’animo e sulla sensibilità, sulle fragilità e le debolezze di chiunque l’ascolta». Pure i silenzi, quando non sono un modo per estraniarsi da un contesto relazionale, possono considerarsi non un’assenza di parole, ma, a volte, un dire più significativo delle parole stesse. Angela, un’assistente sociale, aveva tentato il suicidio ed era appena uscita dal coma. Due giovani medici agli inizi della specializzazione in psichiatria furono inviati a fare una consulenza dal loro professore di riferimento. Entrambi provavano un grande disagio per un compito sempre arduo, ma più ancora per le loro conoscenze di allora. Uno dei due al capezzale della paziente, senza nemmeno ascoltare quanto lei avesse da dire, forse per vincere la tensione che provava, cominciò a snocciolare una serie di parole sul valore della vita, sul suo essere preziosa, un dono, citando poi Fromm e non so chi altri. L’altro, imbarazzato, senza proferire parola, guardava con raccapriccio la paziente e ne scorgeva il suo progressivo disagio. Alla fine, quando il primo apprendista psichiatra si allontanò, Angela con un triste sorriso disse all’altro: «Grazie per il suo silenzio». L’invito di Borgna ad assumersi il più possibile la responsabilità delle parole che si usano mi sembra ancor più necessario nella nostra contemporaneità in cui esse attraverso la pubblicità, i social, il sovraccarico (overlap) cognitivo costituito dalla marea di informazioni, ma per lo stesso spirito del nostro tempo (lo zeitgeist) tendono a sbiadirsi nel loro significato comunicativo, relazionale per divenire allusive, seduttive, ipnotiche.
Nel libro Ipnocrazia (edizioni Tlon 2025) scritto dal filosofo Andrea Colamedici, servendosi anche dell’intelligenza artificiale, con lo pseudonimo di Jianwei Xun, si afferma che uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo è costituito dalla dipendenza pressoché assoluta da dispositivi che in modo insinuante finiscono per condizionare le relazionali interpersonali e quelle intrapsichiche. Questa deriva sociale trova un riflesso nel parlare vuoto delle relazioni interpersonali di soggetti irretiti nella dimensione narcisistica. Un «Io…, io, io…» assordante, un bla-bla-bla fatto di chiacchiere vuote che riempiono ogni spazio di interlocuzione con l’altro e il cui esserci nella relazione viene di fatto negato. Quell’autocompiacimento di parole non comunicanti se da una parte risultano essere una sorta di passivizzazione dell’interlocutore, finiscono, però, per far perdere a chi le usa la possibilità di esprimere e magari affrontare la sofferenza implicita nel proprio squilibrio narcisistico. Per concludere queste note, in contrapposizione al bla-bla-bla del non dire, utilizzo la parola ghiaccio, nell’accezione data da Gabriel Garcia Marquez nell’incipit di Cent’anni di solitudine. “Ghiaccio” in quel contesto assume il significato di andare a scoprire qualcosa di misterioso, di mai visto in quelle latitudini, rimandando a un altrove di cui il Colonnello Buendia, bambino, desiderò coglierne l’essenza. Un oggetto, la cui parola suscita emozioni, meraviglia, apre orizzonti, stimola la curiosità di conoscere ciò che ci è estraneo, anche la follia al di là di quanto ci dice una diagnosi e in cui l’altro può essere vissuto non come pericolo, ma come possibile reciproca risorsa. Forse di queste parole piene oggi ne abbiamo un particolare bisogno per svegliarci da un clima sociale che tende a obnubilare le coscienze, addirittura a ipnotizzarle, secondo il filosofo Jianwei Xu, alias Colamedici. «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si ricordò di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio».