Dal 1987 cura rubriche settimanali di giochi linguistici; collabora con il quotidiano la Repubblica e con il settimanale L’Espresso. Ha curato quasi duecento puntate di diverse trasmissioni su Rai Radio 2 e Rai Radio 3. Per me è un mito. Sono felice e orgogliosa di essere riuscita a intervistarlo. Mi avvicino a lui con riserbo, timidezza ed entusiasmo. Non so quante volte lo abbia ringraziato per la gentilezza e la disponibilità, forse mai abbastanza.
Negli anni 1974-75 Umberto Eco — suo docente e relatore al DAMS — fu uno dei protagonisti del celebre programma radiofonico Le interviste impossibili, nel quale alcuni scrittori italiani (Sanguineti, Sciascia, La Capria, Spaziani, Malerba, Ceronetti per citarne alcuni) erano invitati a incontrarsi, davanti a un microfono, con personaggi letterari o storici vissuti cento, mille o duemila anni fa. Se dovesse fare la sua intervista impossibile oggi, con chi vorrebbe dialogare e per quale motivo?
Non credo di averne l’estro, ma penso a due personaggi da Belle Époque: l’inventore del cruciverba Arthur Wynne e la protagonista proustiana Odette de Crécy. Con il primo per commentare il lungo cammino della sua invenzione quasi casuale; con la seconda per provare a esplorare l’universo della seduzione, con la sua particolarissima (e in lei quasi infallibile) forma di intelligenza.
A proposito di cose impossibili: mi sarebbe piaciuto essere la sua compagna di banco. Com’era Stefano Bartezzaghi da adolescente?
Dovrebbe chiederlo alla mia compagna di banco di allora! Ricordo che facevo enigmistica, ero un lettore disordinato, non facevo viaggi e, quel che da allora è invece cambiato, studiavo musica. Non ero sufficientemente bravo, ma non sapevo cos’altro avrei potuto fare: quando poi l’ho intuito l’ho fatto.
Quando abbiamo bisogno di leggerezza, abbiamo anche bisogno di un sorriso. Tra le tante “frasi matte da legare” raccolte nel suo libro Non ne ho la più squallida idea, qual è quella che ancora adesso la fa sorridere?
Non ne ricordo più molte, ma continuo ad adorare quella che avrei voluto come titolo, anche se come titolo avrebbe funzionato molto, molto peggio di quello che abbiamo poi scelto: “Svegliamo l’arcano”. Del resto il lapsus, per Freud, come il gioco, per Benjamin, avvengono sempre laddove è sepolto qualcosa.
La modesta dimensione lessicale e la riduzione della complessità argomentativa degli studenti sono attribuite in gran parte ai social network, che indurrebbero all’uso di un linguaggio sempre più povero e semplificato. Da uno studio condotto dall’Università La Sapienza è emerso che le ultime generazioni padroneggiano meno vocaboli anche se la loro lingua è più dinamica, tanto è vero che tra il 2024-25 sono entrate a far parte dei dizionari italiani molte parole mutuate dallo slang giovanile (si pensi, per esempio, a parole come POV, slayare, delulu, bro, slop, demure, tornanza). Linguisti, accademici e docenti dibattono da anni – probabilmente dalla famosa lettera aperta dei 600 del Gruppo di Firenze — sul declino/impoverimento della lingua italiana. Lei cosa pensa al riguardo?
Di tutta la linguistica andante che c’è in giro il conteggio dei vocaboli è forse ciò che meno mi appassiona, ma certo la restrizione dei dizionari e delle enciclopedie mentali dei giovani (ma non solo dei giovani) è difficile da negare. Media, scuole e università si immaginano di «andare incontro» a questa tendenza riducendo i dizionari e enciclopedie propri e con questo penso che incoraggino la tendenza stessa. Anziché andarle incontro e affrontarla la sospingono.
In ogni famiglia esiste un gruzzolo di termini dialettali, di modi dire, che si legano alla storia, ma anche alle origini, del nucleo familiare. Può svelarci qualche espressione del suo “lessico famigliare”?
Il libro di Natalia Ginzburg era tra i preferiti di mio padre, che infatti attingeva a un lussureggiante repertorio di espressioni idiomatiche che con i miei due fratelli ci divertiamo a rammentare. Quando a Milano ho abitato in via Marco d’Oggiono ci siamo per esempio ricordati che giocando a carte si diceva: «Vai a Oggiono?» quando si sorprendeva il tentativo di un avversario di sbirciare le carte altrui.
Per rimanere in tema di ricordi di famiglia… mia nonna ripeteva sovente a noi nipoti «sotto la lingua c’è un tesoro» (lo diceva in napoletano, in realtà) per farci capire che si dovrebbe aprir bocca per dire cose sensate e che alcune volte è opportuno tacere. Quando, secondo lei, è più eloquente il silenzio?
Quasi sempre.
Lei è docente di Semiotica della creatività, potrebbe spiegarci qual è la relazione che sussiste tra creatività e libertà?
In due parole non si può dire. A un convegno Umberto Eco aveva detto che in certi giochi letterari e linguistici più la regola è stringente più il tasso di creatività aumenta ma questo è vero soltanto sino a un punto (indeterminabile in astratto) in cui la regola è così stretta da rendere impossibile l’espressione. All’espressione stessa, però, l’assenza di vincoli — cioè, in teoria, la libertà assoluta — non è affatto propizia.
Parafrasando Benni, un altro Stefano che giocava molto con la lingua: lei assomiglia alle parole che dice?
Ammesso che ne esista una, la risposta non può venire da me. Quel che posso dire è che nel parlare cerco di usare un linguaggio consapevole e forse non mi sforzo altrettanto di essere consapevole nelle mie altre attività e nei miei altri modi d’essere.
Frida Khalo — in una lettera a Diego Riveira — utilizza la volta celeste per farne un verbo d’amore “io ti cielo”, eppure a noi comuni mortali capita spesso di non riuscire a trovare le parole per esprimere ciò che sentiamo. Secondo lei è vero che quando ci innamoriamo non abbiamo più a disposizione «un sistema di segni sicuri» (cito Roland Barthes) per dar prova del nostro amore?
Sì, è un’affermazione del tutto sensata, almeno per chi pensa (come del resto ha insegnato lo stesso, caro, Barthes) che l’innamoramento sia ogni volta una condizione unica, e solitaria: quindi necessariamente sprovvista di segni già codificati per esprimere qualcosa che non si sa neppure bene dire a sé stessi. Bisogna allora inventarsi tutto. (Per la semiotica è la condizione tipica dell’istituzione di codice, quindi della produzione artistica di segni).
L’enigmistica è considerata un vero e proprio allenamento cognitivo: potenzia la memoria e l’attenzione, determina un arricchimento linguistico, riduce lo stress e migliora l’umore. Lei, che ha avuto come maestro il più grande enigmista italiano, potrebbe inventare per i nostri lettori un indovinello o semplicemente un anagramma?
Posso citarvi una frase di un altro grandissimo maestro di enigmistica (ancorché conosciuto per molti altri suoi meriti persino maggiori): Primo Levi. Questa frase letta da sinistra a destra è in inglese, da destra a sinistra in italiano, e nell’assieme è una poetica dichiarazione di poetica: «In arts it is repose to life / È filo teso per siti strani».
Solo se si conosce e si ama profondamente la parola si può arrivare a utilizzarla con consapevolezza e cura, a essere creativi, persino a giocare sapientemente con essa. Penso a Platone, ad esempio, che si cimentò con gli anagrammi, a Dante che si dilettò con gli acrostici, a Edgar Allan Poe che adorò gli enigmi, penso a Eco, a Queneau, a Rodari, a Calvino e al grande Stefano Bartezzaghi. La mia gratitudine va a tutti loro, a tutti i pensatori, i docenti, gli scrittori e le scrittrici che ci hanno insegnato anche la grammatica della fantasia.
