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Opera di Banksy. Murales che ritrae un ragazzo mascherato che lancia un mazzo di fiori.

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Al di là delle parole

5 Maggio 2025
Niki ha cinque anni e mezzo, frequenta l’asilo ed è ritenuto un bambino problematico pur non avendo alcuna diagnosi di ritardo mentale.
Opera di Banksy. Murales che ritrae un ragazzo mascherato che lancia un mazzo di fiori.

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Al di là delle parole

5 Maggio 2025
Niki ha cinque anni e mezzo, frequenta l’asilo ed è ritenuto un bambino problematico pur non avendo alcuna diagnosi di ritardo mentale.

Di corporatura robusta, ha un viso particolare, capelli cortissimi ma con lunghe basette che lo fanno sembrare molto più grande della sua età anche se il suo comportamento in realtà è quello di un bambino molto più piccolo. Ha occhi grandi di color nocciola, ma il suo sguardo non comunica, è uno sguardo inespressivo. Non parla, ma le sue labbra qualche volta tradiscono un’emozione, ora arricciandosi o stirandosi nel tentativo di un sorriso. Si muove in modo dinoccolato e la sua postura non è mai stabile. Se solo qualcuno lo tocca o gli passa accanto rischia di cadere. Le maestre dell’asilo sperano che mediante un intervento di arteterapia Niki abbia la possibilità di raccontarsi. La mediazione artistica potrebbe ovviare a quel suo parlare poco comprensibile e frammentario. Una bella sfida per me. È figlio di una coppia separata che non riesce a dialogare mai, neanche per parlare di Niki con le maestre. Il livello culturale dei due genitori è molto basso, ma uno dei problemi più grandi risiede nella incapacità della madre di prendersi cura anche di se stessa. La famiglia viene seguita dagli assistenti sociali per insegnare alla madre, e non solo a lei, anche le più piccole azioni quotidiane: Niki non segue alimentazione corretta e anche se a guardarlo non pare deperito, è senza forza, molle, tantochè le maestre lo  accolgono anche quando è malato per consentirgli di mangiare qualcosa di nutriente. La mattina Niki viene accompagnato dalla madre e dalla sorella più grande con un macchinone dal quale scendono vestite di abiti costosi, mentre Niki viene lasciato con un grembiulino rosa dalle maniche che gli arrivano al gomito e così stretto da non poter essere allacciato. Durante i primi incontri Niki partecipa in gruppo, ma lo fa da singolo, sempre in disparte rispetto ai suoi compagni. Non si lascia mai andare a segni liberatori, anche se lo incito a farlo. Nonostante le sue difficoltà cerca di abbozzare forme precise, strampalate, ma riconoscibili e poi mi guarda cercando la mia attenzione. Insieme alle maestre decido di dedicare del tempo solo a lui, in modo individuale. Ciò che recepivo dai suoi atteggiamenti nei miei confronti era esattamente di voler essere capito, cercava complicità, ma non sapeva esprimerlo. Il suo era un forte desiderio di raccontare, di instaurare un dialogo con qualcuno di cui fidarsi. Voleva regalarmi il suo mondo, o meglio il suo modo di vivere il mondo. Cosa che con le parole non sarebbe mai riuscito a fare. Il primo giorno in cui lui arrivò da me da solo, corse ad abbracciarmi. E i giorni successivi, dopo l’abbraccio, tirava su il  grembiule di plastica per mostrarmi la sua maglietta di Superman. Durante i primi incontri realizzò tre lavori dai colori molto forti che avevano in loro tutte le caratteristiche dei lavori successivi. Si trattava sempre della figura di un bambino, realizzata con pennelli carichi di colore a tempera. Accanto a questa figura ne metteva una visibilmente femminile solo abbozzata nei contorni, ma la cui espressione cattiva era evidente. Nei suoi disegni il bambino aveva  sempre uno spazio nero al posto della pancia, come un grande buco. Dopo ogni pennellata mi guardava e strizzava l’occhio cercando la mia complicità e io gli rispondevo senza parole, usando una gestualità diventata ormai il nostro modo di dialogare. Un giorno decidemmo insieme di curare quel buco nella pancia. Usammo un cerotto messo di traverso sulla macchia nera come a riparare la ferita. Da quella volta i suoi disegni divennero più leggeri, anche se molto intensi, ma più leggeri. Si disegnava a matita su tavole da surf senza il mare, fluttuante nell’aria, senza supporti o col bavaglio. Potrei raccontare molto altro di questo intervento di arteterapia, ma mi fermo qui, perché mi sembra chiaro che quello che ho descritto non è che un dialogo che con le parole non avrebbe mai avuto luogo. Quell’esperienza servì a confermarmi, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto l’arte sia dialogo e che lo sia per chiunque si metta in gioco usando materiali artistici. Desmond Morris, scrittore, zoologo ed etologo, nonché pittore surrealista sostiene che «ogni volta che un bambino comincia a scarabocchiare su un foglio, quella è la nascita dell’arte». E cos’è l’arte se non dialogo, o ricerca di un dialogo? A tutti livelli, si tratti di un bambino o di un artista famoso.

L’opera d’arte nasce da o con un dialogo interiore, che sia consapevole oppure no non ha importanza. In arteterapia il produrre arte innesca il cosiddetto processo creativo, e il risultato di questo processo, ovvero l’opera, è il ponte tra la persona e il terapeuta. Si instaura quindi un dialogo a tre , mediato dai materiali artistici, che non ha bisogno di parole ed è sincero, istintivo. L’arte è un bisogno naturale dell’uomo. Fare arte è esprimere le proprie emozioni dandogli una forma simbolica. Come ho già detto, l’arte è fonte di stimolo e dialogo a tutti i livelli perché quel dialogo interiore diventa dialogo sociale quando l’opera viene esposta o vista da qualcuno. Si tratti di un quadro appeso alle pareti di casa o di un’opera inserita in una galleria. Per non parlare delle performance, dei murales o graffiti, piuttosto che la body art e altre forme di arte visiva. Fiumi e fiumi di parole sono stati spesi per saggi, conferenze o quant’altro per capire cosa sia l’arte e cosa non lo sia, quando e perché è nata l’arte, chi sia l’artista e chi invece non lo è, quale opera creativa dell’uomo sia da considerarsi arte oppure no. Ma tutte queste domande non troveranno mai una risposta univoca. Fare arte, che si tratti di uno scarabocchio o un’opera iperrealista, non è che espressione delle proprie emozioni, del desiderio di comunicarle, di porre domande o di avere e cercare risposte. Solitamente abbiniamo a un’opera un significato di tipo estetico, ci piace o non ci piace, eppure c’è molto di più. A partire dalle arti rupestri fino all’arte contemporanea c’è di base la stessa attivazione al dialogo anche soltanto per dire «eccomi». Oltre a essere l’espressione emotiva dell’artista, l’arte ha la forza di evocare emozioni anche in chi la guarda, in chi la consuma. Induce lo spettatore a riflettere, a confrontarsi rispetto a temi personali o a temi molto più ampi. Posso anche rimanere disgustato davanti a un’opera d’arte, ma il mio disgusto è anch’esso una risposta. È partecipazione a un dialogo e magari sarà fonte di ripensamento, di riflessione. Attraverso l’arte un artista esprime opinioni, critica sistemi politici e offre al pubblico la possibilità di un confronto. L’arte è capace di superare muri e barriere linguistiche fornendo messaggi universali. Non solo, l’arte offre la possibilità di comunicare anche a chi è impossibilitato a farlo perché vittima di emarginazione o per infiniti altri motivi. Che si tratti del piccolo Niki o del famoso Banksy con i suoi murales piuttosto che della Abramovich attraverso le sue performances, o di un’opera d’arte aborigena, alla base c’è la stessa grande necessità: comunicare oltre le parole.

BIBLIOGRAFIA 

Desmond Morris: La scimmia artistica — Rizzoli — 2014

Marina Abramovich: Attraversare muri — Bompiani — 2016

per citare questo articolo

Paola Venezia:

Al di là delle parole,

n. 34 - Dialoghi,

maggio-agosto 2025

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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La tolleranza è la virtù che arricchisce la conoscenza reciproca, il dialogo, che dalla tolleranza dipende, è la via della convivenza. La violenza e la guerra iniziano quando cessa il dialogo. La Pace, quando incomincia il dialogo. (Gustavo Zagrebelsky)