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Dettaglio di Immagine di copertina dedicata a Rita Levi di Montalcini - Illustrazione di Bruna Pallante, Studio Motive.ink

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Legami indissolubili

5 Maggio 2025
Da buon laureato in filosofia, innamorato del logos e dell’origine del pensiero occidentale come lo conosciamo oggi, della sua storia millenaria,
Dettaglio di Immagine di copertina dedicata a Rita Levi di Montalcini - Illustrazione di Bruna Pallante, Studio Motive.ink

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Legami indissolubili

5 Maggio 2025
Da buon laureato in filosofia, innamorato del logos e dell’origine del pensiero occidentale come lo conosciamo oggi, della sua storia millenaria,

non posso non confessare che il mio primo pensiero, quando riflettevo su cosa scrivere per questo numero di Orione, sia andato ai dialoghi platonici, l’archetipo per eccellenza del dialogo come occasione di conoscenza e come strumento per esplicitare e costruire il nostro pensiero.

Cosa c’è di più affascinante dei dialoghi socratici? Vedere l’arte maieutica esprimersi alla sua massima potenza, vedere come alcune domande basilari siano state poste sin dall’inizio e continuino a interrogarci ancora oggi: «Ma il vasaio è vasaio perché fa i vasi, o fa i vasi in quanto è vasaio?» Immaginiamoci l’influencer o il foodblogger al posto del vasaio, non sentite già un brivido lungo la schiena? Poi però, proprio perché archetipico, e quindi abbondantemente indagato, mi sono chiesto: c’è qualcosa di realmente nuovo che possa io aggiungere a tutto quanto si è scritto e detto sui dialoghi platonici? Va bene “nani sulle spalle dei giganti”, ma qui il rischio di insignificanza, o peggio ancora di insulsa trombonaggine, è troppo grande. Non me la sento di correre questo rischio. E allora ho provato a immaginare di ripercorrere col pensiero alcuni dialoghi più o meno noti che hanno informato la nostra storia e la nostra letteratura, fino a quando, in un recesso della mia memoria, ho scovato un me stesso di oltre 20 anni più giovane che descriveva infervorato — non ricordo a chi, ma posso scommettere che fosse di sesso femminile — “uno dei più bei dialoghi che io abbia mai avuto il piacere di leggere, anche se è quasi un monologo”. E allora, ho iniziato a interrogarmi: quel giovanotto meno che trentenne si era innamorato di una lettura che rappresentava un’emozione generazionale, o davvero stava descrivendo un capolavoro che merita le nostre riflessioni? Capita a volte che ci siano libri che ci sembrano perfetti, che parlano direttamente a noi, tanto è adeguato ciò che scrivono al nostro vissuto. Salvo poi scoprire che quel libro è congegnato per parlare a molte persone che hanno alcune caratteristiche in comune, prima tra tutte l’età anagrafica. Chi non ha percepito che Il gabbiano Jonathan Livingston fosse proprio dedicato a sé, o che in Il giovane Holden ci fosse il racconto della rabbia che ci ribolle sotto la pelle? Poi però compi trent’anni e capisci che non eri tu a essere eccezionale, che né Bach né Salinger parlavano con te, e che, tutto sommato, se rileggessi questi libri che ti sembravano irrinunciabili, probabilmente ti direbbero molto meno. Così è la vita: ci sono letture che sono perfette in un certo momento della nostra storia personale, ma che perdono la loro potenza quando l’età avanza. E allora, per sciogliere il dubbio, ho fatto un gesto che compio rarissimamente: ho deciso di rileggere un libro che avevo già letto. Devo confessare una mia piccola mania, e torniamo al greco: mania significava all’epoca di Socrate pazzia, tanto che il poeta veniva considerato preda della “divina mania”, una pazzia speciale che, in ultima analisi, forniva frutti interessanti. Io non rileggo libri che ho già letto, perché uno dei miei maggiori timori, quando penso al mio destino finale, che mi accomunerà a quello di tutti gli uomini, è che la nera signora arrivi a falciarmi prima che io abbia letto alcuni libri che ancora mi mancano, non necessariamente capolavori, ma che devo assolutamente leggere prima di morire! Rileggere un libro già letto comporta il rischio di restare indietro… e tendo a non farlo, per non accrescere la lista dei libri che non posso lasciarmi scivolare via. Peccato che questa lista sia mobile e in continua crescita, anziché in diminuzione. Ma tant’è. E quindi coraggiosamente, ho riletto Sándor Márai, ho riletto il suo capolavoro, Le braci, con il cuore in burrasca al pensiero che l’Aldo cinquantenne osservasse con sdegno la passione che animava il venticinquenne, borbottando (quando non guardiamo cantieri, noi anziani borbottiamo sempre, anzi, lo facciamo anche quando osserviamo cantieri!) che si trattava di un libro generazionale e non certo del dialogo/monologo più bello che si possa leggere. E invece, per fortuna, non è così: Le braci è davvero un capolavoro senza tempo, un libro imperdibile, uno dei dialoghi, o quasi-monologhi, più belli che io abbia mai letto. Proverò a convincere i lettori di Orione di questa mia affermazione e spero di cuore che a qualcuno venga il desiderio di leggere questo breve romanzo da 181 pagine, pubblicato per la prima volta nel 1942, ma che arrivò al successo solo cinquant’ anni dopo, in un mondo che era totalmente diverso rispetto a quello di cui il libro parla. Un mondo che non solo aveva visto la fine del grande impero austro-ungarico che i protagonisti rimpiangono, ma che era stato letteralmente sconvolto dalla tragedia del nazismo e della seconda guerra mondiale.

Il libro racconta di un incontro, in un castello nei Carpazi, tra due persone che, in gioventù, erano stati più che amici, descritti “come gemelli nell’utero materno”. Ma veniamo a sapere subito che i due amici non si incontrano da quarant’anni; è successo qualcosa che li ha tenuti lontani per tutto questo tempo — ma, ci dice uno dei due uomini, il generale Henrik, c’è qualcosa di irrisolto tra di loro, qualcosa che li ha tenuti legati anche quando erano a grandissima distanza. L’amico, il colonnello Konrad, ha vissuto ai Tropici, ma a nessuno dei due, dice il generale, poteva capitare nulla, fino a quando non si fossero rincontrati per fare chiarezza, per scrivere assieme l’epilogo della loro storia. È quasi un fenomeno di entanglement quantistico: anche a distanza siderale, i due amici restano in qualche misura collegati tra loro. E così il generale, dopo aver passato anni solitari nel grande castello, ormai in disuso in quasi ogni sua parte, si rianima al pensiero di incontrare l’amico e di fare chiarezza. E il castello stesso è destinato a vivere un’ultima sera di grandezza, a tornare agli antichi fasti, anche se solo per due persone anziane che sono coinvolte in una nostalgica mise-en-scène. Il libro diventa quindi il lungo, incredibile dialogo tra i due amici di un tempo, un dialogo guidato da alcune domande che Henrik ha letteralmente covato per anni, in attesa di poterle finalmente porre a Konrad. Si tratta di un dialogo estremamente sbilanciato, con il generale che parla, descrive, spiega, domanda, e il capitano che interviene solo con rare frasi, poco più che monosillabi, mostrandoci però una enorme sofferenza interiore. Anche lui, infatti, non ha potuto fare a meno di essere attirato dal castello e dal passato che esso rappresenta. La parte di Konrad nel dialogo è tutta racchiusa nel gesto di recarsi a cena da Henrik. Non serve che dica molto di più delle frasi di circostanza che pronuncia; il suo stesso essere arrivato, il suo stesso cenare nel castello, è la forma dialogica che il suo animo tormentato ha scelto. Le braci, che danno il titolo al romanzo, sono la memoria del fuoco. Sono ciò che conserva, in qualche misura, il calore delle fiamme, la loro forza, senza però essere più fuoco. Sono una vestigia del fuoco, ma al contempo sono anche ciò che è pronto a farlo ripartire, a risvegliare la sua forza. Lo stesso possiamo dire di questo incredibile dialogo sbilanciato: c’è memoria, c’è nostalgia, c’è ricordo di qualcosa che ha arso con enorme forza, ma che il tempo ha lasciato sopire. Al contempo, però, c’è la possibilità che il fuoco possa riprendere, se alimentato, possa tornare al suo vigore e rappresentare ancora una minaccia. Le domande restano irrisolte al termine della serata, e i due amici si separano di nuovo, con la consapevolezza che non si rivedranno più. Ora, il legame può essere considerato concluso. “Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione?”

per citare questo articolo

Aldo Torrebruno:

Legami indissolubili,

n. 34 - Dialoghi,

maggio-agosto 2025

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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In questo numero

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La tolleranza è la virtù che arricchisce la conoscenza reciproca, il dialogo, che dalla tolleranza dipende, è la via della convivenza. La violenza e la guerra iniziano quando cessa il dialogo. La Pace, quando incomincia il dialogo. (Gustavo Zagrebelsky)