Poi, all’improvviso, soltanto per effetto di una leggera distrazione sonora, causata dal vento, partiva una sequenza di immagini che iniziava dalla preistoria, comprendeva dinosauri e stelle comete, paesaggi primordiali di fuoco, acqua e distruzione, ma anche popoli che costruivano piramidi, templi e flotte, viaggi e battaglie, imperi che sorgevano e repentinamente crollavano: assiri, babilonesi, egizi, greci e romani e via di seguito fino al tempo presente. Il ragazzo favoloso fantasticava e creava i suoi “film” su un ermo colle attraverso la negazione dello sguardo, attraverso l’impossibilità della visione perché la siepe da lui amata «da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo» era escluso ai suoi occhi. Stiamo parlando di un adolescente che ha fatto la storia della nostra letteratura, un genio precoce e incompreso, costretto a vivere quasi segregato nel luogo di provincia dove nacque e deluso, poscia, dalle città di cultura, quale Firenze e poi Roma e infine Napoli, che s’atteggiavano a centri culturali navigati e internazionali, all’epoca in cui visse il nostro protagonista, verso le quali anelava giungere e che solo in età più matura raggiunse. Anche se parlare di età matura per il nostro geniale personaggio sarebbe ardito, vista la precocità della sua dipartita. Quasi trentanovenne salutò il mar che si affacciava sulle meravigliose isole campane e lo “sterminator” alle sue spalle che vivificava quella vitale ginestra che fu commiato ed epitaffio alla sua breve e liricamente magnifica vita terrena. Per coloro che non hanno inteso ancor di chi si favella nelle trascorse righe consiglio vivamente visionare Il giovane favoloso del 2014 del regista napoletano Mario Martone, che già novellatore in fotogrammi di storia patria, con Noi credevamo del 2010, continua con questo film, dedicato all’anima profonda dello spirito lirico di Giacomo Leopardi, a ricercare l’essenza più intima degli esseri senzienti che popolano da tempo questa lunga e stretta penisola nel Mediterraneo adagiata. Mi sono lasciato prendere la mano, anzi dovrei dire le parole e la loro collocazione nello spazio, dal tema sul quale si concentra la nostra attenzione e i relativi film che ne hanno provato a rendere un’idea attraverso le immagini. Mi scuso con coloro che non avvezzi a cotal stile poietico si trovano ad inseguir, faticosamente, un senso e il conto. Ritorno a commestibil rima: Martone con il suo film su Leopardi, interpretato da un superlativo Elio Germano, che vince il Donatello come miglior attore protagonista, affresca un’anima e un corpo che rendono giustizia a un poeta, tristemente e ignorantemente, condannato a etichette che mal si addicono alla sua vera e reale natura: un ragazzo, e poi, un giovane che ama profondamente la vita e prova a gridarlo prepotentemente nelle sue liriche. Il film di Martone dovrebbe essere proposto come materia di studio e visione obbligatoria nelle scuole. In questo film fuoriesce la vera natura di un uomo e di un poeta che si incarna nelle sue parole, nei suoi versi, come appare superbamente impresso nella mente quando scorrono le sequenze in cui il poeta recanatese declama alcuni dei suoi versi più famosi: nessuna pesantezza, nessun accademismo, nessuno scadimento verso una dimensione da obbligo scolastico che sfocia nella noia. Il Leopardi, di Martone e Germano, è una fusione sinestetica di parole e anima, di versi e spirito, di vita che si amalgama alla creazione artistica. Una magia filmica che quasi richiama echi biblici del “verbo che si fa carne”. Di natura completamente diversa è il film che prendiamo in esame per esemplificare il tema a cui siamo liricamente sottoposti: Giulietta + Romeo di William Shakespeare del 1996 dell’australiano Baz Luhrmann, una sorprendente rilettura della famosa tragedia del Bardo in chiave moderna. Tra inseguimenti con auto potenti, pistolettate in chiave western, esplosioni, guerriglia urbana, scenografie esageratamente pompose e barocche si dipana la vicenda amorosa dei due ragazzi, in una contemporanea e statunitense Verona Beach, dove si fronteggiano, come sfidanti di cemento armato, i due grattacieli dei Montague e dei Capuleti: la particolarità che rende affascinante la rilettura shakespeariana da parte di Luhrmann, che si dipana con un montaggio serrato, a tratti da videoclip e/o spot pubblicitario, è l’aver mantenuto il testo originale della tragedia. I personaggi parlano come se fossero su un palco, ma si trovano immersi in un’ambientazione profondamente attuale, intervallati da sequenze da musical e una colonna sonora con canzoni del repertorio pop contemporaneo, il tutto non stonando ma concordando in armonia con i versi cinquecenteschi: come a dire « la poesia non passa mai di moda ed è sempre perfettamente e costantemente presente». Un altro gioiellino di lirica per immagini è l’episodio Che cosa sono le nuvole?diretto da Pier Paolo Pasolini, all’interno del film ad episodi Capriccio all’italiana (1968): anche qui ci troviamo di fronte a una rilettura di una tragedia shakespeariana, l’Otello, in cui i personaggi sono attori che rappresentano delle marionette. Durante la rappresentazione, realizzata in teatro popolare, c’è l’intervento del pubblico che distrugge i pupazzi di Iago e Otello perché il finale non viene apprezzato dagli spettatori che irrompono sulla scena. Cast stellare con Totò nei panni di Iago, Ninetto Davoli, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Laura Betti e Domenico Modugno che interpreta il netturbino che porta alla discarica gli ormai inservibili Iago e Otello che, finalmente all’aperto e di fronte allo spettacolo nuovo che gli appare delle nuvole, non sapendo cosa siano, rimarranno estasiati da quella naturale visione, con la conclusione del principe De Curtis/Iago che esclama: «Ah straziante, meravigliosa bellezza del creato!». Ed è proprio una straziante e meravigliosa bellezza del creato la location dove si svolgono le vicende raccontate dalla regista originaria di Bolzano, Maura Delpero in Vermiglio (2024): un delicato e appassionante idillio personale, ambientato sulle alpi trentine, dedicato alla sua infanzia e a suo padre. Un mondo che non esiste più, rappresentato con leggerezza e soavità, con bozzetti, visivamente dal sapore arcaico, disegnati su affreschi bizantini e medievali. Una vicenda che si sviluppa alla fine della seconda guerra mondiale, in questo paesino sperduto tra la neve e che sembra così lontano dagli avvenimenti del mondo, ma che, in realtà, è in ogni caso collegato. Infatti, un disertore siciliano che si nasconde insieme a un amico che aveva fatto la sua stessa scelta di abbandonare la guerra, si innamora e sposa una ragazza del paesino alpino. Alla fine della guerra il ragazzo siciliano, che intanto sta per diventare padre perché la sua novella sposa è incinta, torna nel paesino natale, senza far più ritorno, perché ucciso dalla moglie siciliana, per salvare l’onore quando si presenta il bigamo infedele. Tutto raccontato con un tono pacato, senza esagerazioni o esasperazioni, senza melodrammi, senza drammaticità a buon mercato elaborato da un logaritmo da serie televisiva o da manuale del perfetto prodotto audiovisivo. Una bella boccata d’aria in questo Vermiglio, un bel susseguirsi di versi visivi, ruvidi, secchi, netti, fors’anche barbari, rispetto ai codici visivi contemporanei, ma che fanno bene, meraviglioso e straziante, all’anima…, «…e il naufragar m’è dolce in questo mare». Come, forse o sicuramente, avrebbe chiosato il geniale recanatese.
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In questo numero di Orione, dedicato alla poesia, ci immergiamo in un mondo di parole che non solo emozionano, ma anche riflettono e interrogano la nostra esistenza.