Nel lavoro, nel mio impegno nel mondo associativo e ancor più in quello politico — che svolgo a Marano di Napoli, una realtà fortemente compromessa da decenni con continuità — il danno per me è oramai un orizzonte abituale di riflessione e di azione. Nel farlo, affronto un processo che arriva molto lontano. Proverò in questa sede a descriverlo per la prima volta.
DE-FINIRE > TERMINI > CAMPO
Come sempre, però, per intenderci attorno a questo concetto è saggio che ne fissiamo preliminarmente i termini, e non c’è modo migliore per farlo che leggere la sua definizione nei vocabolari. I vocabolari non ci dicono necessariamente tutto ciò che la parola può esprimere, ma ci permette di prendere atto del perimetro condiviso entro il quale quel concetto è rilevante per la società; più che essere uno spazio pieno, è un recinto di termini di confine entro il quale sta a noi costruire il senso. (Tra parentesi: è interessante che, proprio parlando di parole e concetti, mi sia venuto in mente la metafora dei limiti catastali, dove il cippo di confine viene chiamato termine — anche nel Codice Civile, all’articolo 951). Ciò fa il paio con la parola definizione, che è appunto il tracciamento di un limite oltre il quale il significato finisce, e del resto l’insieme dei significati di una parola si chiama campo semantico. Nel nostro caso, la Treccani dice che il danno è un «termine che si oppone direttamente a vantaggio, giovamento, utilità, guadagno, per indicare l’effetto, soggettivamente considerato, di tutto ciò che in qualche modo nuoce a persone, enti, cose»; una definizione molto vicina a quella che ne dà il diritto, per il quale il danno è un «pregiudizio prodotto da un comportamento non giustificato dall’ordinamento, che leda un interesse giuridicamente rilevante e tutelato dall’ordinamento».
DANNO > EFFETTO
La logica soggiacente a queste definizioni è palese: il danno è un effetto. In particolare, un effetto di azioni che sottendono un rapporto fra persone e persone, fra persone e cose, fra cose e cose. Il danno, dunque, si inserisce all’interno della dimensione relazionale e non è possibile senza un’interazione fra due o più parti. Esiste, a onor del vero, anche un frequente approccio al danno come analisi interna a esso: per esempio nel restauro, in ingegneria, in medicina e in tutte quelle discipline per le quali il danno non è un semplice fenomeno puntuale, bensì un processo dinamico che si svolge nel tempo e del quale è necessario conoscere l’evoluzione. Rimane però chiaro che, indipendentemente da questo, se il danno è relazione contiene già, intrinsecamente, una sua dimensione processuale.
DANNO > EFFETTO > CONSAPEVOLEZZA
Quando il danno entra nella sfera della coscienza può diventare rilevante ed essere oggetto di approfondimento, il cui esito è la consapevolezza del danno. Quest’ultima consente la correlazione (dunque un secondo grado di relazione) con la responsabilità individuale e collettiva. L’esito finale di questo processo è la necessità di trovare rimedi. Un risultato auspicabile ma tutt’altro che scontato da raggiungere: la responsabilità è infatti spesso corresponsabilità, ci chiama in causa, mostra i sottili fili che ci legano a ciò da cui spesso preferiamo pensarci separati.
DANNO > EFFETTO > CONSAPEVOLEZZA > RESPONSABILITÀ
Una volta che si sia incarnato nel proprio animo il bisogno di agire per porre rimedio al danno, si può — si deve — rispondere. Re-spondere, «fare una contropromessa, promettere di rimando». L’assunzione di responsabilità è dunque una promessa che schiude un orizzonte temporale nuovo, dal passato e dal presente (campo dell’analisi degli effetti e della consapevolezza) al futuro. Non è solo un impegno a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano, ma anche di farsi carico delle conseguenze delle azioni altrui. Chi risponde è in rapporto dialettico con qualcun altro, non è solo. La responsabilità sembra isolarci, ma quello è il senso di colpa: invece ci unisce, ci lega al prossimo, costituendo un elemento fondante della società.
DANNO > EFFETTO > CONSAPEVOLEZZA > RESPONSABILITÀ > CURA
Giungiamo qui a un punto gangliare del discorso: chi consapevolmente di impegna a rispondere con una promessa, promette di impegnarsi a essere forza di contrasto al danno e quest’ultimo si incarna in un’azione di cura, ovvero un atteggiamento di consapevolezza e responsabilità orientato alla mitigazione e al contrasto del danno. Inoltre, ciò che è curato è anche ben fatto e quindi bello; se dovessi azzardare una definizione di Bello valevole non solo per la nostra cultura ma anche per le altre, forse direi che lo è ciò ha una forza scaturente da una speciale, stretta integrazione fra le parti; una sorta di equilibrio ottimale verso l’interno e verso l’esterno. È mia convinzione che il Bello influenzi profondamente ognuno di noi, condizioni virtuosamente il nostro modo di agire e ci spinga a continuare a prenderci cura delle cose e delle persone. Forse le pagine più belle sulla cura sono state scritte da Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’. Vale la pena di leggerle.
DANNO > EFFETTO > CONSAPEVOLEZZA > RESPONSABILITÀ > CURA > EURISTICA
Siccome il danno è un processo, la consapevolezza del valore curativo (nel senso di essere apportatore di controazioni positive rispetto al danno) diventa un prezioso strumento euristico, in un duplice senso:
- da un lato, di predizione perché consente di identificare le cause dei fenomeni e quindi di interrogarsi sulle sue conseguenze;
- retroattivamente, perché consente di modificare il proprio comportamento per impedire analoghi danni futuri.
Il processo così va verso il suo compimento, perché è proprio nell’orizzonte del futuro che la cura si compie: essa, infatti, richiede una dimensione temporale in cui svolgersi, richiede durevolezza e costanza di applicazione, lavoro, cooperazione.

CURA DEI LUOGHI
Quando osservo il territorio maranese vedo i monumenti romani, dove il danno è frutto dell’opera del tempo, a cui la nostra cultura sente di dover rispondere contrastandolo; vedo le colate di fango che scendono dalle pendici dei Camaldoli ogni qualvolta piove (e se Maranum contiene la radice di mar-, «slavina, luogo fangoso», avremmo dovuto tenerne conto); vedo le strade che non rispettano l’orografia dei luoghi, pregiudicando sia la bellezza di questi ultimi, sia la funzionalità dell’organismo urbano; vedo lo svilimento della coerenza estetica delle strade a causa di edifici progettati senza cura di come s’inseriscano nel contesto; vedo lo sviluppo moderno dimentico delle interconnessioni naturali con le aree adiacenti, suggerite dalla rete delle strade antiche — romane, medievali o post-medievali —; vedo nell’incuria e nei rifiuti l’effetto di decine di anni di mentalità criminale, che nell’aggressione al paesaggio e all’ambiente trova il modo di abbrutire i cittadini rendendoli permeabili alla cultura dell’illegalità.
La consapevolezza del danno può essere infatti un percorso educativo, civile e politico tanto fondamentale quanto negato.
Sarebbe bello un mondo senza intenzionalità del danno e senza dolo. Intanto, però, abbiamo un gran bisogno di curare e riparare il mondo. Le risorse della Terra non sono infinite, il tempo ancor meno. Se il male, in questo mondo, è inevitabile, che sia almeno un male necessario per diventare esseri più degni di abitare questo pianeta.
BIBLIOGRAFIA
Giorgio Boatti: Un paese ben coltivato. Viaggio nell’Italia che torna alla terra e, forse, a se stessa — Laterza — 2016
Vittorio Lingiardi: Mindscapes. Psiche nel paesaggio — Raffaello Cortina Editore — 2017
Papa Francesco: Laudato si’ — Ancora — 2015
Luca Moretti, Vincenzo Moretti: Il Lavoro Ben Fatto: Che cos’è, come si fa e perché può cambiare il mondo — Editore #lavorobenfatto — 2020
Salvatore Settis: Paesaggio Costituzione cemento: La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile — Einaudi — 2012
Margherita Vanore (a cura di): Del prendersi cura. Abitare la città-paesaggio — Quodilibet — 2020