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Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

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Io esisto perchè esisti tu

14 Febbraio 2024
[Ti proteggerò] dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

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Io esisto perchè esisti tu

14 Febbraio 2024
[Ti proteggerò] dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo, dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.

Così cantava Franco Battiato nel lontano 1997, quando regalò al mondo della musica quella che ormai tutti conosciamo come “La cura”. Come è bello sentirsi dire da qualcuno «ti proteggo nel tuo tempo, mi prendo cura proprio di te, della e nella tua storia». Credo che in queste poche parole ci sia tutto il senso del prendersi cura, quello che – per dirla con termini ecclesiali – contrappone alla carità pelosa la carità operosa. Sento spesso dire che, quando ci prendiamo cura di qualcuno, dobbiamo chiederci perché lo facciamo. Mi permetto – e me ne prendo la responsabilità – di completare la domanda. Dobbiamo aggiungere al perché lo facciamo, il per chi lo stiamo facendo. È vero che c’è un aspetto della nostra persona per il quale, in fondo, ciò che facciamo per gli altri lo facciamo anche un po’ per noi. Ciò non toglie, però, che il prendersi cura ha come fine il benessere dell’altro che poi diventa, nel vivere comune, il benessere di tutti. Aiutare vuol dire contribuire a che tutti possano avere una vita giusta. Significa, insomma, rispettare il diritto di ogni uomo e di ogni donna a vivere la vita così come era pensata fin dall’inizio. Per questo, chi non vive una vita felice è preda delle ingiustizie. Il senso della cura non è fare di più ma rispettare il giusto, è perciò un dovere che abbiamo verso l’altro. Ecco perché dovremmo separare la cura dal mero e deleterio assistenzialismo. Senza nulla togliere a quei piccoli (grandi!) gesti di chi, nel silenzio e nel nascondimento piuttosto che nella semplicità, fascia e cura le ferite dell’altro, dobbiamo renderci conto che ciò non basta, che il dispendio di energie è smisurato rispetto a quanto si riesce a realizzare, fermo restando che il bene di ogni singola persona vale sempre tutte le energie del mondo. Ma si potrebbe – ora il termine è giusto – fare di più e farlo meglio. La cura non può e non deve essere l’eccessivo sforzo di tanti (ma sempre pochi!) per cercare di rimediare. Piuttosto, deve essere uno stile che tutti dovremmo avere nel combattere le ingiustizie della vita. Quelle vite ingiuste – e chi la vive lo sa! – sono un inganno, contraddicono la stessa esistenza, rendono quella vita promessa (o promessa di vita) una grande bugia. La vita ingiusta è una fregatura, come il mattone che puoi trovare nel pacco comprato al mercato. La cura deve essere uno stile perché la lotta contro le ingiustizie è scritta nella nostra natura. Quei fallimenti che attiriamo sono il rischio al quale siamo esposti quando veniamo al mondo. La cura come stile, che non dovrebbe essere un apparare ma un prevenire, meglio ancora un essere pronti e quindi un rendere pronti, è davvero un pro-teg(g)ere, cioè un mettersi davanti e coprire. Mi viene in mente quel Dio che nella creazione vestì Adamo ed Eva con le tuniche di pelle (nel libro della Genesi, 3,21) restituendogli la dignità, proteggendoli dalla nudità che li esponeva come la pelle che si brucia al sole senza alcuna protezione. Ecco, prendersi cura vuol dire impedire che la vita venga bruciata. L’impegno di ogni singolo, per quanto lodevole e a quanto pare eroico, non basta. E una comunità (umana, civile, sociale, religiosa, familiare o qdi qualsiasi altro tipo) che non sa prendersi cura come stile vanifica buona parte dell’impegno dei singoli. È necessario mettere in campo azioni pensate, programmate, organizzate, che restituiscano alla vita quella giustizia originaria data dall’equilibrio di diritti e doveri in forza di una equità. È necessario sentirsi realmente comunità, dove l’altro è fondamentale alla mia vita non solo per quello che fa ma soprattutto per ciò che è. Io esisto perchè esisti tu, dovrebbe essere questo lo slogan della cura. Abbiamo bisogno di sognare un po’ di più, di alzare lo sguardo verso il cielo per andare oltre noi stessi. Nelle scuole, dovremmo imparare fin da piccoli quella bella poesia di John Donne che ci ricorda come

nessun uomo è un’isola,
completo in sé stesso;
ogni uomo è un pezzo del continente,
una parte del tutto.
Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare,
l’Europa ne sarebbe diminuita,
come se le mancasse un promontorio,
come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi,
o la tua stessa casa.
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai per chi suona la campana:
suona per te.

per citare questo articolo

Giuseppe Pironti:

Io esisto perchè esisti tu,

n. 30 - La cura,

gennaio-aprile 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

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