Skip to content
Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

|

Da Sostiene Pereira a Come diventare giornalisti

14 Febbraio 2024
E alla fine Pereira ebbe uno scatto d’orgoglio, frutto di una coscienza risvegliata da incontri fortuiti e scossa da un brutale assassinio, e scrisse un articolo, il suo ultimo articolo, per denunciare i pestaggi e gli omicidi della polizia politica del regime di Salazar.
Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

|

Da Sostiene Pereira a Come diventare giornalisti

14 Febbraio 2024
E alla fine Pereira ebbe uno scatto d’orgoglio, frutto di una coscienza risvegliata da incontri fortuiti e scossa da un brutale assassinio, e scrisse un articolo, il suo ultimo articolo, per denunciare i pestaggi e gli omicidi della polizia politica del regime di Salazar.

In Portogallo, nel 1938, prima che l’Europa in preda alla febbre dei nazionalismi precipitasse nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Sostiene Pereira è il romanzo di Antonio Tabucchi che ogni giornalista dovrebbe leggere almeno una volta nella vita, perché illuminante e leggendaria è la figura di Pereira, un vecchio cronista che durante la dittatura si ritaglia un angolo tranquillo diventando responsabile della pagina culturale di un piccolo quotidiano. In quel romanzo, però, Tabucchi ci ricorda che arriva sempre il momento, nel corso della nostra esistenza, in cui è necessario accantonare la cautela e prendersi cura di un bene prezioso come la libertà. In particolare, la libertà di pensiero, quella che la Costituzione Italiana tutela con l’articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure». È l’articolo che garantisce in Italia la libertà di stampa.

Il giornalismo, in tutto il mondo, sta attraversando un periodo di profonda crisi. Chi siamo? A cosa serviamo? Qual è il contributo che possiamo dare per prenderci cura della società di cui facciamo parte? Domande impegnative, a cui è necessario rispondere per cercare di andare oltre una crisi di identità che è anche, o soprattutto, una crisi “esistenziale”.

Noi giornalisti, attraverso i mass media, “mediavamo” tra il potere e la massa, tra un partito e l’opinione pubblica, tra un cantante o un attore e i suoi fan. Oggi che il politico e l’artista si rivolgono direttamente ai propri follower, sui social, è venuta meno la mediazione. E quando pure ci è consentita un’intervista, sempre più spesso ci limitiamo al ruolo di “reggitore di microfono”, rischio già denunciato da uno storico direttore dell’Ansa, Sergio Lepri, nel suo saggio Dentro le notizie. Lepri ha diretto la prima agenzia di stampa italiana dal 1962 al 1990, ed è morto di recente, all’età di 102 anni. Restando lucido fino alla fine. Una lucidità che gli ha consentito di individuare con molto anticipo, già nel 1997, le cause che avrebbero acuito la crisi del settore: «la propensione a creare una società virtuale», «la commistione fra l’informazione e altri prodotti della comunicazione» (si pensi agli influencer di oggi), «la spettacolarizzazione dell’informazione» e soprattutto il «disprezzo della fonte», che diventa addirittura «un intralcio», «un freno fastidioso alla enfatizzazione dei contenuti e alle loro invenzione». All’epoca non si chiamavano ancora fake news, e Lepri inventò un neologismo che oggi suona antico ma che all’epoca sembrò folgorante: i fattoidi, ovvero fatti che sembrano fatti ma che in realtà non lo sono.

C’è una strada per arginare questa crisi del giornalismo? Può ancora, il giornalismo, assolvere alle sue funzioni e prendersi cura della comunità, della democrazia, della libertà, dell’opinione pubblica, dei diritti civili? I giornalisti, sosteneva Lepri, dovrebbero innanzitutto guardare al proprio lavoro come a «uno strumento per accrescere il patrimonio informativo e culturale dei lettori», «un servizio da svolgere, con umiltà e onestà, a favore dei cittadini, senza cercare di persuaderli e senza raccontargli balle». Concordo, e oso spingermi oltre. 

Molti anni fa ero il direttore responsabile del telegiornale di un’emittente privata, Quarto Canale. A me e al geniale Enzo Tedesco venne in mente di utilizzare immagini notturne di Pagani in un video accompagnato soltanto da una canzone: La cura di Franco Battiato. Ancora oggi, come allora, sono convinto che i mass media dovrebbero prendersi cura di una comunità come se fosse una persona amata. Per proteggerla «dalle giustizie e dagli inganni», sollevarla dai dolori, aiutarla a guarire dagli inevitabili guasti, le “malattie”, del nostro tempo. Come?

Tra le persone che convincono Pereira, nel romanzo di Tabucchi, a denunciare gli abusi del regime, ci sono un medico e una giovane coppia di ragazzi sovversivi. E poi c’è una donna che Pereira incontra per caso sul treno: l’ebrea Ingeborg Delgado, tedesca di origini portoghesi. «Lei è un intellettuale» dice la signora a Pereira. «Dica quello che sta succedendo in Europa, esprima il suo libero pensiero, insomma faccia qualcosa». Ecco, forse è questo il messaggio che tutti dovremmo cogliere, come cittadini in generale e come giornalisti in particolare: “fare qualcosa”, ognuno nel suo piccolo, per prenderci cura della nostra comunità. Che, in fin dei conti, vuol dire prendersi cura di noi stessi.

Si può fare in diversi modi. Ad esempio, non accettando le prepotenze dei politici, quelle che già nel 1987 denunciava Sergio Turone in un saggio che a lungo è stato per me una bussola: Come diventare giornalisti (senza vendersi)

Un altro modo per “fare qualcosa” è sforzarsi di avere cura delle parole, in una società che le spreca e le urla. «Ho consumato troppe parole in questo lavoro, tutte le mie parole sono logore e snervate, sono stanche. Bisognerebbe lavarle e ricominciare da capo». A dirlo è il protagonista del romanzo breve Campo di pietra della scrittrice finlandese Tove Jansson. Il protagonista è proprio un giornalista, Jonas, che ci ricorda la necessità di dare nuova forza e freschezza alle parole usurate. Perché, come diceva Nanni Moretti in Palombella rossa, «le parole sono importanti». E per questo bisognerebbe usarle con la massima attenzione. Lo spiega bene Michela Murgia in uno dei suoi ultimi contributi, un intervento sulla rivista COSE spiegate bene dal titolo Voltiamo decisamente pagina: «Esiste una responsabilità dei professionisti e delle professioniste nell’uso delle parole, in assenza della quale i fatti stessi risultano distorti nella loro percezione». 

Il giornalismo può superare la crisi e darsi un nuovo senso solo così: avendo più cura dei lettori e delle parole, senza perdere l’autorevolezza che permette di distinguere la notizia verificata dall’informazione-spazzatura. E senza dimenticare quanto sosteneva Piero Ottone, che fu a lungo direttore del Corriere della Sera: il giornalismo ha «una funzione sociale di enorme importanza. La stampa è la spina dorsale di una nazione» ed è lo strumento che «crea la coscienza nazionale». Impoverendo quello strumento, saremmo tutti meno liberi e con le coscienze annacquate, come in un romanzo distopico di George Orwell.

BIBLIOGRAFIA

Sergio Turone: Come diventare giornalisti (senza vendersi) – Laterza – 1987

Tove Jansson: Campo di pietra – Iperborea – 2022

Antonio Tabucchi: Sostiene Pereira – Feltrinelli – 1994

Piero Ottone: Il buon giornale – Longanesi – 1987

Sergio Lepri: Dentro le notizie – Le Monnier – 1997

Nicola Sofri (a cura di): Voltiamo decisamente pagina – Iperborea – 2023

per citare questo articolo

Roberto Ritondale:

Da Sostiene Pereira a Come diventare giornalisti,

n. 30 - La cura,

gennaio-aprile 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

INSERISCI COMMENTO ALL’ARTICOLO

In questo numero