Le carceri antiche, site nelle loro viscere hanno accolto numerosi personaggi storici e raccontano storie struggenti di vite incatenate. Sito sull’isolotto di Megaride, il Castel dell’Ovo fortezza edita da una chiesa di padri Basiliani, per mano di Guglielmo I nel 1221, venne ampliato e poi ultimato da Federico II di Svevia. Re Roberto in seguito adibì la fortezza a prigione e ivi imprigionò la principessa d’Acaja, poiché ella non volle mai accettare di convolare a nozze con i suoi figli. Nel 1300, il maniero prese il nome di Castel dell’Ovo per la forma ovale dell’isolotto e per l’Ovo, manufatto alchemico, o “Athanor”, che il mago Virgilio pose, secondo la leggenda, a reggere le sorti della città, custodito in una gabbia nelle segrete più oscure dell’edificio. La resistenza di Napoli al tempo fu racchiusa in un fragile quanto potente “uovo”. Le antiche prigioni ospitarono anche Corradino di Svevia e la Regina Giovanna, con l’accusa di aver fatto uccidere il marito Andrea d’Ungheria, assumendo l’appellativo di “carceri della regina Giovanna”.

Tra le loro mura si alternarono poi tanti prigionieri illustri: Tommaso Campanella, Carlo Poerio, Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. Ed è qui, nell’ombra della Sala del Carcere, che viene ospitata oggi, ottobre del 2021 nel post lockdown, l’installazione del professor Enzo Palumbo, “Antipodi”. Qui si incontra un Ponte che è un paradigma, dove piedi nudi, su mattoni convergenti in un arco rosso di terra, sono rivolti l’uno verso l’altro a rappresentare un’energia avvolgente che, come spiega l’autore stesso, quasi come una sorta di clessidra, inizia dove finisce. Per Nietzsche, “la grandezza dell’uomo è di essere ponte… nel senso di mediazione”. Un ponte come percorso, cammino di conoscenza, relazione, forse anche un socialismo reale che rappresenta l’umana partecipazione.

L’idea che Antipodi rappresenta è creare, attraverso la conoscenza, quell’unità che trova il modo per migliorarsi giorno dopo giorno e che diviene un implicito “politico” fatto di relazioni. E il materiale – mattoni, carriola e mani che spingono – parla di fatica. Come il mattone che è una porzione di unità fatta di terra. È sicuramente anche una rappresentazione del gioco degli opposti, i piedi che si dirigono l’uno verso l’altro, ma c’è sforzo. È in questo sforzo, in questa vittoria sul peso della materia e nella sua stessa resistenza, che si pone anche l’energia per realizzare qualcosa. Da lì, poi, questa energia, attraverso il gioco dell’arte, può unire anche gli antipodi; giocare con un materiale terreno, come mattoni fatti di terra, avviene attraverso uno sforzo che implica il vincere una resistenza. Senza sforzo non c’è neanche gratificazione. Il fattore umano, cioè la gratificazione, è un aspetto importante. In riferimento a ciò, potremmo dire che “il lavoro nobilita l’uomo” se lo realizza nella sua essenza. Citando Carl Gustav Jung “è l’essenza che noi incarniamo che dà il suo senso alla vita. L’esistenza sarebbe stata rovinata senza la sua essenza”. Al proposito, secondo la Teoria della ghianda di James Hillman, un paradigma unico e irripetibile abita dentro ogni essere umano, scopo ultimo di ogni esistenza che consiste nell’onorare il proprio specifico codice interiore, quello che tale scrittore chiama appunto il “Codice dell’Anima”. Anche il Vetero Milite è lì che rappresenta, in un azzardo di parole tra Vetero e vetro, materiale di cui è fatto, dall’interno dell’augusto carcere, la resistenza della luce, ovvero testimonia, anche in virtù della grata che separa l’oggetto da chi lo guarda, la forza della resistenza. Non bisogna toccare questa luce che c’è, è distante, ma vive comunque e sempre… all’interno. Ecco, in qualche modo, la fragilità del vetro nell’immanenza della luce, si riprende nella forma proposta dell’incudine, ovvero nell’immagine di una forza resistente, che al di là di qualsiasi prigionia e chiusura, offre la suggestione della resistenza possibile, come in altro modo il materiale stesso, filtrando la luce. L’incudine di vetro rappresenta, in un gioco di opposti paradossali, questa forza di luce interiore. Anche alla metropolitana di Scampia, luogo di resistenza culturale alla camorra, l’autore ha realizzato una vetrata, un’installazione in forma bidimensionale con la stessa idea di ossimoro. L’arte è espressione del codice interiore dell’artista, i cui echi provenienti dall’infanzia e dai giochi emergono in una sorta di spiritualità. L’arte è sempre completa: la resistenza della materia consente di visualizzare in un attimo perenne vari concetti contemporaneamente. La resistenza, esprimendo una “non azione” che è forza potenziale, ha lo stesso potere del silenzio, e trapassa le catene del tempo immergendosi nella luce e rendendo sacra la fragilità umana.

BIBLIOGRAFIA
Installazione scultorea di Enzo Palumbo
Carl Gustav Jung: Aforismi – Bollati Boringhieri – 2012
Claudio Pezzella: La storia delle carceri antiche di Napoli e dei loro prigionieri più illustri – Dicembre 2020
Friedrich Nietzsche: Così parlò Zarathustra – Edizioni Adelphi – 1986
Hillman James: Il codice dell’anima – Edizione Adelphi – 1996
Sara Diamare et alii: L’Empowerment che viene dalla Terra – Rivista Orione n. 17 – 2019