Ho riletto di recente, a distanza di circa trent’anni dalla mia prima lettura, il testo dello storico Claudio Pavone sulla Resistenza al nazifascismo in Italia, Una guerra civile. Nella mia prima lettura ho avvertito di meno il senso della distanza da quegli eventi così potenti e laceranti, rispetto alla mia lettura odierna. Di quel tempo e di quel mondo oggi non resta quasi più niente. Sono sempre di meno i testimoni di quella stagione, i cui nomi sfumano nella nebbia dei ricordi. La sua memoria e i suoi insegnamenti stanno inesorabilmente scivolando via. Alcune settimane fa, mentre tenevo una lezione a un gruppo di giovani studenti, rievocando gli eventi dai quali è nata la nostra Repubblica, ho citato Beppe Fenoglio, grandissimo scrittore del secolo scorso che ha scritto uno dei più bei romanzi sulla Resistenza italiana al nazifascismo – Il partigiano Johnny – e ho notato che nessuno di loro lo conosceva. E insieme ad esso mi hanno rivelato candidamente di non conoscere quasi nulla di quegli anni. Di tutte quelle vicende, delle atrocità consumate e delle vite spezzate in nome della libertà di cui oggi tutti godiamo, non ne sapevano nulla e forse non erano più nemmeno interessati a saperlo. Che cosa avrebbero pensato di questa inesorabile ignoranza il partigiano Johnny e i tanti altri che come lui non videro l’alba della Repubblica per cui avevano combattuto? Per tenere in vita questo pezzo della nostra storia avremo bisogno di attivare la resistenza all’oblio e all’ignoranza. Poi ci sono resistenze più recenti ma altrettanto laceranti.
Gli abitanti di Beita, villaggio palestinese nel nord della Cisgiordania, si sono radunati per mesi ogni notte sul monte Sabih – dove i coloni israeliani, difesi da unità dell’esercito, avevano costruito un avamposto illegale – per resistere all’occupazione delle proprie terre. Hanno resistito a mani nude organizzando azioni di disturbo notturno fatte di luci e rumori, hanno pagato anche un prezzo di sangue, ma hanno resistito fino a quando i coloni occupanti non hanno deciso di lasciare la zona. Le case mobili però sono restate e con esse i soldati, in attesa che il regime israeliano decida se dichiarare la terra occupata zona militare di proprietà dello stato o restituirla ai legittimi proprietari. Quindi la resistenza degli abitanti di Beita non è finita ma sta cambiando forma. Adesso si recano in massa sulla montagna contesa, negli uliveti per la raccolta delle olive, sotto lo sguardo minaccioso dei soldati. Di questi episodi se ne contano a decine nei territori palestinesi. Un popolo che resiste da oltre settant’anni in un conflitto del quale non si vede la fine. Tutti sanno che bisognerà trovare un accordo che legittimi il reciproco riconoscimento e una necessaria convivenza, ma nessuno è disposto a trovarlo. E mentre il conflitto prosegue inesorabile, i discendenti dei depredati, deportati e massacrati della Shoa, i figli e i nipoti dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, i figli dei resistenti alle dittature del XX secolo, diventano a loro volta predatori, oppressori e persecutori di nuove resistenze. Da una resistenza a un’altra si consuma una terribile mutazione. Ma di mutazioni di resistenze e di resistenti ne è piena la storia, in particolare la storia delle resistenze vittoriose. Daniel Ortega, uno dei capi più autorevoli della resistenza al dittatore Anastasio Somoza, Presidente del Nicaragua dopo la vittoria della rivoluzione sandinista e la cacciata di Somoza, si appresta a farsi eleggere per la terza volta di fila Presidente della Repubblica, dopo aver fatto modificare la Costituzione per potersi ricandidare, e dopo aver letteralmente decimato e incarcerato tutti i leader dell’opposizione. Esempio di una resistenza che, nell’arco di poco più di vent’anni, si trasforma in oppressione e dittatura. Ma ci sono anche resistenze che si oppongono al “progresso” in difesa della propria identità e diversità. Nel cuore della foresta amazzonica in un territorio di circa 20 milioni di ettari che si estende tra il Brasile e il Venezuela, vive il popolo yanomami, una delle più numerose tribù di indios del Sud America. Sono cacciatori e raccoglitori che vivono nella foresta pluviale da secoli, in stato di relativo isolamento. Nel corso degli ultimi trent’anni i loro territori sono stati oggetto di continue aggressioni da parte di ogni sorta di avventurieri, al fine di appropriarsi delle materie prime e dei terreni che progressivamente venivano deforestati per destinarli all’agricoltura intensiva. L’atavica resistenza del popolo Yanomami contro i cercatori d’oro e di minerali rari e contro i deforestatori ha assunto di recente dimensioni epiche e un significato epocale con l’avvento del cambiamento climatico e la nascita di una nuova sensibilità ai temi della difesa dell’ambiente, della fauna e della flora e delle foreste pluviali. L’avvento del Presidente brasiliano di estrema destra, Jair Bolsonaro, negazionista convinto del cambiamento climatico e, contro ogni evidenza scientifica, anche degli effetti letali del Covid-19, ha dato nuovo impulso allo sfruttamento della foresta amazzonica rendendo ancora più estrema la resistenza dei popoli indigeni e, in particolare degli indios Yanomami sempre più vittime anche delle malattie trasmissibili portate dai cosiddetti civilizzatori. Il popolo Yanomami è il pre-neolitico che resiste alle ragioni della civiltà che in nome del progresso si sta mangiando il pianeta. Lo scontro planetario in atto tra chi vuole accelerare la transizione ecologica per contenere gli effetti disastrosi del cambiamento climatico e chi vuole rallentarla in nome della crescita economica è forse il terreno più avanzato di confronto e di scontro della nostra contemporaneità. Con il futuro del pianeta come posta in gioco. E poi ci sono resistenze che si oppongono al progresso in difesa dell’esistente e per conservare lo statu quo e con esso anche disuguaglianze e privilegi. Sono le resistenze regressive che si oppongono al mutamento. Nel campo della bioetica abbiamo una vasta gamma di resistenze di questo tipo, come ad esempio il rifiuto del suicidio assistito per i malati terminali consapevoli o anche il rifiuto dell’autodeterminazione della donna in materia di aborto. Nel campo dei diritti del lavoro e della lotta alle disuguaglianze, la resistenza a concedere maggiori diritti e salario ai lavoratori o il reddito di cittadinanza alle persone in povertà. Ma è sul fronte dei diritti civili che le resistenze regressive hanno assunto forma più compiuta e conflittuale, in particolare sul terreno della concezione della famiglia e sui diritti delle donne. Le vicende delle donne afgane dopo il ritorno al potere dei talebani e della legge sulla transfobia in Italia ne sono un esempio palmare. In questa tipologia di resistenze meritano una menzione particolare quelle contro le evidenze scientifiche. Ce ne sono di antiche e di recentissime, dai terrapiattisti, ai suprematisti fino ai no vax e ai no green-pass. Infine, ci sono le resistenze individuali e anonime, di tanti uomini e donne che resistono alla violenza, alla discriminazione, allo sfruttamento sul lavoro, alla deprivazione culturale, al bullismo, ai carichi assistenziali eccessivi e molto altro. Resistenze silenziose e spesso prive di prospettive immediate e future dove si resiste perché si deve e finché si può. Si resiste in tanti modi e per tante ragioni ma resistere serve ancora a qualcosa o come afferma Walter Siti, non serve più a niente?
“L’individuo non è più il soggetto qualificato di cui parlava l’empirismo inglese; proprio il delirio informativo (cui nessuno ha il coraggio di sottrarsi) rende chimerica per i privati qualunque decisione consapevole sul bene comune. Se finisce l’individuo moderno, nemmeno il suo corollario cioè la democrazia ha più senso, malgrado la si continui stancamente a praticare durante le feste comandate intorno al feticcio dell’urna elettorale. La democrazia è il dio morto della modernità che sopravvive come idolo di cartapesta… C’è chi teme che, come nel secolo breve, la recessione conduca alla violenza e alle guerre mondiali; ma al tempo della rivoluzione russa e fascista l’età media era la metà di oggi e il sangue ribolliva il doppio. Ormai le masse sono atomizzate e disperse, i ragazzi che saccheggiano i negozi rubano gli iPad e si contemplano compiaciuti in differita…. Nessuno vuole davvero rinunciare al potere salvifico del consumo…” Le cose che dice Walter Siti in Resistere non serve a niente riflettono un contesto reale, le urne semivuote delle ultime elezioni amministrative e l’emergere delle destre sovraniste in tutta Europa stanno a dimostrarlo. Esistono tanti movimenti di resistenti reazionari e regressivi, molti dei quali stanno sfilando in questi giorni nelle nostre strade e nelle nostre piazze. Ma esiste anche un’altra faccia della medaglia che vede emergere nuove generazioni di resistenti che lasciano ben sperare nella nascita di un nuovo “soggetto qualificato” che ritenga valga ancora la pena resistere e lottare per la democrazia e per il bene comune. Tanti di questi giovani stanno sfilando in queste ore per la difesa del nostro pianeta e per la transizione ecologica, per una nuova etica dei diritti individuali e in difesa dei diritti delle donne e contro l’omofobia. Non è vero che resistere non serve a niente. Resistere serve innanzitutto a chi lo fa. Per dare senso e gambe ai suoi pensieri anche quando la sconfitta sembra certa e la vittoria un’ipotesi remota, anche quando la partita è persa del tutto e si resiste solo per testimoniare di averlo fatto.