Skip to content
Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

|

Uno sguardo sorridente

14 Febbraio 2024
La cultura occidentale si è caratterizzata a partire dalla linea di confine che marca la differenza tra essere umano e animale.
Orione 30 - La Cura - Dettaglio di copertina. Illustrazione di Bruna Pallante, "Omaggio a Trotula de Ruggiero"

|

Uno sguardo sorridente

14 Febbraio 2024
La cultura occidentale si è caratterizzata a partire dalla linea di confine che marca la differenza tra essere umano e animale.

La superiorità specie specifica dell’Homo Sapiens giustificava il suo dominio e quindi lo sfruttamento degli altri viventi e del mondo animale. Ciò che costituiva elemento comune era il costrutto sociale di cura parentale che rimaneva, al di là delle differenze, praticamente identico nelle sue  declinazioni e nella sua finalità, come l’insieme dei comportamenti che servono a promuovere lo sviluppo e la crescita della prole, a incrementarne le probabilità di sopravvivenza e il successo riproduttivo finale. Insomma, sono le attenzioni che permettono ai piccoli di crescere, imparare e essere autonomi, per raggiungere l’età adulta e potersi poi riprodurre garantendo, quindi, il proseguimento della specie. Tali cure richiedono quello che si definisce investimento parentale, per moltissimi animali, quali elefanti, primati e lupi, altri membri, oltre ai genitori, per il bene della specie e del gruppo, aiutano nelle cure del piccolo. Gli animali sanno che per crescere un cucciolo serve l’intero branco. Se non c’è il gruppo sociale di riferimento che se ne prende cura, i cuccioli muoiono e la specie non sopravvive. È un concetto chiaro e basico da tenere presente anche nell’implicazione al negativo: gli animali che vivono in gruppo collaborano nelle cure parentali solo nel caso in cui questo aiuto dia più benefici che costi. In momenti specifici, quando per ragioni diverse, le risorse non bastano per tutti, viene meno l’investimento parentale e i piccoli vengono  lasciati a sé stessi. Analogamente, tra gli animali umani pur nei diversi momenti della storia dell’Occidente, il break point si è sempre verificato, mediante un processo di selezione non naturale, ma economico, sociale e culturale , a rispecchiamento degli interessi delle classi sociali “dominanti”. Per farla breve, guarda chi ha il potere economico-politico e capirai come e con l’impiego di quali strumenti e gruppi sociali si configura “la cura” dei piccoli. Guarda chi produce ricchezza e determina stili di vita, concezione del mondo, prospettive di sviluppo sociale e capirai come si pratica la cura della specie. Certo, lo sviluppo della specificità della specie umana, che si è caratterizzata sempre più nella prospettiva della garanzia dei diritti inalienabili, ha reso impossibile accettare il break point come un fatto naturale e la nostra Costituzione ad esempio, prescrive la cura dei minori da parte di tutte le parti sociali, a partire dalla famiglia, anche e soprattutto per i piccoli che ne sono privi: il break point non è messo in conto come strumento di regolazione sociale. Si è configurato, così, uno scenario “innaturale”, che impone una costante attenzione alla “redistribuzione delle risorse” a garanzia di tutti e di ciascuno: questo sul piano nomotètico. Sottolineo, però, che tale assunto, vissuto dai più come “buona intenzione” che lastrica le strade dell’Inferno, confligge con una legge non scritta, ma vivente e operante, il cui acronimo T.I.N.A. (There is not alternative) coniato dalla madre dell’ultraliberismo Margaret Thatcher, negli anni Ottanta, sintetizza il principium individuationis delle pratiche politiche ispirati al capitalismo dominante e alla necessaria e progressiva dismissione delle politiche sociali. Non c’è alternativa, la cura dei piccoli, dei poveri, dei non allineati, non produttori di reddito sufficiente, non può essere a carico della comunità sociale e politica di riferimento, non si  tratta di un break point a tempo, ma di un punto di non ritorno. Non c’è alternativa, il capitalismo impone, per sua natura, una selezione naturale tra “sommersi e salvati”. Certo, la famiglia come prima cellula sociale esiste ancora ed è sulla famiglia che in via definitiva viene “scaricato” l’investimento parentale, nel senso di cui sopra. Non c’è alternativa: T.I.N.A. Se nasci bene, bene, se nasci “male”, vedi di farcela. Rimangono ancora due presìdi di uguaglianza, La ccuola e la sanità pubbliche, non casualmente sotto attacco mediatico finalizzato a evidenziarne le inadempienze in vista di una privatizzazione spinta sul modello angloamericano. T.I.N.A., what else? Chi, come me, lavora in una fortezza Bastiani, deve trovare, il suo modo e il suo modello di cura. Essenzialmente, si gioca una partita di croquet sul modello della Regina di Cuori in Alice nel Paese delle Meraviglie, in cui nessuno rispetta turni, regole e scadenze, le mazze da croquet sono fenicotteri e gli archi sotto i quali deve passare la palla non sono altro che carte da gioco piegate. Tutti i giocatori litigano per ottenere la palla (che è un porcospino): un caos tale da rendere il gioco privo di senso, da cui emerge l’incompatibilità che vige tra le persone appartenenti a una stessa comunità, in cui ognuno muta le regole a seconda dei propri interessi. Sempre di più, quindi, le soluzioni devono essere idiografiche, locali, specifiche e sfidanti, nel luogo nato per la cura, la scuola ( ancora il posto più bello del mondo) risponde in prima persona plurale. Certo non è compito della scuola “garantire il successo riproduttivo finale”; si fanno sempre meno figli, ma questo è un problema così ampio e complesso le cui ipotesi di soluzione competono ad altre istituzioni. Se vuoi sorridere, ti dico che ci hanno indirettamente addossato pure questo. Scaricando sulle scuole notevoli Fondi PNRR e non solo, ci hanno detto: «Se formate al meglio gli studenti, saranno capaci di “inventarsi” un lavoro e di default risolviamo il problema del PIL e anche le nascite risaliranno. I genitori, formati dalla scuola, saranno in grado di prendersi cura dei piccoli nel migliore dei mondi possibili». Intanto, se guardi sorridendo uno studente di classe prima del liceo, ti risponde sorridendo. Virgilio in fondo lo sapeva: «Incipe, parve puer, risu cognoscere matrem», lo sguardo sorridente è lo sguardo della cura, il primo investimento parentale. Insegniamo a sorridere soprattutto ai ragazzi, ma questa è ancora un’altra storia. Tutte le storie umane sono legate dalla cura o dalla sua carenza.

per citare questo articolo

Ezilda Pepe:

Uno sguardo sorridente,

n. 30 - La cura,

gennaio-aprile 2024

ISSN 2611-0210 Orione Cartaceo; ISSN 2611-2833 Orione online in formato accessibile

INSERISCI COMMENTO ALL’ARTICOLO

In questo numero